CASE LETTI E CASTELLI

senza
Da tre anni e mezzo siamo in quattro.
Potevo aspettare sei mesi e dare un senso di simmetria a questa frase.
Potevo cominciare diversamente.
Comunque dacché siamo quattro, noi Moderno siamo stati felici solo a letto. O quasi.
Specie d’inverno, dopo giornate ripiene di merda infantile, liti coniugali, saggi rimproveri e occasionali sbroccate.
Creavamo il nostro modulo umanoide a catena. Raggiungevamo il nostro nirvana di azzurri riverberi:
Nepitella esterna con la mano sinistra a massacrare la mia ascella destra.
Pepolino a ciancicare il mio orecchio sinistro.
Io in mezzo, come avrete capito.
Salvia esterna, attaccata a noi tramite il SUO orecchio sinistro e la mano del Piccolo.
La camera si saturava alla svelta di vapore acqueo che appannava i vetri manco una caldera da venti litri a bollore.
I nostri odori, mischiati e interiorizzati, lavoravano sull’inconscio.
A parte il costante aroma di cacca fresca che alle volte ci accompagnava fino al cambio del mattino dopo.
E occasionali peti da chiamare il 113.
E chiazze di vomito e urina piuttosto rare.
Ho imparato in un romanzo americano che la polvere casalinga è composta al settanta percento di pelle umana.
Nella nostra quadrupla, si toccava il novanta minimo. Il restante dieci percento era gas intestinale, merda nebulizzata e muffa mortifera.
Ci nutrivamo l’uno dell’altro, senza morderci. Se non in rare occasioni.
Salvia sceglieva il film, il più brutto del mazzo.
Toro Scatenato su Iris; La dottoressa Ci Sta Col Colonnello, su Raimovie.
“Quale vuoi amore?” chiedevo io, tanto li conoscevo a memoria entrambi.
“Veramente metti un po’ su…”
Panico.
Riusciva a tirare fuori delle cagate, ma di una bruttezza talmente scialba e fracica che uno non si faceva nemmeno la risata involontaria. No, foche ammaestrate che salvano famiglie di crucchi da, che cazzo ne so, altre foche, ma ammaestrate male.
Gialli (?) con gli attori di Un Posto Al Sole.
Maratone di Un Posto Al Sole.
Castellitto, che è un genere a parte, orrendo.
Tutti Pazzi Per Amore, che è una merda.
Quell’attrice un po’ nasuta e pallida nel ruolo della ninfomane mi arrapa non poco. Però c’è Solfrizzi.
Quello che: anche se faccio i miliardi colle fiction ti faccio vedere che vengo dal teatro e parlo impostato anche quando ti dico apri il bagno amore sennò ti cago a spruzzo sulle scarpe nuove.
Solfrizzi pessimo.
Ma niente rispetto a Pupetta.
Io l’ho vista l’Arcuri, tutta sudata sui cubi del Cocoricò. Era meglio.
Poi è andata a farsi manipolare a casa di Silvio e ora è la regina delle fiction.
L’avrei fatto anch’io al suo posto.
Non è vero.
Salvia deteneva il potere assoluto sulla prima serata, ma io sceglievo il secondo film e poi non importava.
Fino alle dieci sembrava di stare in mezzo alle Ramblas di venerdì notte.
Lentamente, al ritmo regolare delle scureggie, sopraggiungeva l’ipnosi.
Nepitella rubava un ciuccio e si chetava.
Pepolino russava cogli occhi aperti.
Salvia schioccava le labbra pregustando il sonno.
Io digrignavo i denti come una smerigliatrice fuori asse, tanto me li ero già spianati tutti.
E quegli istanti di comunione fisica, cannibalismo e difetto d’ossigeno prima di crollare erano la nostra felicità.
Ci hanno permesso di affrontare tutte le prove che ci attendevano.
Ci hanno fatto allontanare, a me e Salvia, senza diventare degli estranei.
Questo non sarebbe successo se avessimo avuto una grande casa.
Non parlo di quelle ville orrende, piene di macchine e trattorini tosaerba, e gelida estraneità.
Pensate a un bella casa borghese, piena di dischi e libri. Un attico enorme. O una piccola villa liberty.
Noi ci saremmo persi, e forse mai più ritrovati.
I nostri figli cresceranno carichi di carezze e abbracci e intimità.
Faranno fatica a stare soli.
Gli mancherà la sicurezza di chi ha dormito fin da piccolo a dieci metri di distanza dall’essere umano più vicino in casa.
Hai il tuo spazio, maschietto tutto celeste coi trenini, i librini, i giochini.
Coltivi la tua solitudine sacrosanta. Magari vai a trans da grande.
Ma chi lo sa cosa combinano i miei. Non voglio essere tranciante.
Però la casa dove cresci ti determina. E’ l’espressione più potente della condizione socioeconomica della famiglia perciò è naturale che sia così.
I nostri ottanta metri ben tagliati, traboccano di libri, dischi, strumenti musicali, armi proprie e improprie, scatole colme di segreti, scatole vuote, scatole colme di scatole.
E noi, che ci ammucchiamo sotto il piumone in quattro manco il lettone fosse un caricabatterie.
Ho la schiena a pezzi.
Tante volte ho dormito con le mani incrociate sotto la testa perché mancava lo spazio per stendere le braccia.
Tante volte sono andato in esilio, nell’ipotetica camera dei piccoli. A fissare il muro ricoperto di coniglietti felici fino all’alba precoce di giugno.
E un paio di volte li avevo svezzati i bimbi, insegnando loro il piacere di una favola e un letto tutto per sé.
Ma nulla. Salvia li riportava nel lettone e mi mandava a guardare il muro.
Nell’ultimo anno, veramente brutto, abbiamo persino tolto il secondo letto dalla cameretta.
-Tanto ingombra e basta.
-Tanto ingombra e basta.
-Tanto loro…
-Tanto loro.
Io e Salvia, abbiamo capito da poco che dobbiamo farci il culo, metterci più forza, perchè siamo andati troppe volte troppo vicini al disastro. Perché è tutto nelle nostre mani.
Perché i bimbi hanno tante figure amorevoli ma hanno bisogno solo di noi.
E noi non abbiamo che l’uno per l’altra.
Figuratevi che la famiglia l’ho tenuta unita io, che andavo via di casa a settimane alterne.
Per tacer del resto.
Tra il capire e il cambiare, ce ne corre.
Così quando mi dice, la Salvia, vieni che andiamo a portar via il letto, io penso, ci siamo, cioè, non mi butti fori di casa, ma mi lasci senza letto.
Il messaggio è chiaro.
-Tanto poi si va all’Ikea e compriamo i letti.
-Uno di questi giorni?
-No. Mercoledì.
E così è andata. E sabato quell’altro li ha montati mentre dormivo.
In oltre dieci anni insieme, sarà successo tre volte che io dormissi il sabato mentre lei faceva qualcosa in casa.
Mi alzo con la schiena talmente fottuta che mi si tronca il respiro, Parlo come Fracchia affondato nel puff di fronte al capufficio Gianni Agus.
Finalmente riesco a vivacchiare e, sorpresa, i letti a castello. Bellissimi. Color Metallo. Se ti dicono di disegnare un letto a castello lo disegni così.
“Vabbè. Mi tocca dormire qua. C’è di peggio.” penso.
I primi giorni ho avuto ragione.
Pepolino faceva il pirata sulla scaletta rischiando il collo, come sempre, solo che prima non c’era una scaletta che portava a un letto. Saliva reggendosi con una mano, sparandomi coll’altra dalla sua magnum cromata e immaginata.
Nepitella finisce sei anni tra un mese, e si comporta come una dodicenne.
Compresi insulti e pernacchie, e rispostacce ai genitori. Ma la notte ruba ancora i ciucci.
E infatti ci andava a fare i cavoli sui a letto, tipo giocare, leggere, cantare.
Ma poi, correva nel lettone a massacrarmi l’ascella.
Domenica questa, l’altro giorno, mi sono svegliato nel letto a castello dopo una settimana e una notte infernale.
-Babbo!
-E.
-Vojo i lattecioccio. Tennò ti pparo ne cuore!
-Che cascio voi. Va rompirca’ tuma’.
Oh. Se parla a cazzo lui, potrò anch’io, o no?
Che poi parla benissimo. E solo pigro, il bastardo.
Avevo dormito quattro ore. Mi sono alzato e gli ho dato il latte col cioccolato.
La giornata è passata, e loro hanno dato il peggio, come sempre in pubblico.
Una funzione matematica lega il comportamento dei miei nani al numero di persone che stanno con loro.
Soli con me son perfetti.
Quando hanno mamma e babbo sono proprio stronzi, sia detto dico senza acrimonia.
Tanto stronzo lo dicono già. E prima che capiscano il termine acrimonia mi auguro passi almeno qualche mese.
Figuratevi ad una tavolata di venti persone con bastoni, burroni, amache, boschi.
Pepolino si tuffava dalla lumaca, come gli garbava chiamarla. E continuava a minacciarmi.
-Te vai via co un’attra mamma, ti paro ne cuore colla ppada.
-Non puoi. La spada non spara, amore. E poi babbo non va via con nessuno.
Invece me ne vado di pomeriggio e torno di notte.
Una volta tanto a divertirmi e non perché mi cacciano di casa.
E ci riesco, a divertirmi.
Torno e zuppo la chiorba nella camera matrimoniale.
Buio.
“Non vogliono che rompa coi miei libri” decido, e me ne vado in camerina.
E.
Pepolino e Nepitella stanno nei loro letti.
Uno per uno, e quello giusto per ciascuno.
Dormono in pace.
Allora accosto, mi spoglio in corridoio ed entro nel lettone dalla mia parte.
Sempre circospetto saggio il mio lato. Ci fosse, boh, un omo?
-Naaa. L’idraulico di domenica notte un viene mia a trombà!
E infatti. Salvia mi tira i calci. Forse sogna di nuotare.
Poi mi appoggia un braccio in grembo.
E io glielo prendo. E gli do un bacino al dorso della mano.
E ci parlo dentro come fosse un registratore.
Tanto dorme e non sentirebbe comunque perché l’orecchio che mi porge nel sonno è quello operato, parecchio duro anche da sveglia.
-Sei stata eccezionale. Cazzo, mi hai lasciato così.
E non vedrà mai che faccia ho fatto.
E nemmeno io, perché non si specchiava nel suo sguardo.

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