Cronache di figlicidi

isacco
Certe madri stringono i morbidi colli bianchi finché le labbra adorate, boccuccia di rosa bella di mamma soia, si fanno di gelido blu.
Altre padellano la testa abnorme del figlio, solo un lieve ritardo signora mia, decorando le tavernette rustiche di schizzi cremisi informali.
E non dimentichiamo i babbi. Piromani, pistoleri, avvelenatori e spadaccini.
Paesini, villette, corpicini, popolazione sotto choc, solidarietà delle istituzioni, infanzia violata, psicosi del mostro, zingari ladri di carrozzine, pena di morte, inquirenti rinchiusi in bianchi scafandri, si chiude il cerchio, crolla il castello di menzogne.
                                          È STATA LA MADRE!
Vicine Incredule e Vecchie Indignate intasano i palinsesti mentre i corsivisti limano i commenti.
Argomenti buoni per ogni occasione, declinati in ogni possibile variante giornalistica. Dalla seconda persona singolare di Retequattro (ammiccante condivisione di un moralismo da pensionato alla finestra, falsi scoop, titoli irti di punti esclamativi), al rigore impeccabile di “Chi l’ha visto”, capace di conciliare morbosità voyeur e spirito di cittadinanza degno d’un padre costituente.
La qualità è irrilevante. Tutti i discorsi pubblici convergono nella risposta alla solita domanda.
Perché uccidono i propri figli?
La scandalosa presunzione (o malafede) intellettuale dei capoccioni con un libro in uscita non risiede nelle risposte, ma nell’accoglimento di una domanda che è una richiesta di assoluzione per una intera società.
Era una disadattata, era disoccupato, era tanto sola, gli avevano tolto il camper.
Complessi edipici ribaltati e deformati come scritte in un salvaschermo anni Novanta, crisi economica, fine dei valori, ruolo del Padre, depressione della madre.
Percorsi conditi di citazioni weberiane o discorsi tera tera, convergono in un comune invito a rilassare gli sfinteri e lasciar andare un lungo peto liberatorio nella penombra bluastra dei nostri tinelli.
Annaspiamo nel tentativo di contestualizzare la tragedia che è per sua natura scultorea, una sezione dell’agire umano stilizzata, eterna, su sfondo nero.
La coscienza collettiva lavora per estraniare i colpevoli e dimenticare presto le vittime. In modo che al prossimo bambino assassinato possiamo strapparci le vesti e chiederci come mai.
Cominciamo dunque col formulare la domanda corretta:
Perché noi uccidiamo i nostri figli?
La realtà che occultiamo emerge dal nostro retaggio.
La tragedia classica, per l’appunto, e il mito: le fiabe abitate da orchi e streghe e da genitori carichi di una mostruosità banale, quotidiana.
Il babbo di Pollicino porta il figlio più piccolo a morire di fame nel bosco nero, non una, ma tre volte, prima di riprenderlo in casa come nulla fosse quando in famiglia torna il benessere. Lo stillicidio crudele di mille matrigne. I re terrorizzati dai figli minori, le bimbe salvate dai guardiacaccia.
Chi saranno mai questi genitori assassini che vogliono il cuore delle figlie, che mangiano i figli?
Non ci arrivate?
Tutte quelle coccole che facciamo alle nostre creature, con la bocca piena di piedini grassi. Ti mangerei tutto! Di chi è questo bimbo tenerello, da fare al forno colle patate?
A partire dai padri re e pastori, padroni di figli e armenti, fino a questi tempi di inseminazione artificiale e pippe virtuali, c’è una costante nella specie umana: una cosa pelosa oscura e pulsante, una sacca di uova di ragno nel profondo della grotta.
La chiamiamo famiglia, anche se la famiglia è una conseguenza molto variabile del rapporto indissolubile tra i figli e chi li ha generati.
In molti hanno provato a rescindere questo legame: spartani, statalisti hobbesiani, illuministi radicali. Ogni tentativo concreto ha prodotto legioni di autistici anaffettivi.
E allora che fare, signora mia?
Continuare a farsi domande dolorose anche quando riguardano il più grosso figlio di puttana nell’Olimpo dei sentimenti -un attimo di sdilinquimento prego- proprio lui: l’amore.
Amori angelicati contro diaboliche passioni, millenari eroi del wrestling che si battono nell’eterno gioco delle parti, perché la nostra educazione sentimentale si fondi su una psicosi.
Assistiamo alla quotidiana trasmutazione dell’oro in piombo senza comprendere che si tratta dello stesso elemento.
Ho visto le migliori menti delle altre generazioni fornire buone spiegazioni sulla degenerazione della provincia italiana, un tempo sana e forte. Ho letto i resoconti di malattie mentali cominciare nella prima infanzia e poi, dopo anni e anni a covare sotto la vita di padre e marito irreprensibile, esplodere in violenza improvvisa.
Appare il comunicato Ansa sullo schermo e un direttore stempiato chiamerà un redattore.
“Aho, movi er culo e cerca le vecchie.” Comincia la giostra.
Il racconto di un amore corrotto dalla fragilità umana è ingannevole proprio perché è in parte veritiero.
Due cose rendono tutto ciò inevitabilmente dannoso.
Primo: il tentativo di salvare l’idea dell’amore innocente, corretto, pulito in ogni sua manifestazione, attraverso la definizione di amori malsani, eccessivi o carenti.
Secondo: l’attribuzione dei delitti a individui colti da improvvisa follia, o da follia dottamente inserita in un contesto sociale. Lo scopo dell’operazione è postulare la salvezza di noialtri che non abbiamo ancora ucciso, dipingendo a tinte fosche una genìa che cede alle pulsioni più terribili perché dominata da versioni ogm dell’amore pronto a trasformarsi nel suo opposto mentre le unghie crescono in pochi secondi, i denti si fanno zanne, i peli delle mani diventano folti e fluenti.
Certo, abbandonando per un istante il tono da invettiva, qualcuno dei commentatori migliori ha lasciato intravedere una vicinanza, quasi una solidarietà, col genitore assassino, senza riuscire a compiere il passo decisivo. L’identificazione.
Allora lo faccio io. Sono colpevole, mi consegno, venitemi a prendere.
Mille volte sono stato attraversato da pulsioni di morte. Una frazione di tempo variabile, nemmeno tanto piccola. Non mi lasciano scrivere, non smettono di piangere, mi sono fatto un culo così per mettergli le verdure nelle polpette e farne facce che ridono e loro niente.
Eppure, chi potrebbe mai dubitare che amo i miei bambini? Li amo come chi ha assistito al miracolo di vederli crescere meravigliosi nonostante i propri errori.
Li amo.
Ma li ho uccisi tante volte, proiettando il mio gesto oltre lo scappellotto, o la scossa (quella famosa presso gli anglosassoni come babyshamble)
Sono un bravo genitore, e un probabile assassino.
Lo dice la statistica, gli omicidi avvengono in famiglia.
Un figlio ucciso è l’aspetto più appetitoso di un quieto sterminio tra tovaglie di lino e pantofole lise, ma c’è molto altro. Dove c’è amore e vicinanza ci sono tante tragedie pronte ad innescarsi.
L’amore è violento in sé, bifronte per natura.
Ti spinge a donare la vita per proteggere l’amato o a prenderla, la vita dell’amato, sempre per proteggerlo sia chiaro, da un mondo spietato.
Che sia il tentativo frustrato di rendere il nostro amore perfetto e puro come coca rosa non tagliata, a farci sbroccare?
Tipo i vecchi videogiochi. Io ero una pippa e mi suicidavo per frustrazione, ma pure quelli forti ogni tanto valutavano la situazione compromessa.
“Ma che cazzo me ne fotte, mi suicido tanto ho ancora tre pallette (forse da voi si diceva vite). I bambini guardatori annuivano in cerchio sgocciolando acqua di mare sulla pizza rossa e sui piedi insabbiati.
I virtuosi kamikaze andavano a sbattere contro l’astronave madre aliena, perché vedevano compromessa la possibilità di un percorso netto, in termini di uccisioni o avamposti nemici annientati.
Genitori normali, amanti non violenti, ammettetelo.
Ammettete che siete in grado di uccidere, come me.
Accettate la natura di questa forza bruta, totalizzante, per quello che è.
Non una deviazione da ciò che è buono e giusto, non un gemello cattivo, né un record impossibile da raggiungere.
Non è qualcosa che si possa dividere come la pula dal grano, per la nostra tranquillità: la stessa forza muove Superman e Hannibal Lecter.
Sapere che niente ci divide dagli assassini ci aiuterà a non diventarlo?
Forse, un giorno domineremo le nostre mani consapevoli.
E una carezza sul collo sarà una buonanotte, non un addio.

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