Il Nemico che amo II

rusparina

Billie, la sfatta fattona, aveva il coraggio di cantare la sua solitudine.
Per paura della solitudine io e Salvia torniamo a farci male.
Tutte quelle buste di plastica.
Le magliette perse nei trasbordi.
E quaderni e portafogli, e cellulariocchialisole.
Scrivo in silenzio, quando posso, cioè quasi mai. La musica mi porta lontano, in luoghi pericolosi,l’ho già detto: ma c’è qualcosa di peggio della soglia di casa propria con una busta rotta per mano, riempite a caso di generi di sopravvivenza?
Io bramo la solitudine.
Quella del ragazzino nella casa sull’albero però, a portata di voce e dei profumi del forno.
Lei è terrorizzata dai miei abbandoni sbilenchi.
Ci sono i bambini, dice, e bisogna stare insieme.
Ma anche i bambini sono una reazione alla solitudine e alle botte di consapevolezza che ti colgono al semaforo, o mentre ti ingozzi di stracchino di fronte il frigo aperto.
Allora Immagini la tua morte, l’aria che non riesci a bere, il velo suglio occhi. E non ci sei più. Pensi ai tuoi figli che tengono strette le tue mani: tu sei vecchio, ma loro li immagini piccoli come  ora.
Altra consapevolezza, meno drammatica e meno certa:
Io non lascerò Salvia, e lei non lascerà me.
Cosa mi ha fatto questa donna, poi?
Quale terribile colpa le attribuisco, a parte il carattere di merda, l’insensibilità, la crudeltà mentale, le macchinazioni alle mie spalle?
Vabbè, ordinaria amministrazione,
Dopo un anno di Casalingo Moderno, è giunto il momento di tracciare il profilo dell’antagonista di questo feuilleton.
Per voi: il nemico che amo.
La mia donna è capace di sollevare le sopracciglia alternandole.
Lo fa anche a tempo di musica se le va, creando coreografie minime.
Sopracciglia stupende, sia chiaro.
Ali perfette senza estetista o pinzette.
Ci fa ridere i bambini, attorno alla tovaglia invasa di briciole e bucce di mela. Mi invia telegrammi perentori, tirando su il sinistro a mezza fronte.
Eloquente quando tace, Salvia.
Occhi lucenti di pietra dura incastonati nell’ovale perfetto.
Un viso che immagini di incontrare in Marocco, o in Persia.
Invece, se non ha troppo sonno, la trovi in Piazzetta che beve un prosecco di malavoglia e parla di deportare tutti i tossici.
Al primo sole, la pelle ai lati del naso fiorisce di efelidi come le margherite nei giardinetti.
Danzava, Salvia.
Si muove bene, ma si veste male.
Gonne, abiti, Jimmy Choo: regali egoisti da maschi:
Il miracolo del tacco 12.
Gambe slanciate; natica rialzate. Seni stenterelli come grano di brianzolo, sporgono mostrando un solco capace di contenere una matita, e tutto il portapenne.
L’operazione va condotta con gusto, pena l’effetto Zampone di Modena:
la poverella segnata da una teoria frattale di lacci in cuoio che le fermano la circolazione. La caviglia, già grossa di suo, si gonfia, allora montarozzi rubizzi emergono dalle scarpe come vulcani nuovi nel mezzo pacifico.
Salvia starebbe benissimo con le cose scelgo per lei, e non è per niente bruttina. E solo capace di svilire la sua bellezza naturale con le cose che compra. Con gli abiti “da donna” le sembra di camuffarsi per Carnevale.
Nel gioco di ruolo la donna deve scegliere la passività, e goderne. I doni si manifestano come scatole lucide dall’aria costosa, appoggiate sul copriletto la sera.
Lei accetta solo smalti Chanel e qualche rossetto rouge noir.
Forse non insisto abbastanza.
E’ difficile essere un uomo da canzoni anni sessanta, quando indossi molto il grembiule e sei tanto cerebrale da chiederti che diritto hai di scegliere la femminilità, al posto suo.
Sono solo vestiti, cazzo: ecco il mio diritto.
Il Miracolo del tacco 12 è ormai una religione.
I suoi testi sacri sono i film dove l’attrice bruttina, per finta, viene trasformata in vera strafiga.
-Signorina Moneypenny, si sciolga i capelli e tolga le lenti per favore.
Dietro consiglio del mio avvocato Ciccio Cirianni (un praticante di Vibo Valentia che pago con barattoli di peperoni arrosto), vorrei precisare quanto segue:
IO, Casalingo Moderno, rispetto tutte le credenze e le pratiche religiose. Il Miracolo del Tacco 12, il marxismo leninismo e perfino quella dove due Papi comandano un esercito di maturi cacciatori di bambini, usi a coprirsi di talco dopo il bagno tonificante. Nessuna delle affermazioni sopra riportate va intesa in alcun modo come offensiva nei confronti delle pratiche religiose.
Tuttavia, fino a quando sarà legale, professerò la mia laicità.
Assolti i doveri legali, procediamo.
Nella coppia sono l’addetto all’introspezione, anche la sua.
Femminilità, prevaricazione, maschile, femminile. Tutta roba che mi lascia volentieri.
Salvia sfiora il suo inconscio, ancora avvolto nel cellophane, temendo la materia oscura che respira lì dentro, in barba alla plastica.
Quindi Levis e Dr. Martens, quando va bene.
Primo appuntamento, Lost in Translation all’Odeon.
Nascosta dentro un maglione, dono di una cara zia ormai priva, temo, del senso del colore e delle proporzioni, mi apparve Salvia, accompagnata da un bel sorriso.
Sopra indossava un montgomery viola, attualmente a riposo nell’armadio accanto al loculo dove sto scrivendo.
Le cortesie del tempo lo rendono quasi carino.
-Tra un po’ gli sta alla bimba, ti rendi conto?
-Me ne rendo conto sì, poverina.
Più tardi a casa sua, dopo il cinema, le ho tolto tutta quella roba di dosso.
E mi sono accorto della sua bellezza.
Marmo e burro e capelli.
Qualche giorno dopo, i miei genitori ci sorpresero in casa loro. Vestiti.
“Lo sapevo” sentenziò mia madre quando siamo usciti.
Mio babbo stava tagliando il prosciutto al coltello, per entrare nello spirito natalizio. Una fetta per sé, una fetta per il piatto.
-Cosa sapevi?
-Tuo figlio, s’è messo con una zingarella. E smettila di ingozzarti come un maiale, Crishto!
-Di maiale, vorrai dire.
-Ma insomma l’hai capito che tuo figlio s’è preso una zingara?
-Sai per caso se gli zingari mangiano il prosciutto?
A difesa di mia madre, dirò che è così priva di tatto che glielo avrebbe detto anche in faccia.
E non fu la sola a cadere nell’equivoco.
Una volta, prima di incontrarmi, esplorava i meandri di un traghetto per la grecia mentre le amiche prendevano il sole sul ponte. Fu subito fermata dalle guardie e ricondotta al gruppo di profughe kurde cui apparteneva.
-Senti un po’ pugliese terrone di merda; io sono Pisana da sette generazioni. Te, è già tanto se conosci la tu mamma!
Il tutto condito di zeppola, che le aumenta col brutto tempo e le incazzature.
Salvia è fieramente illetterata, per una dislessia seria e mai curata, credo.
Tuttavia si sforza di leggere le mie cose. Una volta le ho tolto di mano un sinestedrone, appena in tempo. Sono pericolosi come metamfetamina: cercano il loop maligno nella chiorba del lettore.
Comunque legge in silenzio.
Poi domanda, contesta, suggerisce.
Lo confesso volentieri: quando ho seguito i suoi consigli il lavoro è migliorato.
-Mi piace il tuo modo di scrivere.
-Grazie al cazzo, non hai mai letto altro.
“Perché gli altri non sono bravi come te. Sei il mio scrittore preferito.
“Finché non guadagno con la scrittura, non sono uno scrittore, Salvia.
“Io credo in te.” dice.
E comincia a fantasticare sugli introiti futuri.
-Quanto ti danno per fare un film dal tuo libro?
-Di che minchia di libro…
-Dai, lavora che ce la compriamo!
Vorrebbe una casa bella. Una casa dei sogni che muti ogni giorno, secondo il suo umore e le offerte sottolineate sui giornalini delle agenzie.
Io starei in una chiatta ormeggiata sull’Arno, o in un camper in disarmo, circondato da pollai, altalene fatte di copertoni da camion, e alberi di fico. Infine, un pergolato di una fragola e un  forno a legna costruito coi mattoni rubati alla cava Donati.
Ma lei è felice pensando di pensare ad una casa.
Siede sul divano, le gambe ripiegate sotto il culo,e disegna planimetrie su blocchi quadrettati: ingressi, stanze, lucernari, studi in mansarda, così nessuno ti rompe le palle.
-E qui ci si ricava un bagnetto, che dici?
Disegna case, disegna la nostra felicità futura.
Cosa posso darle di tutto quello che desidera?
Giusto i blocchi a quadretti per le planimetrie.
Una dieta bilanciata.
E il mio famoso trapano di carne a bollore.
Uhm.
Più che altro carta a quadretti e dieta bilanciata.
Fossi in lei mi lascerei subito.
Ma qui non ci sono ragioni, mie o sue.
Lei mi tiene, senza un valido motivo apparente.
Per ripicca? Per insultarmi?
Sono un disastro. I miei molti talenti non servono a niente; i miei difetti rovinano la vita a chi mi sta accanto.
Così, ogni tanto, Salvia mi scruta e si illumina, facendo finta di averlo capito in quel preciso istante.
Mi vomita addosso insulti penetranti e precisi come una balestra.
-Hai scritto tanto. Ma che bravo che sei!”
Ebbene sì, il sarcasmo non le è del tutto estraneo.
-Tanto poi butti via tutto, Ma abbiamo deciso che va bene così!
-Abbiamo CHI, scusa?
-Ah, non lo sapeva lui. Ma non ti preoccupare, fai i compitini sui quadernini, almeno non vai a giro a fare danni!
-Che cazzo dici?
Cambio stanza per non sentire, ma lei mi insegue, la voce sempre più alta. Ho le spalle al muro; Salvia mi parla a due centimetri dal viso.
– Sono tutti d’accordo, i dottori, tu pa’…
-Non dirlo cazzo!
-E tu ma’!
Nel frattempo mena, e mena bene.
Devo tenerla ferma. L’appicico al muro.
Ho sempre rivolto verso di me la furia delle liti domestiche: cazzotti nel muro, porte sfondate a calci, tagli sulle braccia.
Ma lei continua. Insulta e sghignazza.
Non le farò del male, in ogni caso.
Ma lei lo sa?
O spera di sì?
-Bambini, venite a vedere che belle cose fa il babbo alla mamma…
Forse aveva ragione Francesco Nuti (come maschilista sempre meglio di San Paolo, almeno le trombava ammodo).
I bimbi scoppiano a piangere.
Brutto babbo, lascia la mamma, fai male alla mamma.
-Ve lo giuro, non è…
Rinuncio alle spiegazioni.
Scappo come un assassino.
A piedi nel fango. Sotto la pioggia. In bici sotto il sole delle tre di pomeriggio il dodici agosto.
Vago per la città, incazzato per giorni. Dormo nelle piazzole. Penetro furtivo nella casa vuota, ne esco con due buste di biancheria lamette sapone mutande e calzini spaiati.
Salvia mi chiama 48 volta all’ora, mi intasa il cellulare di messaggi concilianti. Ma quando vedo il numero, butto giù.
Col cazzo che parlo con Satana, costì.
E se fosse succeso qualcosa ai bimbi?
Difficile. Però, insomma. Sono il padre.
-Che cazzo vuoi? Sì sono vivo, non certo per merito tuo.
Lei ha il tono più dolce del mondo. Si scusa.
“Già che sei a giro, non è che mi porteresti i Fonzies?
Durante una di queste fughe mi sono spiaccicato contro un distributore di sigarette a Migliarino, soccorso da mignotte con la baghette nel perizoma.
“Como schtai tissoro?”
“Devo telefonare.”
“L’ambolansa l’abbiamo chiamata noi; ecco tuo scellulare, era fori dala machina. Ma lasciale perdere quele done cative, ivienimi a trovare!”
“Se fossi briao, fatto e rincoglionito dalla tranvata, potrebbe anche esse. Se non altro perché l’esperienza mi manca.”
“Alora ti lascio il mio nummero ammore, ti aspetto!”
“A parte ciai du spalle pai Al Coogan. Mappoi, ti pare ir momento? LEVATI DAL CAZZO!”
Quando ho sfondato quel distributore, ero solo e senza speranza.
Piangevo. Ma il pianto era per lei.
Per lei e per il nostro amore, condannato ad una concretezza animale: salvaguardare cuccioli, diffondere i geni.
A volte  lei guarda i suoi figli e poi me, sembra felice. Come se non le mancasse nulla al mondo.
Io penso ai desideri. Li immagino come un cerchio o una palla: diventa più piccola quando la possibilità di diventare/avere qualcosa, svanisce per sempre.
I desideri irrealizzabili sono fantasie; una cosa diversa.
Mi guardo la mano sinistra e ricordo l’ubriaco al Circolo Rinascita.
In cambio di un Morettone lesse il palmo e mi mostrò una linea lunga con un zona frastagliata.
-Te sei qui…
-Ah. E Allora?
-I momenti più belli li hai già vissuti, tutti.
Così da qualche parte c’è stato il il momento più bello della mia vita, e non  ricordo nemmeno qual’è.
Niente che io possa dire o fare mi renderà più felice di qualcosa che ho già fatto.
triste, vero? Allora lasciatemi frignare,per me, per lei, per l’amore coniugale.
Semplice omonimia oppure noi siamo incapaci di liberarci?
Nel dubbio, piango per quello che non avremo mai.
Scrutare cieli, incontrarsi di nascosto. Morire di nostalgia.
Per una donna che non era Salvia, Ho corrotto il buttafuori negro del Link alla porta del concerto strapieno del Calexico..L’ho vista subito in mezzo alla folla. Con una parrucca viola a caschetto, ballava radiosa. Felice di concedermi il colpo di grazia. Era finita.
E’la primavera che sento al contrario. Stupito dalla mia progressiva indifferenza ai suoi richiami.
Allora ho ricercato antiche sensazioni dentro me, ho pensato a donne e canzoni, con l’aiuto di una batteria di bourbon sour assassini.
1)Luca Carboni; Il mio cuore fa ciok, E, ovviamente (per chiunque abbia vissuto gli amori Bolognesi) Le ragazze.
2)Inside Riot, Dance with me.: mai pubblicata in questa versione, migliore dell’originale di Adam Green.
Ce ne stavamo in casa a cantare questa canzone, chitarra distorta e voce. Non è successo molto altro, ma è stato bello. E ancora una volta non era Salvia.
C’è una canzone per ognuna
Per quella che mi sono portato a letto tre volte in dieci anni e ogni volta, diciamo, non funzionavo.
Per quella che ho trattato come un buco corredato di ciccia.
Per quella dalla quale mi sono lasciato amare senza lasciare in cambio nulla, a parte lasciarla.
Per quella perfetta ma, con le mani brutte. Addio
Per quella della notte in treno, che non ho più trovato.
Per quella che sapevamo tutti e due che sarebbe successo, ma non è mai successo.
Peccato sarebbe stato un successo.
Niente nostalgia. Che si fottano quelle troie, traendone gusto.
Lei avrà le sue. Io e Salvia avevamo le nostre. Forse non le ricordiamo. O non vogliamo ricordarle.
Ma si tratta del cerchio dei desideri che si chiude attorno al collo, come in un horror.
Adulti consapevoli e genitori responsabili, attenzione!
Voi che non vi permettereste mai di innamorarvi:
opportune mutazioni genetiche vi giungono in soccorso dall’estrem’oniente.
Un gruppo di ricercatori Equadoregni, studia gli individui che sviluppano escrescenze di agrumi sottopelle.
I soggetti mutanti hanno il 24% di possibilità in più di essere totalmente insensibili alle carezze sul collo.
Inoltre la parte bianca di questi tumori vegetali, amara e spugnosa, assorbe i suoni, le vibrazioni e gli odori.
Una barriera invalicabile dai gigli in fiore.
.

famigliamoderno ai bagni gorgona

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