Cerchi, mani,orecchie, palazzi, spirali.

100CANON

I figli piccoli, privi del pensiero astratto, non riescono a concepire la fine dell’amore dei loro genitori.
Eppure lo capiscono.
Non serve essere astrofisici per guardare le stelle, giusto?
Se ne accorgono, dunque, e se tutto va bene, danno la colpa ai genitori.
Il più delle volte però, danno la colpa a sé stessi, la caricano sulle loro candide e fragili spalle.
Se litigano per me, deve essere colpa mia.
E no, non ho letto un solo libro di pedagogia, psicologia infantile o puericultura.
Perché?
Pseudoscienze del cazzo.
I fondamenti della matematica non cambiano ogni due anni e nemmeno ogni venti.
Dalla mia nascita ad oggi le teorie sono cambiate, eccome.
Non si allattava al seno, si lasciavano i neonati a piangere nelle culle, c’erano i parti programmati. Abbiamo l’ossitocina, perché mai dovremmo aspettare che questo stronzetto abbia voglia di nascere alle tre di notte e con la luna piena, che viene anche di domenica a ‘sto giro.
Programmiamo i parti orario ufficio dal lunedì al venerdì, e se l’ossitocina non basta, cazzo, prima della fine del turno lo tiro fuori col forcipe.
Così sono nato, senza averne voglia, alle tre di pomeriggio, strappato all’utero con la pinza.
E’ opinione comune che non mi sia ancora ripreso.
Sicché mi regolo come voglio, come padre.
Credetemi, fate quello che ritenete giusto coi vostri figli, e se potete ingozzateli d’amore, che male non fa di sicuro.
Solo un paio d’anni fa, queste frasi avrebbero avuto una luminosa aura di orgoglio allo xeno.
Invece.
Guardo la catastrofe del mio rapporto con Salvia negli occhi dei miei figli, e smetto di sognare.
Sognare di amarsi senza stare insieme. Senza dormire insieme.
O di dormire insieme senza amarsi fisicamente. E magari giacere con una persona, la si ami o no. Tutti insieme appassionatamente.
Sognare di sospendere il rancore e i litigi quando si sta insieme.
Sognare di poter sognare quello che voglio.
La famiglia è violenza?
La famiglia allargata è uno stupro di massa dove ad allargarsi è spesso il buco del culo di un minore.
Anche le definizioni sono una fregatura, come il tubo Tucker, o la mia intera vita, se è per questo.
La differenza tra “amare” e “volersi bene” dovrebbe rappresentare una gradualità che i sentimenti non hanno.
Primo, perché loro, i sentimenti, si inseguono, si accavallano, si ammischiano, ingrossano e si frangono (non di rado sulla faccia di qualcuno) come onde in tempesta.
Secondo, perché tanti ti amo significano ti voglio bene, e non sempre in coppie infelici. Tanti ti voglio bene vorrebbero essere promossi ad amore maiuscolo, quello che richiede cure antifungine e anellini di fidanzamento (di solito in rapporti irrimediabilmente infelici).
Non parliamo dei ti amo che significano ti odio: non mi interessa la norma.
Ti voglio bene.
Se ci fate caso, t.v.b. esprime un concetto che non è compreso sempre nell’amour fou, così egoista ed esclusivo.
Voglio il tuo bene, anche se tu non mi vuoi.
Che nobiltà.
Ma anche se IO non ti voglio.
Che fregatura.
Un guazzabuglio linguistico inestricabile.
Infatti lingue precise come l’Inglese usano il verbo LOVE per entrambi i sentimenti, e le gradazioni le desumono dal contesto, come siamo costretti a fare tutti, qualunque lingua parliamo.
Come fanno Nepitella e Pepolino.
Ciascuno a modo suo.
Ciascuno solo a suo modo.
Per loro è la mancanza di un fluido nel quale sono nati e rimasti immersi, e hanno cercato di sguazzarci anche quando il livello si abbassava a vista d’occhio.
Ora sperimentano la crudezza del muoversi in un gas secco chiamato atmosfera.
Non controllano le reazioni.
Sbattono da tutte le parti.
Salvia.
Lei avrebbe potuto crescere, perché il dolore fa crescere, non ha ancora capito se vuole farlo o meno.
Io.
Devo diventare o rimanere me stesso ogni giorno, sicuro delle delle mie colpe , in transito esistenziale da quello che alza la mano gridando io io, alla domanda: “Chi vuole rinunciare a sé stesso per il bene degli altri?”
A cosa?
Tanto il trucco non riesce.
Prima o poi scoppio, causando morti e feriti.
Una tendenza che risale a quando volevo compiacere i miei genitori; tutto purché smettessero di urlare, tornassero a sorridere.
Un cagnolino scodinzolante, pronto a ballare la polka per un bravo e un biscottino.
Non voglio l’applauso, la stima, o l’amore dei miei genitori. Ora.
Gramigna s.n.c non si sono separati.
Ma rivivo il dolore dei miei bambini tornando alle ore passate con le mani premute sulle orecchie e la testa tra le ginocchia, aspettando che i miei smettessero di urlare.
Ma le urla superavano sempre le mani e si piantavano dentro di me.
L’ultima volta che ho controllato erano ancora lì.
Non puoi essere un buon padre se non contieni il bambino che eri, con tutti i rischi del caso.
Perché lo stesso cinno con le mani sulle orecchie è quello che ti spinge a rinunciare a te stesso purché tutti siano soddisfatti, te escluso, chiaro.
Parlo di me e penso ai miei figli.
Il cerchio si chiude?
Non è un cerchio.
Gramigna s.n.c non si sono mai separati.
Le violenze che ho subito non sono quelle che ho causato.
Semplificare è dannoso e allettante, per uno che abita nella casa paterna, da padre, e suo malgrado da figlio.
L’illusione di un destino creatore di criceti ti lascia abbandonato alla merda che ti circola in testa.
Le urla che Salvia mi lancia addosso come cocci di bottiglie rotte devono essere colpa mia, anche se non rispondo, anche se non è vero. Ma se mi prendo la colpa e sarò un bravo bambino, potrò togliermi le mani dalla testa e usarle per costruire il mio palazzo.
Grandi finestre a bovindo, con sedute di cuoio rosso protese verso il cielo inquieto del nord.
Mattoncini e legno, fuori.
Stanze, solai e cantine, dentro.
Posti da condividere, gradini scricchiolanti e bui.
Stanze accoglienti, per chi voglio io.
Cucine piene di conserve e padelle di rame stagnato, con un tavolo di legno magico, capace di ospitare dalle due alle sedici persone senza sembrare mai troppo grande o troppo stretto.
Ogni camera avrà una porta e ogni porta avrà una chiave, che garantirà tutti la solitudine sublime, quella che cerchi tu, per perderti nei tuoi pensieri.
Per farti una pippa.
Per stare un mese senza lavarti e uscire dal bozzolo con una nuova livrea, pelle tenera e profumata, elegante e sorridente.
Non è un cerchio, ma una spirale.
Resta da capire se si sviluppi verso l’interno o l’esterno.
A percorso concluso è solo questione di punti di vista.

10 thoughts on “Cerchi, mani,orecchie, palazzi, spirali.

    • certo. I cerchi sono rassicuranti, anche. Ma se la spirale fosse, non ricordo il termine matmatico, ma, passamelo, a sviluppo negativo, dal fuori al dentro, ti troveresti di nuovo senza via d’uscita. grazie mille.

  1. Esistono due versioni di ET L’extraterrestre, la prima dell’82 e quella rimaneggaita, per festeggiare i vent’anni, del 2002. Non mi soffermerò sulle pistole che nella seconda versione diventano radioline fra le mani (nella nota posizione “a presa di calcio”) degli agenti che seguono i bimbi in bicicletta nella scena della fuga di Eliot e Et redivivo.
    è il doppiaggio quello a cui penso. Nell’edizione italiana del film del 2002 cambiano anche le voci, e molti dialoghi, battute. A memoria, nella scena in cui Micheal e i suoi amici giocano a carte e ordinano una pizza con la radio accesa, poi Gerti che dice “gliel’ho insegnato io” invece del “gliel’ho imparato io” dell’82.
    Ma soprattuttonella scena madre quando Eliot parla a ET ormai morto. Nella versone originale del film, in inglese, Eliot dice: ” ET…… I love you”. Nel film dell’82, quel I love you è stato tradotto così: ” ET…….io ti amo”, preceduto da “penserò a te sempre ogni giorno della mia vita”. Nel 2002, così: “crederò a te sempre ogni giorno della mia vita…..ET……ti voglio bene”. Cosa cambia? Et io ti amo avvicina Eliot (e il film) al personaggio di dreyfuss in incontri ravvicinati del terzo tipo e alla sua montagna che da visione riprodotta pure nel salotto di casa diventa reale (perchè lo è). Perchè penso a una telefonata quando sento Eliot che dice “Et ti voglio bene”?

  2. Esistono due versioni di ET L’extraterrestre, la prima dell’82 e quella rimaneggaita, per festeggiare i vent’anni, del 2002. Non mi soffermerò sulle pistole che nella seconda versione diventano radioline fra le mani (nella nota posizione “a presa di calcio”) degli agenti che seguono i bimbi in bicicletta nella scena della fuga di Eliot e Et redivivo.
    è il doppiaggio quello a cui penso. Nell’edizione italiana del film del 2002 cambiano anche le voci, e molti dialoghi, battute. A memoria, nella scena in cui Micheal e i suoi amici giocano a carte e ordinano una pizza con la radio accesa, poi Gerti che dice “gliel’ho insegnato io” invece del “gliel’ho imparato io” dell’82.
    Ma soprattuttonella scena madre quando Eliot parla a ET ormai morto. Nella versone originale del film Eliot dice: ” ET…… I love you”. Nel film dell’82, quel I love you è stato tradotto così: ” ET…….io ti amo”, preceduto da ” penserò a te sempre […]”. Nel 2002, così:”crederò sempre a te……….ET……..io ti voglio bene”. è probabile che non c’entri un cazzo ma Et io ti amo mi avvicina di più Eliott al personaggio di Dreyfuss in incontri ravvicinati del terzo tipo con quella montagna che da visione, riprodotta pure nel salotto di casa, diventa reale (perchè lo è). Lui non è che ci credesse, ci pensava sempre a quella montagna. Poi, c’ha creduto. Alla montagna e agli alieni.

  3. “stanze accoglienti per chi voglio io”, per me, ne vale la pena. Più dell’affermare egoistico se stessi. Boh, la felicità è sopravvalutata, io preferisco quelle “grandi finestre a bovindo, con sedute di cuoio rosso protese verso il cielo inquieto del nord.”

    • sottoscrivo in pieno sulla felicità. Volevo descrivere un mondo ( una persona) che sia accogliente ma anche capace di chiudersi il mondo fuori, o di contemplarlo in solitudine dalle sedute nelle finestre sorseggiando te nero al latte fino a perdere ogni cognizione di sé (via occidentale all’illuminazione). Non felicità, non necessariamente. Ma saper accogliere il mondo e isolarsi quando serve. Grazie del commento. a presto. forse stasera.

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