Communication Breakdown (Sterile fertility)

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Cari Fedeli.
Perché un padre miserabile dovrebbe occuparsi della politica, in un blog dedicato alla famiglia?
Io, Casalingo Moderno, contrario alla famiglia eppure  imprigionato dentro la gabbia che mi sono costruito. Io che amo i miei secondini.
E’ vero.
Dovrei scrivere le ultime dieci puntate di questa serie. Parlare di Salvia Pepolino Nepitella e Tropea. Così magari mi richiama Barbara D’Urso a fare il caso umano, e stavolta ci vado, e le sbatto la fava sulla guance ben rasate.
Taglia. Taglia.
Tanto niente diminuirà la mia ammirazione per il pelo pubico della D’Urso, esposto su Playboy del 1979. Una boffona alta venticinque centimetri. Ci poteva inculare la gente con quei peli.
Ora scommetto che ha la fica moicana, o, temo, rasata.
Oltre alla calza sulla sua camera manco Jessica Fletcher,
Ciò non implica che non mi scoperei Barbarella, oddio, dal vivo potrebbe essere pericoloso. Forse mi perderei per sette anni, accampato sul collo dell’utero, sparando inascoltati e inguardati razzi di segnalazione mentre…
Divago. Taglia.
Tuttavia, nel divagare dai miei cazzi strettissimi, non scantono manco troppo  dicendo  quello che nessuno vi  dice sulle politiche della famiglia e sulle recenti polemicucce mal poste. Famiglia. Tormento certo, ma pure il metallo fuso nel quale ho forgiato i miei gioielli.
Per i cretini: i miei figli. Insomma, ho diritto di penna.
Parliamo di figli? Cazzi da cagare.
Ma i cazzi, quelli veri, amarissimi, riguardano il dibattito pubblico più superficiale che si sia sentito a memoria d’urso.
Si capisce che siamo un popolo di merda perché guardiamo il dito e non la luna.  In aggiunta al Foco del destino, tutto basta che ci pensi un altro alla nazination. Ma sì, il menomato figlio segreto di bruno vespa che governa in diarchia con COLEI CHE GLI HA FATTO SAGGIARE LA TOPA. La moglie non conta.
Attualità.Da poco, è stata massacrata e licenziata la Responsabile Comunicazione del Ministero dell’Insanità. Voglio dire, poverina, lontana dal  genio come Malgioglio dalla cicciabaffa.. Però.
Leggete Babbo qui, che vi racconta i veri problemi…
Hai messo sul lato cattivo dell’opuscolo dei NEGRI,MINESTRA LORENZIN!
E’ questo il problema?
O è il fatto in sé che grida vendetta a dio, che però non può esistere altrimenti mi avrebbe fulminato l’altroieri. Altra storia. Taglia.
Comportamenti Giusti e Sbagliati? Per far circolare i girini?
Vi posso garantire che ho creato i miei figli seguendo pessime abitudini .
Altro che canne di neri rastoni. Nel mio mondo l’erba si da ai conigli ed io considero droghe solo le seguenti:
Alcol, Eroina, Cocaina.
Droghe pesanti.
Ho fatto due figli.
Nel senso. Una botta, un figlio. Una sveltina, il successivo.
Conosco gente che si mette la crema idratante dopo essersi fatto una sega, eppure non genera.
Ma.
MA.
Comportamenti poco fertilmente corretti.
E figuriamoci se mangiavo i broccoli! Avrei a quest’ora più figli di un’aringa.
NEL MERITO.
Razze, Italia, Fertilità?
Il pianeta terra sta per emettere un gigantesco peto e cancellarci dalla terra.
Chi pensa all’Uomo come essere senziente capace di distruggere il pianeta si sbaglia. Sarà il pianeta a liberarsi di noi, perché siamo troppi, dannosi, parassitari, ingordi, e pateticamente sottoevoluti rispetto ai ratti, agli scarafaggi e ai sottaceti. E si pensa alla fertilità?
Lasciando l’ottuso vitacentrismo, inoltre, pensiamo all’eleganza della chimica organica, alle molecole di idrocarburi, alla meravigliosa complessa fisica a ingranaggi nucleari dell’universo, alla  meccanica infallibile e minerale delle cosmo.
Riflettete:
Siamo sette miliardi e rotti.
Parecchi rotti.
E tu vai, Ministra dei miei coglioni, vai a promuovere una campagna di salvaguardia riproduttiva?
Lorenzin!
I negri scopano e figliano. Come tutti tranne NOI.
NOI Ariani. DUNQUE: STICAZZI!
Altro che errori di comunicazione!

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Parliamo di BIOFASCISMO. Che non c’entra coi negri, ma è l’imposizione di una sorta di etica del corpo contro il diritto inalienabile di fottersi la vita con il cazzo che mi pare, droga, lavoro, e persino figli.
Inoltre,  aspettiamo il virus, o la guerra che ci riporti a due miliardi, e il GOVERNO ITALIANO pensa a fecondazioni ritardatarie? Fertilità non solo inutile, ma persino etnocentrica.
Ma stai zitta, ministra.
IO, dovrei vergognarmi per aver cagato due figli. MA due noi, due loro, uguale zero.E SE ARRIVANO GLI ZOMBI HO UN PIANO. QUANDO ARRIVANO, CIOE’.
Rivendico inoltre il diritto di creare vita, contro tutto e tutti. Contro il mondo che qualcuno ha distrutto al posto mio e  contro le mie stesse convinzioni.
Non mi vergogno, anche dovendo. Ma non cago il cazzo all’universo vario di chi i figli non li fa.
Non faccio del mio privatissimo atto d’amore sconsiderato una bandiera da agitare contro i disertori del vienimi dentro amore.
Accerchiato da fasciomammine di merda che guardano come cancri senza scopo chi non si riproduce, rivendico il diritto di fare la stessa cosa in modo e per ragioni diverse. Rivendico la mia consapevolezza che non basta certo avere un figlio per essere un uomo e non un coniglio. Grazie Vasco, per la sintesi.
Passiamo ora al Nazismo vero e proprio.
E questo riguarda i negri, non l’opuscolo, purtroppo.
Cosa cazzo vuoi, Ministerica, promuovere il recupero della razza bianca sui negri, ispanici etc.?
Le razze non esistono. Vuoi promuovere la fertilità delle fighe di legno bianche. L’opuscolo non è stato un inciampo, ma la goffa traduzione dell’unico senso possibile di questa iniziativa che puzza di merda come il regionale Pisa Milano delle sei e dieci.
Per salvare l’Italia, dici?
Uno. L’Italia la salvi preservando una continuità culturale, educando al bello i cittadini, vietando masterchef e fucilando Renzi. Non necessariamente in quest’ordine di priorità.
Una costosa campagna per ricordare che l’orologio biologico fa tic tac a gente che lo sa meglio di te, e lo lascia correre per motivi molto validi e concreti.
Aggiungiamo pure che noialtri c.d. Italiani Ariani non abbiamo più nulla da dire. Siamo sciolti dentro. E invece, e qui arriviamo al punto Due (2) tu vuoi salvare i bianchi non l’Italia.
Sono, siamo, gli unici che sottocresciamo insieme ai cinesi. Nuovi Padroni, gente, questi non cianno mai invaso!.
I nuovi Italiani invece, almeno per ora, hanno fame, storie, avventure, cazzi lunghi. A loro il dubbio onore di raccogliere l’italianità che trovano e farla diventare quel che cazzo vogliono, come sempre è successo da che esiste sto porto de lago a forma di stivale ortopedico e carta moschicida per invasori o e stupratori di massa. Ma anche per gli arabi illuminati , i greci, i normanni, i cartaginesi, i pisani. Consistendo le due cose in una sostanza.  Stupri e cultura, sangue e sapere. Mo che d’é sta novità?
Saranno loro, sono già loro, gli Italiani.

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Però non hanno diritto alla cittadinanza anche se nati qui.
Jus Sanguinis? Complimenti, nel duemila e sedici.
Eppure gli italiani colorati, indefessi pompano a sfondo le brande tritticanti, fanno godere o meno donne colorate o meno, ma cazzo,  fanno figli a catena. Sanno che si fanno figli per abitudine, per amore, per sfruttarli, per rovinargli la vita. Sanno pure che nessuno mai sarà pronto per questo. Tanto vale, badare a chiavare, pensano loro evitando menate tipo, sarò in grado signora mia? Tipica motosega mentale da psicanalizzati e immaturi e in andropausa incapaci di percepire il decadimento del loro stanco seme nonché il tramonto della propria civiltà. Certo, si sciuperanno anche loro, gli italnegri. Se i bianchi, sia chiaro, bianchi solo in apparenza (figli di Annibbbbbbbbale, come diceva Colui), vogliono riprodursi, facciano pure, ma non incoraggiateli. Non pressateli.
Non sono abbastanza qualunquista da tirare in ballo La Miniministra dello Sperma per questa merda di miseria che mi spacca il culo: la incolpo per la barbarie sanitaria che viviamo. La condanno per aver comunicato cose sbagliate, invece di creare condizioni giuste.
Altro che opuscolo.
Volete figli, fateli. Comprateli, rubbateli.
Non li volete. Meritate una medaglia per la vostra prescienza catastrofista, ma non ve la darò io. Per me pari siete. E sono cazzi vostri, in senso buono.
Le cose serie non possono essere riguardare la comunicazione.
Chi mette la comunicazione al primo posto, in una discussione, non ha idee e cerca un modo di ammannire supercazzole ai cittadini.
REVOLUTION!
CONTRO LA NAZIMINISTRA!
Fate figli per la patria! Niente canne e a letto presto. Per produrre morituri paffutelli, pucci pucci bau bau.
Perché la gente non fa figli? perché non può o non vuole.Perché la gente fa i figli a quarantanni? Perché, tra l’altro, se non arriva l’apocalisse prima, se non di guerra o malattie moriranno di fame. Vivranno in case di nonni invadenti che ricattano il mondo con la pensione che noi mai vedrem!
Tocca ai gialli dicevamo. Finito il tempo dell’estenuata, antica, sanguinaria, nazicomunista Europa di mmmerda. Per fortuna.
Abbiamo il diritto di figliare.
Non il dovere.
E Il ministero del non più garantito diritto alla salute universalistico e gratuito per tutti  (diritto costituzionale, almeno per ora) pensi a fornire servizi conformi a chi vuole avere figli e non riesce. Senza fare la lavagna dei buoni e cattivi. Senza mandarli in Spagna perché in Italia si può fare una sola inseminazione (non eterologa scherzi?) ogni sei mesi. Se hai quaranta cazzi di anni o più, sei mesi sono una vita per la tua fertilità, quindi le coppie vanno in Spagna spendendo, alberghi e viaggi ESCLUSI, diecimila euro a botta. E il problema rimane sul groppone dei miserabili ,come sempre,  colpevolizzati infine  a causa dei modi coi quali ammazzano giorni e notti bastarde infinite.
Lo stesso ministero di fottuti nazisti dovrebbe garantire la vaporizzazione, nei pubblici presidi sanitari, e sul posto via pubblica esecuzione, dei cosiddetti OBBIETTORI DI COSCIENZA, porco dio.
In modo che, come la legge garantisce, una donna possa abortire se vuole.
Ministero del Bionazisalutismo, Ministra delle Cazzate! Ascolta la mia invettiva! Ricevi la maledizione di un pericoloso sovversivo! Ostracizzato! Dietro alla lavagna da vent’anni! Lo stato campa con le accise di alcol e tabacco, e a me, bevitore e fumatore che mantiene queste merde, mi chiama SCEMO con il ventriloquo Frassica, protagonista di altra memorabile campagna colpevolizzante.
Andate affanculo.
Viva la libertà di sottrarsi alla vostra morte infinita, al vostro trasformarci in vegetali immortali incontinenti alle benzodiazepine.
Sceglierò io quando somministrarmi antidolorifici oppiacei endovena, non i vostri Dottori Pubblici Ufficiali, obbligati a denunciare i clandestini.
Tanto per chiarire definitivamente.
Non lottiamo per i figli ma per la libertà di disporre dei nostri corpi. Per la libertà di vivere e morire come ci garba e per la coscienza del nostro declino etnico che grazie a noi e queste iniziative appare sempre più inevitabile. Chiaro?
Ed ora un piccolo spazio retorico. Grazie. Di nulla. Ringraziatemi voi con comodo. E se volete più ricettine cambiate canale.

VIVA LA VITA! La regaliamo per amore o per sbaglio, la distruggiamo per miseria in un lento soffocare. La vita dei figli. La vita mia, moralista e dissoluta, ma non abbastanza da prendersi tutto.
VIVA LA MORTE! Riposo di noi autoterroristi, guerriglieri all’attacco di fegato e ricordi, che vinciamo sempre sul punto di arrenderci a una serena saggezza che sa tanto di rinuncia, ma che volete. Le mamme imbiancano. I babbi schiantano, i figli giudicano e rimpiangono, ne hanno il diritto. Rimpiangono  di non aver riflettuto quando il padre diceva, succo dei miei lombi, diceva, portami una birra e guardati sto tramonto. Vita e Morte, diceva, sono la stessa cosa. Ammesso che tu conosca la differenza, diceva, dopo una lunga sorsata di Tennent’s. Mio babbo era proprio un rincoglionito, pensava il figlio ormai vecchio pure lui,  scuotendo la testa. E con qualche ragione.

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P.S.
Continua… su sigarette, comunicazione, e libertà!
Usate droghe illegali!
Datele ai bambini!
Così da grandi quando vi daranno la colpa perché si fanno, beh, avranno ragione.

La Rabbia che mi tiene in vita! ( sona la Raje…)

 

Avvertenza.

Questa è un’invettiva

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Chi non ama parolacce e posizioni nette vada al mercato, si procuri un cetriolo da competizione, lo conficchi nell’ano (suo) per tre quarti.Poi esca e si pavoneggi, dopo aver praticato un buco adatto nei jeans, con la sua nuova coda vegetale.

Detto ciò.

Ho vagliato spunti dal web e come al solito, preposizione accucchiate a pene di segugio. Niente profondità. Niente di vero.
La Rabbia. Vai a un bel corso di gestione della. Fa perdere la testa. Fa scoppiare il cuore. Rende ciechi, manco le pippe..La rabbia turba la pace interiore.
Certo che la turba. Speriamo.
Vaffanculo merde!
Non siete in grado di elaborare un concetto profondo, e devo farlo io al posto vostro.
Cosa c’entra con la casalinghitudine?
Parecchio, nel mio caso. Senza fissa dimora. Una ex che mi accusa di tutti i suoi malesseri.
-Ma tu eri una merda anche quando uscivo alle cinque in giacca e cravatta a fare quel lavoro da criminale., e ti mantenevo, e cucinavo per te e la bimba.
-Ma ora la psichiatra dice così. E la tua cosa ti dice, te la rigiri anche lei?
L’altra ex che mi diffama, quando avevo pensato di aver trovato la persona giusta.
I Gramignas che cercano di esautorarmi come padre, mi disprezzano come uomo,mi prevaricano in tutto perché dormo nella loro cameretta da miserabili, senza consumare i miei pasti in loro presenza.
Perché vivere come voglio,arrivare a vivere come voglio, significa usare la rabbia difensiva quando ti vogliono spiegare che tu sei una merda incapace che sopravvive grazie alla loro carità. O, per uscire dai miei cazzi, in ogni caso dove siete schiacciati dalla vostra stessa disponibilità. Empatia. Come cazzo vi pare. Tutto bene se fate i guru. MA ALTRE VOLTE…
.-Pezzi di merda, appena Salvia ha partorito mi sono accolto che mi avete inculato, coi ricatti morali, affettivi economici. Tutti i sacrifici?
Sacrifici? Due stipendi di alto livellò nel settore della sanità pubblica?
Io non avrò mai una pensione mentre GramignaXX, riscattando la laurea . non è arrivata a 41 anni  E MENO DI 15 ANNI DI LAVORO per diventare la felice  titolare di una ben guarnita baby pensione, utilizzando una legge in piena legalità, sia chiaro.
Gramigna xx è quella che, dopo il mio abbandono della politica giovanile a livello nazionale per  abbracciare scrittura e droga, mi ha guardato con rammarico.
-Perché non sei diventato portaborse di Veltroni?
L’ho già scritto. Forse. Non ricordo.Perché mi fai queste domande, avrtei potuto rispondere.
Mi picchiavano da piccolo: Anni dopo, provavano a farmi rinchiudere, come pazzo indegno di prole, pretendevano di essere stati buoni genitori, migliori di me.
Non ho mai pensato di essere il miglior genitore del mondo. Però non ho mai scordato come si sta da bimbo e adolescente, impegnato a compiacere quelle merde che mi hanno cagato sulla terra, senza mai arrabbiarmi se non con me stesso perché non ero mai bravo abbastanza da farli smettere di urlare che ero un ingrato stronzo testa di cazzo…
E allora cazzo, almeno metto in guardia i miei figli contro di me, dovessi mai scordarmi che mi hanno salvato la vita per anni.
La rabbia, lo capisce anche un babbuino che non va sempre bene.
Ma a volte è l’unico motore emotivo, esista o no il termine motore emotivo, mi sa da psicologia da rotocalco e mi sta sulle palle.
Però io tenevo tutto dentro, e mi dicevano, perdi tempo, e io mi sentivo in colpa per ogni cosa che facevo in nome della bellezza o della tristezza. Della mia bellezza, della mia tristezza.
Ogni cosa che non si avvicinasse ad essere un portaborse di Veltroni.
Poi tutto ciò si è trasformato in semplice sfiducia nelle parole.
Dopo fu incapacità di scrivere qualcosa che non fosse un racconto breve.
Schematizzavo una tesi in mezza giornata, e mettevo l’accento in un uomo. Non riuscivo a gestire le bibliografie.
E avevo passato i venticinque quando mi accorsi che non riuscivo a finire nulla che mi importasse. Musiche, amori, scelte, scritture.
Ci ho messo più o meno trentacinque anni di vita a liberarmi dal giogo che mi ero messo da solo. Il mio rapporto è andato a rotoli, Salvia si incazzava, io uscivo piangendo e magari mi spalmavo su un muro da sobrio.Mai fatto una chiocca fatto o briao.
Ero libero dal giudizio dei Gramigna’s.
Non mi toccava dentro.
Capii che non potevo difendere la mia vita senza rabbia.
Quando mi dissero che la mia casa era mefitica, li buttai fuori e non videro la loro nipotina per due mesi.
Quando Salvia pretendeva (altro lavoro, cene differenziate, farmi abbozzare di fronte alla sua aggressività), io combattevo per recuperare il tempo perduto.
Per recuperare il tempo che mi facevo rubare oltre quello che regalavo a tutti quelli che amavo. Ma serviva la rabbia.
E l’ho persa per questo, perché non ero più il consolatore sempre pronto ad aiutare chiunque. Ho perso Salvia non la Rabbia. Maledetti pseudoanacoluti.
Disponibile per tutti. Tranne me.
-Hai sofferto perché mi drogavo, madre?
-Io di più. troia maledetta. Per la droga, per le tue botte, per le tue urla, per la tua pazzia incurabile.
Poi ho perso anche l’altra, non l’altra madre, l’altra ex. Tropea.
Non c’era un vero perché.
Errore mio, vigliaccheria sua.
Per diverso tempo ho scritto alla sua casella di spam: era come liberarmi di pensieri che la riguardavano, e anche del fallimento che rappresentava.
Più o meno allora, la salute è andata affanculo, i bimbi hanno smesso di essere felici, per mia colpa, mia grandissima colpa.
Sono stato truffato da due carabinieri senza aver fatto nulla. Per mia colpa, comunque. Per essere stato remissivo e non un figlio di troia.
Sono stato truffato da carissimi(esosi) terapeuti milanesi.
Sono diventato un cingolato di rabbia.
Occhi allo scopo, e vaffanculo tutti, almeno certe ore o certi giorni.
Siamo all’ultimo anno. E’ successo di tutto. Computer rotti, file persi, cazzi nel culo dallo spazio profondo.
Continuano ad arrivare.
I cazzi.
Dallo Spazio.
Profondo.

images (2)La mattina ho ingoiato polvere di denti digrignati.
La notte ho dormito su letti che non erano letti.
Sono ingrassato, talvolta uso una stampella. La mia gamba sembra presa da un cadavere sepolto da una stagione per poi infilarmela nel bacino. Va tagliata?
Eppure ho la rabbia. A difendermi da me, e dagli altri.
Non come avrei voluto, ma cazzo, comincia a funzionare,
In questi giorni ho raggiunto un cazzo di risultato. Importante per me.
Per il mio talento usato come carta da culo.
Sotto la pioggia in bici verso la biblioteca.
Cadere.
Raccogliere appunti bagnati.
Commettere errori, continuare ad amare, e coltivare la rabbia come una carnosa orchidea.
Ora ho terminato quello che tante volte avevo cominciato.
Grazie alla rabbia.
In culo ai superficiali fricchettoni convinti che la rabbia turbi l’equilibrio.

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Ovvio. Si cade. ci si rialza. I meditatori nemici della rabbia, gli yoghi vegani e vulcanianì.
Gesù era sempre incazzato, Anche dio, prima di mandare il suddetto figlio a fottersi in croce.
Io sono il mio dio, rabbioso e vendicativo.
Io sono il mio dio, pieno d’amore del quale non sprecherò più una goccia per chi non lo merita.
Sono incazzato nero MA.
Ho cominciato la revisione di un romanzo che dovevo scrivere vent’anni fa.
Quindi vuol dire che una prima stesura c’è.
Questo non c’entra una sega con la mia vita casalinga, mooderna, adddirittura.
Cioè c’entra come per un’altra l’obiettivo è fare collane di fimo.
ATTENTI IDIOTI. OVVIAMENTE La rabbia ti cambia.
Sono peggiorato, e migliorato. Sono amareggiato e disilluso.
Ma attenti. Ora non mollo. Anche se sono una pessima compagnia.
Sticazzi, ho sei amici.
Attenti.
Quando mi urtate per la via,
attenti caramba e polizia,
attenti piloti che sfiorate i miei bimbi sulle strisce
vi farò male con la lingua è il bastone.
Attenti nemici e parenti.
Ora giro armato fino ai denti.

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Il Capellaio Matto Impazzito E Suo Padre. Ovvero Tim Burton, La Rispettabilità, La Deliranza.

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Ci sono giorni nel quali ti senti attraversato dalle cose, dagli eventi.
A meno che non vi stiano lapidando il cinema potrebbe farvi stare meglio.
Dopo una giornata talmente faticosa che ho strizzato le palle nel lavandino: nè è uscito tanto sudore da riempire una lattina di birra.
Alla fine siamo andati a vedere Alice Attreverso lo Specchio, tutta la ex famiglia al completo, disfunzionale, traslocante, pre adolescente, post poppante e del tutto demente.
Di cosa parliamo qui?
Tragedie, debiti, ricettine per casalinghe insoddisfatti, critica sociale implicita, furti nei supermercati: famiglia.
Io Padre orfano, Padre senza modelli, padre ansioso di meritarsi l’odio dei suoi figli.
Lo attendo come massimo riconoscimento possibile.
Eppure Tim Burton mi aveva aiutato tanto da ragazzo, a rivendicare una diversità che mi dicevano non essere mio diritto. Edward, Beetlejuice, Jack, Ed e gli altri.
Modelli per mandare affanculo i genitori che hai dentro di te, senza smettere di desiderare l’amore che non sono stati capaci di darti.
Si da il caso che sia un discreto esperto di morale Vittoriana. Non vi spaccherò le zucche su questo: ma credetemi. Era diversa, tanto abissalmente diversa quanto oggi ci sentiamo attratti da una civiltà fatta di tartine imburrate, guerre in Afganistan, pomeriggi dorati, Irlandesi massacrati, modernità, ipocrisia, sfruttamento dell’infanzia ( simbolo di purezza ma costretta all’obbedienza ad adulti irremediabilmente corrotti dalla voglia di scopare).
Aggiungo solo. Leggete qualche biografia recente di Dogson-Carroll. Carroll sembra essere una costruzione favolistica dell’astuto pigro genio matimatico letterario fotografico Dogson, per trascorrere tempo solo con le sue piccole amiche. Da parte di fava, direbbe il Sassaroli. Fior di Donne pettorute dai venti ai 35 anni, che trascorrevano notti con questa reincarnazione di Babbo Natale Cristificata. Era noto che Carroll Pisciava spuma bionda e cagava cioccolato alle nocciole.
Ma non è questo.
Tim Tim, una smarronata così non l’avevi ancora propinata.
Giusta l’Idea di un Alice in età da marito, e anche quella di raccontare attraverso lo specchio come romanzo di formazione.
Nota bene. Non c’è nulla di ciò nel libro. Ma.
Il conflitto del film è appunto quello tra genitori e figli.
Udite Udite. Il libero, deliranzante amante con tutte le sue moltezze è impazzito.
Non era più che fulminato?
da da da-
Ma da buon matematico Carroll-Dogson sapeva che (Follia x -Follia), (-follia perché il mondo oltre lo specchio è antimateria, giusto?) è uguale a:
sobrietà, idiozia, funzionalità lavorativa, risposta ai farmaci e alla pressione sociale. O QUALUNQUE ALTRA COSA CI SIA All’OPPOSTO semantico DI UNA FOLLE FELICITA’, certo non la salute.
Insomma il MATTO E’ AMMATTITO perché non ha aderito ai valori del padre prima che la sua famiglia venisse sterminata.
Un simile problema ce l’ha Alice, costrettà a rinunciare alla sua indipendenza per piegarsi ai voleri della mamma, dopo la morte del padre benevolo.
ALLORA.
CRESCERE SIGNIFICA ACCETTARE I GENITORI, SE NON ALTRO PERCHE’ NON SI HA SCELTA. Crescere significa odiare chi ci ha cagato e ammettere che li amiamo. Ma anche no.
Ci sono cose che non si perdonano, si diceva in Magnolia, film interamente dedicato ai confini del perdono dei figli verso i genitori.
CHi si scopa la figlia crepa da solo.
E il riconoscimento deve essere reciproco. Adulto verso adulti.
Mentre la trita morale del film alla fine è, il tempo non è uin tiranno perché ci porta via l’infanzia. Perché pone termine alla nostra vita. Il Tempo Borat ci regala ogni secondo sperando che non lo sprechiamo.
Quale profondità da Richy Cunningum dopo essere stato inculato in carcere. Con quella faccetta di cazzo.
Niente reciproca complessità, niente valori ambigui, vie di fuga in culo alla maturità come seriosità pallosa stile Famiglia Manzoni,  e intendo la famiglia di A. Manz. e anche il libro, divertente quanto squallidi e diarroici sono i personaggi.
Alla fine, il Cappellaio MATTO malato di non FOLLIA, riesce a dire al padre: HO SEMPRE DESIDERATO ESSERE…TE
Nel senso che si scopre che Cappellaio è il mestiere di famiglia e anche il coglione ( refosco. no. rinfusa. no.refuso.  COGLIONE uguale cognome)
Vogliamo salvare il grande Tim B?
MENTRE ALICE ACCETTA LA MORTE DEL PADRE E VIENE SALVATA DA UNA VITA DI SOTTOMISSIONE DA UN GESTO MAGNANIMO DELLA MADRE. PER ESSERE ANCORA PIU’ CHIARO TIM BURTON FA COINCIDERE IL PASSAGGIO ALL’ETA’ADULTA uccidendo l’anima della libertà; rispondendo alla domanda RIAVREMO MAI LE NOSTRE MOLTITUDINI con un NO grande come il mondo.
Vuole forse dirci che accettare la morte significa morire?
E che si pratica la deliranza è il pasticcino psichedelico e poi guardiamo l’orologio, diciamo è tardi è tardi e corriamo a gettarci in buco nero dove impareremo le regole della VITA ADULTA (le carte) dementi e violente, correndo a farci tagliare la testa per la noia.
E perché nell’Underground non c’è più un solo cappellaio per bianconigli con un minimo di talento. Tube e Bombette, signora mia.
Io Non Credo.
Credo al cambiamento, ma non al cinismo.
Apprezzo il tradimento delle idee perché ce ne soono di nuove che premono, come stronzi in canna.
Ma non a quella roba, tipo, basta stronzate, prendi un sigaro e spartiamoci il bottino.

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Avvertenza. Questo pezzo non ha ricevuto alcun tipo di editing. Se non vi garba chiamate Lo Scappellato Rinsavito, E i suoi Occhiali da presbite. Io l’ho scritto ora, per chi avrà il piacere di leggerlo.

Viva i refusi alle 3:45 del mattino.

Tropic^ld° is in da hause

C’era la luna a ridicolizzare le pannocchie e le mie lacrime. E sotto Marte, grosso e rosso come il puntatore laser di un fucile.
Ero in ciabatte in mezzo alle campagne.
Per i soliti motivi, che non ripeto.
Sono a andato via puzzolente, con le scarpe da cuoco, un calzino sì e uno no. La tuta padellata d’olio e farina, capelli e barba unti.
Ho camminato, ed ero lontano dai bambini. Senza credito, senza speranza.
Inoltre il computer nuovo era misteriosamente andato in palla mentre compravo le cicche all’Arci.
Dentro c’erano cento pagine del lavoro che mi tiene lontano da qui. Non per sempre.
Ho ancora, calcolo, circa cinque amici. Definendo amici stretti quelli che puoi chiamare a qualsiasi ora se hai un problema grosso.
Tre femmine e due maschi.
Mi hanno accolto le ragazze a un ora che faceva schifo anche a se stessa.
Lì in preda a doppia ansia ho smontato il laptop a rischio di fottermi la garanzia. Niente bagnato.
MA
mistero: testiera fuori uso. Quando una delle amiche si è alzata io ero nella merda più nera. Dovevo scrivere, dovevo vedere i figli, dovevo dormire. Erano le otto e mezza: mi sono buttato nel letto sfatto e vuoto.
Dormo un po’, mi lavo e vado dai miei, pensavo.
Invece ho passato il pomeriggio a rovinare loro il pomeriggio.
A una certa, senza essermi lavato, mancante di un calzino di merda, sempre Sono sceso a cercare un negozio di cinesi.
Avevano armi, fantasmini, oppio grezzo e bocchini a cinque euri, ma tastiere no. Al quarto bazar, mentre pensavo che non voglio vivere in un mondo dove certi negozi vendono solo fantasmini, o trovato una tastiera blue tooth. Hanno capito che giravo da un po’ le scimmie gialle rotte in culo.
-scian schun scioi?
-oi oi vai vai.
Brutto segno quando parlano una lingua del cazzo davanti a un italiano. Inoltre la mia mamma che mi ha trasmesso quasi tutto ciò che ho di brutto dentro, il resto ce l’ha messo babbo. Io poi ho fatto a giunta. Comunque mi madre mi ha insegnato che è maleducazione parlare in limoncello davanti a uno che non lo parla, e anche parlarsi all’orecchio.
Infatti.
-Benti evro.
-come?
-Benti evro.
-Ho capito, dicevo come, tipo, esticazzi.
-Io no capito.
Un tastierino del cazzo benti euri? E quando scopro che, sapete le tastiere, sopra ogni tasto c’é tipo una lettera o un simbolo.
Anche il tastierino dei limoni a benti euri.
Peccato che non corrispondano a nulla che un mammifero possa riprodurre con l’organo deputato alla fonazione. Dgt. freccetta e viene zigrinatura. Premi parentesi e appare l simbolo del medio alzato mediorientale.
A quel punto la mia mente ha vacillato. Mi disgustavo per il puzzo. Il tastierino funzionava su altri computer, sebbene a casaccio, ma su mio no.
Cambio la password microsoft morisse subito insieme a fb.
Perché la tastiera del laptop riesce a riprodurre cinque o sei lettere.
Sono un genio del compiute, penso. E poi smetto di pensare ciò.
A quanto pare questi nazisti che ti obbligano a metterti la password anche nel buco del culo (ne ho una per cagare e una per gli input, tipo supposte diti e il resto secondo gusti inclinazioni.
Sento il mio vicino di cervello immaginario.
-Inclinazioni una ricca sega, popò di frogio. Continua a mettici i diti ner buostretto, vedrai ci pigli ir vizio!Ir mi cognato Aristide, omo di famiglia, quattro figli, ora è scappato cor parrucchiere. Una figura ar barre. Intendiamoci. Un ber trans, è diverso. E’ la topa del futuro!
Personaggio piuttosto volgare il mio vicino di cervello immaginario.
Dicevo, quei nazi eccetera, hanno deciso che la pass sul mio laptop non è quella valida per tutto, ma solo quella di amministratore locale.
A questo punto, prima tratto male le mie amiche, chiedo loro di farmi l’eutanasia, che pretendo di morire subito, che non mi uccido perché Pepo e Nepi non vogliono ma che…
Loro mi permettono di tiranneggiarle un po’ quando barboneggio da una non casa mia all’altra (sempre non mia) carico di sporte, puzzone, e con un calzino solo. Però poi io preparo dei cocktail che non hanno l’eguale ed esse: svengono, vomitano, mi perdonano.
Ma ieri ero molesto come il famoso fijo der culo, mio caro amico poi annegato in una cascata.
Così ho cominciato a insultare Bill Gates e la morbidezza del califfato nei suoi confronti.
Sono quindi passato a insultare il prestigioso unigenito figlio di Geova e se gli erano rimaste le palle doveva darmi la morte. Sempre sotto gli occhi allibiti di questo barbone che gli colonizzava casa, spadroneggiava e le zittiva se lui non riusciva a smanettare in pace bestemmiando al tempo stesso.
Il mio inconscio ha creato una canzoncina che fa così:

Datemi la morte immediatamente (3)

Datemi la morte

ORA

Se non me la date vi sgozzo la famiglia

Se non me la date accido a piccirilla

Potrei prenderci gusto e a voi che ve ne viene?

fatemi schiattare: ora!

In poco tempo le amiche si rendono conto che è giusto che crepi, e mi sostengono in coro durante il mio inno alla morte di me.
Presto diventò un inno alla loro morte anche,perchè quella musichina giuliva faceva venire a tutti voglia di morire in francese, e non si capiva una mazza perché ciascuno alzava al cielo le variazioni sul tema più adatto al proprio caso visto che invocare la morte è questione di religione, e di imporvvisa disperazione. O di problemi al computer per la seconda volta in un mese canche se lo tratti come le cose sante.
Nel frattempo continuavo a chiedere l’eutanasia, a smanettare su due pc più un tastierino cinese coi tasti in aramaico fonetico.
Cominciai a dondolare facendo mmmm colla bocca piena di colla, ed erano le dieci di notte quando ho smesso.
Nessuno di noi tre è morto, l’altro giorno.
Svariate avventure dopo giunse il mattino.
Pultroppo.
Stamani dovevo morire, per un po’.
Non come Casalingo Moderno, ma come l’uomo sfasciamacchine, il padre che non sa, e almeno sa di non sapere.
Dovete sapere che io ho molte identità non strettamente digitali.
Credo in un certo grado di compartimentazione, e che le identitò multiple possano essere la salvezza di un uomo, no distruggergli la mente.
La prima di identità ha vent’anni.
La usavo per mettere musica e fare musica.
Forse qualcuno sa chi sia Tropicaldo.
Ma nessuno conosce la sua storia.
Tropicaldo è un principe orfano; governa su un atollo dove in realtà non c’è nessun altro della sua tribù.
C’era stato l’unico e segretissimo esperimento nucleare italiano, Tropicaldo è appunto il figlio di un ufficiale della marina che non aveva mai sparato in vita sua. Aveva cominciato come cuoco di bordo e ancora si divertiva a preparare profumatissimi ragù di oloturia per i commilitoni.
Conobbe, l’ufficiale gentil cuoco, una indigena splendida e scureggiona. Ella, a nome Ernia, suonava una chitarra a 39 corde accordate, come voleva una segretissima tradizione, quasi tutte a pene di segugio.
Li conoscete gli italiani.
Tropicaldo non li conosceva.
Prima di accendere il raudo atomico, si trastullarono con presunti problemi tecnici.
Trombavano e cucinavano. Nascevano bei figli, spesso.
Tropicaldo voleva imparare la chitarra dell’Atollo Latta di Sugo. Non ci riusci!
La madre lo mandò in culo, ma Tropicaldo capì che doveva andare a comprare il giornale.
Questo era strano, visto che né il concetto di compravendita, figuriamoci l’idea di “giornale” nell’accezione generica o in quella Montanelliana era sconosciuta agli indigeni.
Avevano una scrittura rudimentale sull’Atollo Latta di Sugo.
Se c’era qualcosa di urgente essi vergavano degli strani segni sui propri escrementi: la sabbia era così leggera che bastava un peto di granseola a cancellare l’alfabeto degli Enterogermin, così si chiamavano i placidi abitanti dell’atollo nella loro lingua.
La parola significava, secondo gli studiosi più accreditati della lingua Enterogermin: acqua amara che ti aiuta a non cagarti addosso. Esperti, si fa per dire. Uno era il cappellano del sottomarino, l’altro era il pusher dell’isola.
Un tizio col nasone capace di distillare un liquore di cocco nel quale faceva macerare alcune alghe e il fegato di una murena velenosa, uno sballo ignorantissimo capace di alterare la struttura spaziotemporale dei suoi clienti. In pratica una droga ideale per un posto dove l’oblio era richiestissimo. Non erano stati inventati i puzzle né il rubabandiera.
Così i tossici Enterogermin sbattevano le palpebre e passavano dieci anni, uscivano a pesca, venivano divorati da un pesce, ed era passato un soffio di luce. Siccome il liquorino truccato lo prendevano tutti, non era raro vedere gente fare cose strane. Una volta si misero in trenta a leccare una palma centenaria per consumarla.
Ci vollero tre generazioni, o tre giorni.
In pratica a Latta di Sugo nessuno sapeva chi stava facendo cosa con chi o chi era figlio di cosa. La storia locale era un delirio. 1220 cartelle incise nella merda con uno steccolo sulla contemplazione della crescita dei coralli.
pusher guadagnava miliardi di conchiglie, ce n-erano tuttavia talmente tante che il povero spacciatore si faceva un culo tanto per fare il liquore , uccidere le murene alla maniera tradizionale, vale a dire togliendo denti al pesce e soffocarlo inserendo la sua testa nel proprio ano. I drogati dovevano andare a fare un bagno nell’acqua verdina e raccogliere conchiglie da centomila. a volte regalavano al pusher maionese di uova di gabbiano e aceto di cocco. Non esplose mai la mania dell’amburger senza h, perché non c’erano mutine sull’isola.
Il pusher pensava ci fosse qualcosa che non tornava, ma non capi’ mai a fondo le fluttazioni del valore della moneta.
Prima dell’esplosione gli Enterogermin vollero istoriare il sommergibile della loro antichissima storia, tramandata sulla merda umana un millennio dopo l’altro.
Presto il mostro rivettato venne decorato dalle merde multicolori degli Entero. Molti mangiavano coralli, e li cagavano. Cosi’ l’istoriata storia dipinta di scoria sul sottomarino Italiano era multicolore. Marrone, rosa, e giallo. Il bellissimo bambino chiamato Tropicaldo come il nonno contadino dell’ufficiale, si bevve una tazza di Batida Locale. Come tutti. Il sottomarino che recava le gesta di quel nobile popolo ( in effetti trascurabile e pernicioso) si immerse nel buio: dopo duecento metri a causa dell’acqua non c’era traccia delle gesta eroiche di quel popolo mite incapace di accordare una chitarra a 39 corde. probabilmente anche le gesta e perfino la religione, per quanto ne sapevano potevano essere sognate da quegli scoppiati il giorno prima.
Gli Enterogermin che sarebbero stati assunti tutti all’inps.
Sarebbero.
Dopo venti miglia marine di navigazione c’era il nostromo al timone,attentissimo agli strumenti mentre beveva un boccale di cocco alghe e fegati.
Mentre moriva stava tornando indietro nel tempo.
Alcuni si erano congelati nel momento precedente all’esplosione, e benche’ il loro corpo fosse ridotto a brandelli di atomi, loro sono ancora li’ a molestare una pentola.
A tagliarsi le unghie con la motosega.
Da Latta di Sugo si vide una colonna di fuoco che si apriva in alto.
Tropicaldo la chiamava la palma atomica, non avendo mai visto un fungo.
Non mori’ ma qualcosa gli successe, perche’ riusci’ a scordare nel modo corretto la chitarra a 39 corde.
Suonava per i granchi mutanti e I topi mutanti importati dal sottomarino italiano.
Granchi e topi si mangiavano a vicenda. Lasciando pesce e cocco a Tropicaldo.
Si fece un chiodo di pelle di corallo e divenne punk.
Filando merda di paguro tricefalo si fece cucire dai topi una camicia avaiana.
L’isola era piena di lattine di birra Peroni vuote e piene. E anche di pizze e mandolini.
Nessuno sa quanto tempo sia passato.
Tropicaldo sembra sempre un ragazzo.
A volte delfini e cavallucci marini enormi portano ragazzi e ragazze che accendono fuochi e lo ascoltano suonare. Poi si accoppiano con lui.
Cosi’ Tropicaldo canta un paradiso distrutto in una lingua incomprensibile a gente che forse non esiste.
Stamattina mi sono trasformato in lui.
E sono stato meglio.

Potete darmi torto?IMG_9255.JPG

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AVANZGUARDIA! IL FOTOROMANZO (prima parte)

il Casalingo vince l'ansia inneggiando alla bestia

il Casalingo vince l’ansia inneggiando alla bestia.

Il Casalingo Moderno maledice il governo e GIove Pluvio: il suo intervento fermerà la pioggia per la notte intiera

Il Casalingo Moderno maledice il governo e GIove Pluvio: il suo intervento fermerà la pioggia per la notte intiera.

Il gesto; accanto alla freccia la mano guantata del Casalingo:  si è più puliti quando nessuno ti convince a lavarti

Il gesto 1                                                                   Accanto alla freccia la mano guantata del Casalingo: si è più puliti quando nessuno ti convince a lavarti.

Gesto 2 Una mestolata di sugo sul pane, poi le polpette zuppate nel ragu' all'ultimo momento perché rimanessero croccanti

Gesto 2
Una mestolata di sugo sul pane, tenuto aperto con antica sapienza ( un oretta suppergiù).

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Gesto 3                                                                       Le polpette croccanti tuffate nel ragu’ e adagiate sul pane. Ecco a lei!

Ho fatto solo mezzo giro.
Alle due e mezza, senza aver affrontato tramontana, avevo venduto oltre trenta panini.
Un briao ha lasciato due euri di offerta scusandosi.
“Non ti scusare. Se non ce li hai puoi prenderlo gratis!”
“None, ebbono.”
Gli altri hanno offerto dai cinque ai dieci euro a panino.
In un mondo che valuta tutto in dobloni questa è la prova che le persone hanno capito.
Non mangiavo da almeno un giorno.
Mi sono fermato dietro l’ex Enel per farmi un panino.
Un unico, poetico, ipercalorico, antieconomico tartarughino alla polpetta.
Una tizia collassava in bagno con la finestra aperta.
“Uhhaaa. Uahhh. Uaaaahrggggh!
“Brava!”
“Sttruaraargh!”
003 accende la videocamera per registrare i suoni.
Io avevo talmente fame e il panino di San Ranieri era talmente buono che mi sono strafocato.
Mi è venuto un singhiozzo mortale.
Allora ce ne siamo andati in cerca d’acqua.
Cinque minuti dopo ho chiesto a 003 se avesse lei il portafogli.
Durante la pausa ci avevo trasferito l’incasso.
“Ah” fa lei, “il portafogli.”
“Eh” faccio io, ” il portafogli.”
“Mi sa che era sopra una macchina dove ci siamo fermati.”
Ogni corsa è stata inutile.
Inutile anche domandarsi come mai l’imperscrutabile operatrice non mi abbia avvertito.
La colpa è solo del Casalingo.
Ma il video che segue mi ha colpito duro…

(nella prossima puntata altri video racconti e considerazioni sulla serata…)

CASE LETTI E CASTELLI

senza
Da tre anni e mezzo siamo in quattro.
Potevo aspettare sei mesi e dare un senso di simmetria a questa frase.
Potevo cominciare diversamente.
Comunque dacché siamo quattro, noi Moderno siamo stati felici solo a letto. O quasi.
Specie d’inverno, dopo giornate ripiene di merda infantile, liti coniugali, saggi rimproveri e occasionali sbroccate.
Creavamo il nostro modulo umanoide a catena. Raggiungevamo il nostro nirvana di azzurri riverberi:
Nepitella esterna con la mano sinistra a massacrare la mia ascella destra.
Pepolino a ciancicare il mio orecchio sinistro.
Io in mezzo, come avrete capito.
Salvia esterna, attaccata a noi tramite il SUO orecchio sinistro e la mano del Piccolo.
La camera si saturava alla svelta di vapore acqueo che appannava i vetri manco una caldera da venti litri a bollore.
I nostri odori, mischiati e interiorizzati, lavoravano sull’inconscio.
A parte il costante aroma di cacca fresca che alle volte ci accompagnava fino al cambio del mattino dopo.
E occasionali peti da chiamare il 113.
E chiazze di vomito e urina piuttosto rare.
Ho imparato in un romanzo americano che la polvere casalinga è composta al settanta percento di pelle umana.
Nella nostra quadrupla, si toccava il novanta minimo. Il restante dieci percento era gas intestinale, merda nebulizzata e muffa mortifera.
Ci nutrivamo l’uno dell’altro, senza morderci. Se non in rare occasioni.
Salvia sceglieva il film, il più brutto del mazzo.
Toro Scatenato su Iris; La dottoressa Ci Sta Col Colonnello, su Raimovie.
“Quale vuoi amore?” chiedevo io, tanto li conoscevo a memoria entrambi.
“Veramente metti un po’ su…”
Panico.
Riusciva a tirare fuori delle cagate, ma di una bruttezza talmente scialba e fracica che uno non si faceva nemmeno la risata involontaria. No, foche ammaestrate che salvano famiglie di crucchi da, che cazzo ne so, altre foche, ma ammaestrate male.
Gialli (?) con gli attori di Un Posto Al Sole.
Maratone di Un Posto Al Sole.
Castellitto, che è un genere a parte, orrendo.
Tutti Pazzi Per Amore, che è una merda.
Quell’attrice un po’ nasuta e pallida nel ruolo della ninfomane mi arrapa non poco. Però c’è Solfrizzi.
Quello che: anche se faccio i miliardi colle fiction ti faccio vedere che vengo dal teatro e parlo impostato anche quando ti dico apri il bagno amore sennò ti cago a spruzzo sulle scarpe nuove.
Solfrizzi pessimo.
Ma niente rispetto a Pupetta.
Io l’ho vista l’Arcuri, tutta sudata sui cubi del Cocoricò. Era meglio.
Poi è andata a farsi manipolare a casa di Silvio e ora è la regina delle fiction.
L’avrei fatto anch’io al suo posto.
Non è vero.
Salvia deteneva il potere assoluto sulla prima serata, ma io sceglievo il secondo film e poi non importava.
Fino alle dieci sembrava di stare in mezzo alle Ramblas di venerdì notte.
Lentamente, al ritmo regolare delle scureggie, sopraggiungeva l’ipnosi.
Nepitella rubava un ciuccio e si chetava.
Pepolino russava cogli occhi aperti.
Salvia schioccava le labbra pregustando il sonno.
Io digrignavo i denti come una smerigliatrice fuori asse, tanto me li ero già spianati tutti.
E quegli istanti di comunione fisica, cannibalismo e difetto d’ossigeno prima di crollare erano la nostra felicità.
Ci hanno permesso di affrontare tutte le prove che ci attendevano.
Ci hanno fatto allontanare, a me e Salvia, senza diventare degli estranei.
Questo non sarebbe successo se avessimo avuto una grande casa.
Non parlo di quelle ville orrende, piene di macchine e trattorini tosaerba, e gelida estraneità.
Pensate a un bella casa borghese, piena di dischi e libri. Un attico enorme. O una piccola villa liberty.
Noi ci saremmo persi, e forse mai più ritrovati.
I nostri figli cresceranno carichi di carezze e abbracci e intimità.
Faranno fatica a stare soli.
Gli mancherà la sicurezza di chi ha dormito fin da piccolo a dieci metri di distanza dall’essere umano più vicino in casa.
Hai il tuo spazio, maschietto tutto celeste coi trenini, i librini, i giochini.
Coltivi la tua solitudine sacrosanta. Magari vai a trans da grande.
Ma chi lo sa cosa combinano i miei. Non voglio essere tranciante.
Però la casa dove cresci ti determina. E’ l’espressione più potente della condizione socioeconomica della famiglia perciò è naturale che sia così.
I nostri ottanta metri ben tagliati, traboccano di libri, dischi, strumenti musicali, armi proprie e improprie, scatole colme di segreti, scatole vuote, scatole colme di scatole.
E noi, che ci ammucchiamo sotto il piumone in quattro manco il lettone fosse un caricabatterie.
Ho la schiena a pezzi.
Tante volte ho dormito con le mani incrociate sotto la testa perché mancava lo spazio per stendere le braccia.
Tante volte sono andato in esilio, nell’ipotetica camera dei piccoli. A fissare il muro ricoperto di coniglietti felici fino all’alba precoce di giugno.
E un paio di volte li avevo svezzati i bimbi, insegnando loro il piacere di una favola e un letto tutto per sé.
Ma nulla. Salvia li riportava nel lettone e mi mandava a guardare il muro.
Nell’ultimo anno, veramente brutto, abbiamo persino tolto il secondo letto dalla cameretta.
-Tanto ingombra e basta.
-Tanto ingombra e basta.
-Tanto loro…
-Tanto loro.
Io e Salvia, abbiamo capito da poco che dobbiamo farci il culo, metterci più forza, perchè siamo andati troppe volte troppo vicini al disastro. Perché è tutto nelle nostre mani.
Perché i bimbi hanno tante figure amorevoli ma hanno bisogno solo di noi.
E noi non abbiamo che l’uno per l’altra.
Figuratevi che la famiglia l’ho tenuta unita io, che andavo via di casa a settimane alterne.
Per tacer del resto.
Tra il capire e il cambiare, ce ne corre.
Così quando mi dice, la Salvia, vieni che andiamo a portar via il letto, io penso, ci siamo, cioè, non mi butti fori di casa, ma mi lasci senza letto.
Il messaggio è chiaro.
-Tanto poi si va all’Ikea e compriamo i letti.
-Uno di questi giorni?
-No. Mercoledì.
E così è andata. E sabato quell’altro li ha montati mentre dormivo.
In oltre dieci anni insieme, sarà successo tre volte che io dormissi il sabato mentre lei faceva qualcosa in casa.
Mi alzo con la schiena talmente fottuta che mi si tronca il respiro, Parlo come Fracchia affondato nel puff di fronte al capufficio Gianni Agus.
Finalmente riesco a vivacchiare e, sorpresa, i letti a castello. Bellissimi. Color Metallo. Se ti dicono di disegnare un letto a castello lo disegni così.
“Vabbè. Mi tocca dormire qua. C’è di peggio.” penso.
I primi giorni ho avuto ragione.
Pepolino faceva il pirata sulla scaletta rischiando il collo, come sempre, solo che prima non c’era una scaletta che portava a un letto. Saliva reggendosi con una mano, sparandomi coll’altra dalla sua magnum cromata e immaginata.
Nepitella finisce sei anni tra un mese, e si comporta come una dodicenne.
Compresi insulti e pernacchie, e rispostacce ai genitori. Ma la notte ruba ancora i ciucci.
E infatti ci andava a fare i cavoli sui a letto, tipo giocare, leggere, cantare.
Ma poi, correva nel lettone a massacrarmi l’ascella.
Domenica questa, l’altro giorno, mi sono svegliato nel letto a castello dopo una settimana e una notte infernale.
-Babbo!
-E.
-Vojo i lattecioccio. Tennò ti pparo ne cuore!
-Che cascio voi. Va rompirca’ tuma’.
Oh. Se parla a cazzo lui, potrò anch’io, o no?
Che poi parla benissimo. E solo pigro, il bastardo.
Avevo dormito quattro ore. Mi sono alzato e gli ho dato il latte col cioccolato.
La giornata è passata, e loro hanno dato il peggio, come sempre in pubblico.
Una funzione matematica lega il comportamento dei miei nani al numero di persone che stanno con loro.
Soli con me son perfetti.
Quando hanno mamma e babbo sono proprio stronzi, sia detto dico senza acrimonia.
Tanto stronzo lo dicono già. E prima che capiscano il termine acrimonia mi auguro passi almeno qualche mese.
Figuratevi ad una tavolata di venti persone con bastoni, burroni, amache, boschi.
Pepolino si tuffava dalla lumaca, come gli garbava chiamarla. E continuava a minacciarmi.
-Te vai via co un’attra mamma, ti paro ne cuore colla ppada.
-Non puoi. La spada non spara, amore. E poi babbo non va via con nessuno.
Invece me ne vado di pomeriggio e torno di notte.
Una volta tanto a divertirmi e non perché mi cacciano di casa.
E ci riesco, a divertirmi.
Torno e zuppo la chiorba nella camera matrimoniale.
Buio.
“Non vogliono che rompa coi miei libri” decido, e me ne vado in camerina.
E.
Pepolino e Nepitella stanno nei loro letti.
Uno per uno, e quello giusto per ciascuno.
Dormono in pace.
Allora accosto, mi spoglio in corridoio ed entro nel lettone dalla mia parte.
Sempre circospetto saggio il mio lato. Ci fosse, boh, un omo?
-Naaa. L’idraulico di domenica notte un viene mia a trombà!
E infatti. Salvia mi tira i calci. Forse sogna di nuotare.
Poi mi appoggia un braccio in grembo.
E io glielo prendo. E gli do un bacino al dorso della mano.
E ci parlo dentro come fosse un registratore.
Tanto dorme e non sentirebbe comunque perché l’orecchio che mi porge nel sonno è quello operato, parecchio duro anche da sveglia.
-Sei stata eccezionale. Cazzo, mi hai lasciato così.
E non vedrà mai che faccia ho fatto.
E nemmeno io, perché non si specchiava nel suo sguardo.

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