Bambini

IMG_3351Cominciamo ad avvicinare passato e presente. Mentre il futuro, sicuramente pessimo, ci è ancora ingnoto.

Un anno e rotti fa, Ospedale di Cisanello.
Pepolino era propenso a cambiare babbo.
Questa storia della malattia non gli piaceva.
E neanche la mezza scusa della convalescenza a casa dei miei.
Come, stai due mesi in ospedale a combattere i mostri nel sangue, e poi non vieni a casa?
La questione era aggravata dal divieto di visita ai bambini al reparto infettivi.
Per oltre cinque settimane le mie condizioni non mi avevano permesso di uscire a incontrarli.
Finalmente mi concessero l’uscita, una domenica di novembre, clemente e assolata.
Ricordo la sua corsa tra i pini per gettarsi tra le mie braccia, oltre la sedia a rotelle. Tra le mie braccia ancora forti.
Addosso a me si è addormentato quasi subito, nel giardino dell’ospedale, dopo avermi sussurrato:
“Babbo se non torni a casa non rispondo di me”.
Lui, che diceva dallo al posto di giallo, tanco per stanco, tai per sai.
Un catalogo di difetti di pronuncia, era Pepolino, ancora nella sua quarta estate di vita.
La disse così bene, quella frase, che mi strinse il cuore.
Certo per quella sua manifestazione d’amore, così minacciosa quanto perentoria, e precisa.
Come se avesse superato gli intrecci di lingua e palato, affinché io non avessi possibilità di fraintendere le sue parole.
Un po’ di ragione ce l’avevo. Lui certo l’aveva tutta.
Pepo aveva fatto uno sforzo enorme per dire ciò che doveva.
Nei giorni successivi tornò alla vecchia pronuncia.
Anche ora, dopo oltre un anno, conserva una certa morbidezza delle esse, ogni volta che la pronuncia se la deve apparecchiare: dà forma alla bocca, cerca l’equilibrio tra lingua, palato e denti.
E comunque sembra un bolognese.
Ma quella volta fu perfetto.
Mi commuoveva la frase in sé, chiaro.
E la consapevolezza che, per la prima volta nella vita dei miei figli, ero stato assente abbastanza da perdermi un passaggio fondamentale della loro crescita.
Non era mai successo.
C’ero io alla prima malattia, alla prima parola, alla prima cacca devastante dopo il pasto di carne e verdura.
C’ero io, sempre.
Feci la mia bella fatica per non piangere.
Nepitella stava in disparte, quel pomeriggio.
Era così mortificata a vedere il suo padre invincibile decisamente vinto, debole, bisognoso.
La bimba stava a qualche metro di distanza, a spaccare pinoli vuoti con lo zio, senza perdermi di vista, almeno di sguincio.
Si avvicinava piano, e all’improvviso mi abbracciò fortissimo, che il tempo della visita era quasi finito.
Passai il bimbo addormentato alla madre e presi lei.
-Facciamo un giro sul babbo a rotelle?
-Ho paura.
-E di che?
-Che ti fai male.
-Ma scherzi? Papà sta ammazzando le bestioline nel sangue. Figurati che quelle che si sono salvate si volevano arrendere…
-E tu che hai fatto?
– “No davvero” ho detto, “così voi andate a fare casini nel sangue delle altre persone, magari entrate in un bambino! Lotta all’ultimo sangue!”
-E allora non torni subito!
-Tra poco potrò lasciare l’ospedale. Sono rimasti pochi fetentoni, ma ora ci penso io, Nepi, stai tranquilla.
-Ma quando torni a casa?
-Ecco. Non lo so. Finché non cammino è meglio che sto dai nonni, che dici?
-Uhm.
-Dai amore, il babbo è tutto per te, sempre, lo sai. Per te e Pepolino.
-Ho fatto un disegno per te.
-Grazie,posso vederlo?
-Nepitella fece una corsa fino alla panchina di Salvia e si fece consegnare il foglio. Poi me lo passò solennemente.
Eravamo noi quattro. Io più lontano e più grande, unito alla famiglia dalla mano della bimba.
Nel disegno pioveva, l’arcobaleno attraversava il cielo, sullo sfondo un piccolo sole. In nostri corpi erano isolati dal mondo, e dall’acqua, certo, tramite uno spesso contorno azzurro.
-Bellissimo Nepi, ma questi che sono?
Lei sorrise, con quei sorrisi misteriosi, senza età, che sa fare da quando ha lasciato la pancia di Salvia e mi ha fissato la prima volta a testa in giù, tenuta per i piedi dall’ostetrica.
-Babbo che fai non capisci? Quando piove, per non bagnarci, ci mettiamo l’impermeabile!
-Ah, scusa!
Gli impermeabili che proteggono, ma isolano pure.
Ti tengono al riparo dagli altri.
Solo io e lei, attraverso le mani, eravamo uniti, protetti dalla pioggia, isolati dal mondo, e dai suoi pericoli.

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