Il paniere e quello che c’è dentro: come smettere di credere all’Istat e vivere felici (con 11 consigli + 1 per fare la spesa!)

carrello

L’Istat, tempestiva come sempre, ha diffuso in settimana le prime rilevazioni sul “Paniere Grocery”.
Non le prime del 2014; le prime della sua storia.
Ah, il Paniere Grocery, che intuizione arguta!
Quale genio avrà pensato di creare un indice senza biglietti aerei, appartamenti, centri benessere e telefonetti da settecento euro?
Quanto sudore quei poveri raccomandati avranno versato sulle scrivanie  e sui tavoli da riunione in cristallo, per creare un elenco di prodotti che rispecchiasse la spesa quotidiana degli italiani?
Molto poco, temo. Perché:
1) Il Grocery è un indice usato da molti anni nel mondo anglosassone. Vabbene copiare. Però lo sforzo di tradurre UNA parola dall’inglese, quello si poteva fare. Grocery: pizzicheria, panetteria, supermercato.
2) L’Istituto Nazionale di Statistica, non ha fatto altro che tornare al significato originale del termine “paniere”.
Dal latino panarium, cesta per il pane.
Così il dizionario Treccani:
Recipiente di vimini, giunchi, o materiali simili, di forma diversa secondo gli usi, ma per lo più con un manico arcuato fissato nel mezzo, per infilarvi il braccio, e munito talora di coperchio, usato in genere per riporvi e trasportare vivande.
“Paniere Grocery” non è un termine corretto. Non serve specificarne l’uso quando è quello indicato dalla parola stessa.
Invece il Paniere Istat (tout court) si è ampliato nei decenni fino a comprendere tutti i beni, compresi quelli di lusso.
“Che palle C.M. Ti fai più pippe di un bonobo sulla cima di una mangrovia quando vede un due naturaliste scozzesi, dai capelli rossi e i seni sudatissimi, che risalgono il fiume in gommone.”
Una parola chiara, che negli anni si svuota del suo significato fino ad assumerne uno diverso.
Può darsi che sia una sterile disputa linguistica. A me sembra che racconti qualcosa sull’Italia di questi anni. Su come ci siamo allontanati dal senso comune, dalla concretezza.
Ne parleremo qui, sul Casalingo Moderno, dopo un breve intervallo!

bonobo-Guardha Mary, lo spectacolo dela natiura qui, nel profondo della jungle africanai!
-Marvellouso Lizzy! Ciuccio cossì incothaminato, lonciano dala volgarity del mondo sivilei!
-C’è un bonobo sula mangrouvia, ci vuole dhare suo benvenutou! Credo sia un maschio, Mary.
-Non niutro dubbi about it, Liz. Quanto al benvenuto; eccou, supongo di sì. Conoscevou un thale from Dundee con la pernisciousa habit of presentorsi allo stesso modou con ciutte le ragazze nel parcoh.
-Cosa inthendi direi, mate? Non portho glasses per vederei da lonthano…
-Well. Il simpathico simmione; ecco, ci rende omaggio menandosi l’ahrneise.
-Bizarro! Come quei fisholini blanchi che saltano out of the fiume, proprio soccio alla creatiura!
-Holy shit, Elisabeth! Come puoi observare la rain forrest senza lenthi? Quelli che chiami pescioulini non escono dall’aqua, piucciosto entranou.
-Si ciuffano dala mangrouvia, Mary?
-Not really. Vedi quel lungou ramo rousa? Well, it’s the penis del Bonobo, che spruzza spermah per la gioia di vedorci.
-Jesus Christ! Passami something per coprire il seno. Mi sentho very a disagio.

intervalloBentornati in studio! E un bell’applauso per Liz, Mary e la loro scimmietta impertinente!
(ricordarsi di inserire le risate registrate)
Ma torniamo al controverso Paniere Grocery o Paniere Supermercato, soffermandoci sugli ultimi dati Istat.
“L’inflazione rallenta, ma il carrello della spesa corre.”
E’ la mia sintesi, delle sintesi giornalistiche più comuni.
L’inflazione generale sarebbe cioè aumentata dello 0,7%
Ma il famoso Indice Grocery, per la prima volta sui questi schermi, registra un +1,3, quasi il doppio.
Dunque la spesa alimentare è cresciuta del doppio rispetto all’inflazione?
Troppo facile. Bisognerebbe  che il Paniere Alimentari riguardasse solo gli alimenti.
Invece comprende anche i prodotti per la casa e per la cura della persona.
Che vi dicevo? Chi distorce le parole finisce per rovinare il mondo.
Questo è un lavoro per Casalingo Moderno!
Il vostro supereroe in pianelle ha cercato sul sito Istat il dato relativo ai soli detersivi, saponi etc.
A parte che ci ho messo due ore solo per capire in che verso dovevo leggere i numeri. (Com’è brutto il mal di testa, quando non segue a nottate viziose.)
Quel dato non l’ho trovato, ma  non importa.
Avrebbe confermato ciò che è noto a chiunque faccia regolarmente la spesa.
Detersivi e saponi (prodotti chimici a bassa tecnologia e basso costo, fabbricati per lo più in Italia) sono aumentati molto meno del cibo.
E’ vero che sono prodotti necessari e di uso quotidiano, tuttavia è più facile rinunciare all’ammorbidente che alle proteine nobili.
Dovendo scegliere (e si deve, cfr. “Scarpe Rotte Cervello Fino) preferisco lavare il pavimento con Bello Lindo (parodistico nel nome come nei risultati) preso al discount per 60 centesimi, che avvelenare la mia prole con pomodori cinesi, suino olandese e parmigiano tedesco.
Se poi tutte le economie e i sacrifici non mi salvano dalla bancarotta?
Allora preferisco avere la pancia piena e smettere di pulire la casa, finché ce l’ho, e di lavarmi.
Inutile stupirsi: è così che si comincia a puzzare davvero.
Ho appena dimostrato che cibo e prodotti per casa e igiene, hanno priorità diversa per l’acquirente, specie per i redditi da sopravvivenza stentata.
Delle due l’una:
O l’unione di queste due categorie costituisce un errore metodologico, grave.
Oppure L’Istat conta sui rincari più contenuti di sgrassatori universali e assorbenti per abbassare ad arte il tasso degli aumenti dei veri beni di prima necessità.
Solo 1,3 punti di aumento su base annua?
La mia percezione è di un aumento generale e consistenze, con delle punte pazzesche. Solo negli ultimi mesi il caffé è salito di 30 punti, 50/60 nell’anno. Frutta e verdura, già raddoppiate dopo il passaggio all’euro, crescono ogni anno del 20%.
Sono cifre a malapena indicative, relative ai negozi che frequento e registrate nella mia testa: non proprio una cassaforte, mi sa.
Come possiamo fidarci della nostra percezione della realtà?
Dovremmo mettere in discussione i dati ufficiali?
Già, i numeri.
Noi profani li pensiamo algidi e incorruttibili come alabastro, invece hanno la consistenza del didò.
Il potere si serve dei dati, strumentalizzandoli nei modi più ingegnosi, per garantire la correttezza del suo agire.
Il Sistema non si fonda sulla volontà dei cittadini; ma sul consenso emotivo.
Altrimenti non avremmo permesso l’insediamento del terzo governo di fila senza la ratifica degli elettori.
I politici puntellano i loro assunti scricchiolanti con picchetti di cifre, lo sappiamo.
Eppure continuiamo a credere nella verità dei numeri.
Sono i politici, pensiamo, che interpretano i numeri come gli conviene.
Invece no: i numeri sono bugiardi come una bambina di cinque anni.
Tranquilli, il Casalingo Moderno non contesta la matematica. E’ solo che quelli non sono veri numeri.
Sono le stesse cazzate Spacciate da Salvini sugli immigrati. Sono il programma elettorale del Simpaticissimo (ex) Sindaco. Sono i severi moniti del capo dello stato.
Le statistiche ad esempio, non vengono travisate(non solo); nascono corrotte.
Hanno le ascelle sudate di De Michelis e la bandana di Berlusconi.
Viaggiano sulla barca di Dalema e mangiano la crostata in casa Letta (uno a caso, tanto è uguale).
Gli uomini dell’Istat giocano con la composizione dei panieri e con i criteri di raccolta dei dati per ritoccare la fotografia del Paese che ne risulta.
Nel 2002 dicevano che l’inflazione legata al cambio di moneta fosse del 2%.
Nel 2004 sancivano che il reddito dei lavoratori era aumentato del 4%.
Le testate giornalistiche dovrebbero smascherare queste menzogne, ma non lo fanno quasi mai.
Contestano i dati quando non fanno comodo al loro referente politico.
Le associazioni di consumatori hanno provato a svolgere la funzione di controllo che spetterebbe ad altri.
Secondo l’Adusbef, dall’ingresso dell’Euro, ogni famiglia ha perso 11054 euro di potere d’acquisto SOLO per il caro prezzi.
Nel 2013 il Codacons ha contestato il lieve aumento dei consumi registrato dall’Istat in Agosto: +1% su base annua. Secondo i Consumatori il calo dei consumi reali nello stesso mese segnerebbe -1,2 generale e -2,7 sui beni alimentari.
Da quando la parola d’ordine è “Panico”, anche la stampa diffonde dati in contrasto con le statistiche ufficiali.
Un articolo del Messaggero di ottobre, riporta gli aumenti reali di alcuni prodotti alimentari rilevati in tre supermercati della capitale.3
Tonno + 23,37%; Riso + 13,50%; Caffè +10%; Kiwi +32%: tutto questo in due mesi.
Siccome questo non è il blog di Geppe Brillo, mi fermo qui con gli esempi.
Ancora una riflessione sugli ultimi dati Istat.
+0,7 il dato complessivo. Prendiamolo per buono.
Ma perché mai andrebbe interpretato come una frenata dell’inflazione?
Forse gli stipendi sono aumentati in misura maggiore?
I salari sono fermi, a fronte di un vertiginoso aumento delle tasse.
Per tacere delle pensioni tagliate, dei cassintegrati, dei disoccupati senza ammortizzatori sociali.
In un contesto simile, +0,7 è un aumento considerevole.
Inoltre lo stesso Istituto dichiara che il dato è tenuto basso dalla diminuzione delle tariffe dell’energia.
Guarda guarda, non me n’ero accorto. Attenti ora.
Nell’ultimo anno, molti di voi, hanno cambiato gestore di gas e luce.
Avete presente quei rompicoglioni che telefonano a tutte le ore e specialmente nel bel mezzo del vostro transito intestinale?
Vi hanno detto che spendete troppo, che vi conviene passare al mercato libero, con una tariffa più bassa e il prezzo bloccato per due anni.
Nel 2011 l’Authority per l’energia esprimeva preoccupazione per le tariffe del mercato libero, alcune delle quali molto più care di quelle amministrative.
Ma supponiamo che non vi siate fatti fregare da quei malnati disposti a vendere la madre per chiudere un contratto: avete scelto una tariffa che costa meno (anche il 10-12%).
Ebbene, il risparmio è garantito nell’immediato, ma non avete alcuna protezione dagli aumenti successivi: è il mercato, bellezza!
Quello che avete risparmiato l’anno scorso, lo spenderete con gli interessi l’anno prossimo.(non per nulla le tariffe amministrative ora si chiamano “tariffe di maggior tutela”).
In conclusione: non fidatevi dell’Istat, ma della vostra testa, purché la teniate in funzione.
Date il giusto peso (poco) alle informazioni che non potete verificare.
Createvi un personale indice dei prezzi. Magari su un quaderno, come non ho fatto io.
Dovete essere impermeabili alle lusinghe dei truffatori, come al terrorismo interessato di chi comanda.
Le statistiche sull’economia, le leggi sull’economia e l’informazione economica sono espressione di un unico ceto politico-amministrativo-giornalistico, che bada esclusivamente ai cazzi suoi.
Parafrasando la Settimana Enigmistica, forse non tutti sanno che:
Il ministro dell’economia di Matteo I il Rottamatore, fino all’altro giorno era presidente dell’Istat.
Tutto chiaro? Il cerchio si chiude.
Tra qualche mese dichiareranno, dati alla mano, che la crisi è finita.
Decidetelo voi, se la crisi è finita.
Intanto ecco alcuni consigli per una spesa davvero intelligente.
Si basano sulla mia esperienza, e spero siano utile anche a voi.

Undici Consigli per la Spesa Moderna (+1)

1)Compilate una lista con quello che serve.
2)Fate la spesa in termini di pasti. Programmate il menu dei giorni successivi e comprate di conseguenza.
3) Prima di andare a fare la spesa, finite quello che c’è.
4)Comprate poco, per non buttare NULLA.
5)Eliminate senza pietà i pronti a cuocere, quattro salti, viva la mamma e compagnia.
6)Esiste una gerarchia nutrizionale dei prodotti: Tenetene conto. Prima di rinunciare al manzo al pesce o alla frutta, eliminate merendine, salatini, snack, e bibite. E ricordate che non esiste risparmio possibile su questi prodotti: i “troiai”, come si chiamano da queste parti, fanno male, portano “calorie vuote” e costano tantissimo. Per capirci, inutile comprare una cassa di Aranciata F.lli Rutto “perché costa la metà della Fanta. Per una bottiglia grande di bibite gassate a basso costo si spendono 60 o 70 centesimi. Sveglia! Sono ben 4 euro a cassetta da sei, che equivalgono a un kilogrammo di manzo da brodo (allevato in Italia), o a 5 chili di arance, o di mele, o a 30/40 uova (secondo tipo e qualità). Come faranno i vostri figli senza le girelle? Pane e marmellata e via, fuori dalle palle.
7)Se trovate buone offerte(tonno, carne, pesce) non compratele in aggiunta alla vostra spesa. Sostituite alcuni articoli con quelli in offerta, riprogrammando il menù quotidiano.
8)Se non avete tempo di cucinare tutti i giorni, preparate sughi e minestroni nel fine settimana. E’ impossibile risparmiare senza investire il proprio tempo.
9)Per avere qualità e risparmi: comprate i tagli di carne più economici ma delle bestie migliori. Scegliete il pesce “vile” (sgombro, muggine, palombo, sarde, sardine), avrete prodotti freschi saporiti e molto economici.
10)Se trovate buone offerte per prodotti costosi non deperibili, NON ESAGERATE!
Caffè a metà prezzo: bastano due confezioni (4 pacchetti complessivi).
Se la vostra famiglia non ha il colera cronico, dodici maxirotoli vi basteranno per due mesi. Cedere alla frenesia dell’affarone è esattamente quello che vuole il supermercato. Vi posso sottoscrivere che, prima che finiate l’articolo in ribasso, troverete prodotti equivalenti offerti a un prezzo uguale o minore. E non girate tutti gli Iper della provincia per comprare due casse d’acqua: il carburante costa! Scegliete un punto vendita adatto a voi e andate lì.
11)Prendete i prodotti a marchio del distributore. Non sono uguali a quelli di marca. SONO GLI STESSI; DENTRO UNA CONFEZIONE DIVERSA.

Infine, il consiglio più importante di tutti:
NON COMPRATE NIENTE CHE SIA STATO PUBBLICIZZATO.
La pubblicità, anche quella, la pagate voi.

Mrs. Potato raddoppia! (p. n°1)

Cari Casalingomani.
Questo post inaugura la categoria Ospiti.
Che si doveva chiamare Il Circolo del Merletto.
Poi Fate come a casa vostra.
Infine, temendo che non si capisse, sono andato sul didascalico.
Si tratta di contributi a tema/stile Casalingo, inviati dai lettori.
Percio’se avete una storia di vita familiare, originale e lontana dai luoghi comuni:
fatevi sotto.
casalingomoderno@gmail.com
L’Ospite di oggi si chiama Mrs. Potato, e si presenta cosi’:

Ho due gemelli maschi, due gatti maschi, un lavoro da pendolare, un marito pendolare, un soggiorno pieno di trenini, mostri e macchine agricole.
Vorrei mille braccia come il Pastamatic, ma purtroppo ho solo due buchi per infilarcele, come Mrs Potato.

Se il pezzo non vi piace insultate pure Il Casalingo Moderno
Ma in caso contrario, i complimenti indirizzateli a lei.
Buona lettura.`
C.M.

INTRODUZIONE

Una notte di inizio febbraio vengo svegliata da dolori acutissimi al basso ventre.
Mi trascino rantolando verso il bagno e lì rimango sdraiata sulle piastrelle finché gli antidolorifici non fanno effetto.
La mattina seguente vado al Pronto Soccorso.
“È il colon”, dicono.
La notte successiva si ripetono gli stessi dolori.
“Endometriosi”, diagnostica con margine di dubbio la ginecologa di turno.
Il giorno dopo vado dalla mia ginecologa.
“Fai la pipì qui” dice, “Secondo me sei incinta”.

I GEMELLI SALTANO UNA GENERAZIONE

La saggistica sull’argomento gemelli è piuttosto scarsa, come scoprirà chi, investito dalla notizia della lieta doppietta, si è adoperato nella ricerca di informazioni (fuori da Wikipedia), per capire cosa lo aspetti.
Io ho trovato in commercio poca roba e di scarso interesse.
A quelle pubblicazioni mancava l’aspetto emotivo della faccenda, nonché la parte pratica. Quello che realmente accade con due gemelli, cosa succede in famiglia, le frustrazioni e le piccole vittorie quotidiane. E cosa succede a quella donna che, una volta spremuta come un tubetto di dentifricio o aperta come una noce di cocco, scodella il duo.
Ho letto di tutto, cercavo di capire, ma alla fine ne sapevo più o meno quanto prima.
Al controllo post cesareo la mia ginecologa ha detto che avevo un utero perfetto per la mia età, “bellissimo”, che non sembrava nemmeno fossi mai stata incinta.
Che culo! Proprio quello che ho sognato per oltre sette mesi e mezzo. Le tette saranno pure flosce, la pancia sblusata, ma vuoi mettere che utero? Volendo, diceva, potresti subito avere un altro bambino.
Volendo. Se fossi una collezionista.
Ma cosa è accaduto prima?
Un uovo anarchico si era scisso in due e due girini avevano pensato bene di trasferirvisi dentro.
Allora.
Ci sono i gemelli omozigoti, ossia quelli con lo stesso patrimonio genetico, una placenta e uno o due sacchi (come viene viene!) e quelli dizigoti, in cui i gemelli sono in realtà fratelli che nascono insieme, con patrimonio genetico differente, due placente e due sacchi.
Poi c’è una terza gemellarità.
Riconosciuta ufficialmente nel 2002, dice internet, è una via di mezzo tra le altre due. In questa, l’ovulo si scinde per i fatti suoi prima della fecondazione, per cui una sola placenta ma patrimonio genetico un po’ uguale e un po’ no. I gemelli ovocitari, così si chiamano, possono essere anche di sessi diversi.
Al risultato positivo del test di gravidanza, ho chiesto alla mia ginecologa di controllare che ci fosse un solo puntino. Perché si tramandano i nobili casati, ma anche i gemelli, e poiché di baronati in famiglia non ce n’erano, ma di gemelli sì (i miei genitori avevano avuto due gemelle, purtroppo rimaste in vita per poche ore), la mia apprensione era del tutto lecita.
Lei aveva risposto che era un po’ presto per esserne certi al centopercento, ma che sì, era abbastanza sicura, e poi i gemelli saltano una generazione. E infatti.
Nella peggiore delle ipotesi, i dolori potevano essere causati da una gravidanza extrauterina.
In realtà, per festeggiare il mio compleanno/contratto a tempo indeterminato, avevo passato la domenica ed impastare e infornare palate di ciambelle da portare in ufficio, il che era coinciso con l’aggrappamento di queste celluline. Il mio corpo, quindi, mi stava segnalando che forse era il caso di darsi una calmata.
Dopo le prime analisi, scoperto che la cosa procedeva in maniera regolare, ero stata messa a riposo forzato dal lavoro, cosicché avevo velocemente superato lo shock da gravidanza.
Mr Potato ed io, ci scherzavamo sopra anche. L’avevamo teneramente ribattezzato Il Fagiolino e io mi divertivo un sacco a sparare cazzate su quello che Il Fagiolino voleva o diceva, più o meno come una treenne con l’amico immaginario.
Al secondo controllo, la ginecologa appoggia l’ecografo sulla mia pancia e parte tutto l’iter standard.
“Guarda si vede la testa, una manina, già è tutto bello formato…”
Poi sposta l’ecografo, e ne appare un altro.
Uguale: testa, manine, bello formato.
Guardiamo il monitor attoniti. In silenzio.
Lei sposta qua e là l’ecografo ma a un certo punto è chiaro a tutti. Non è un cazzo di errore di Matrix: là dentro nuotano due ominidi.
La dottoressa, probabilmente sentendo il dovere morale di alleggerire l’atmosfera, pronuncia per la prima volta la frase che sentirò ripetere per tutta la gravidanza.
“Bèh, almeno fai la fatica una volta sola.”
Almeno. Se sopravvivi.
Ero catatonica.
Non che avessi un’idea precisa di quello che mi aspettava. Però capivo che era il caso di allarmarsi. E così ho fatto.
Quella mattina, avevo anche un appuntamento dalla mia amica e commercialista Claudia per il 730. Sono arrivata con la stessa faccia di quando mi avevano fregato il motorino nuovo dopo quattro anni d’insistenze perché i miei me lo comprassero.
“Che faccia. Ti hanno rubato il motorino?” ha chiesto.
“No; ecografia. Sono due.” credo di aver biascicato.
“Bèh ma che culo, sarebbe piaciuto anche a me, almeno fai la fatica una volta sola”.
Frase completa, questa volta.

(fine prima parte)

Nel prossimo episodio:
Disturbi in gravidanza!
Pisciare nei barattoli!
e tante tantissime smagliature!

Scarpe Rotte Cervello Fino (ovvero: procurarsi curtura essendo un miserabile)

mostriselvaggi

Il Casalingo Moderno, stufo di contemplare casi umani, prende il telecomando.
Teledisgrazie montate alla peggio su un canovaccio da melò.
Dove gli eventi accadono così, per capriccio del destino. E i politici a quanto pare, sono creature maligne comparse all’improvviso dallo spazio profondo per nutrirsi dei nostri umori vitali per mezzo di una cannuccia.
Come se non fossero la perfetta emanazione di chi li ha votati.
“Ci sarà na cosetta leggera, un film di Verdone…”
Macché. L’intervista all’ennesimo disoccupato con sette figli e moglie a carico, cieca e paralitica.
“Mi dica, come fate a sopravvivere, voialtri pezzenti?”
“E glielo chiede pure!” pensa il Casalingo “E’ chiaro che lui la fa battere.”
Tanto è paralitica, dove la metti sta.
La sua cecità gli permette di sfamare le creature salvando la virtù.
Al quinto pensionato che monta sul letto, dopo che le venti euro hanno cambiato mano, lei si lascia sfuggire un sospiro.
“Marito mio, che sei vigoroso, ah!”
“Moglie, io non c’entro.” risponde il pappone, rimasto in zona per fare il sonoro. “Colpa tua è. Sei talmente bedda che non resisto…”
Bedda? La bellezza aveva la sbornia, quando è nata quella donna.
Un tunisino, dopo tre anni di Don Bosco, direbbe che è un tipo. Se avesse fatto una scorpacciata d’extasy circa un ora prima.
Una definizione, elaborata per voi dai migliori scienziati di Zambra, esiste.
La signora è una chiazza di peti solidificata con azoto liquido.
Lei però non può saperlo. E’ cieca.
“Marito…”
“dimmi…”
“Na cosa strana. Oggi è cinque volte che cagni profumo…”
Salvia ci vede benissimo. E non sono nemmeno sposati.
“Un si po fa, e basta.” ammette scorrendo i canali.
Mesi fa il Casalingo ha rifiutato l’invito di Barbara d’Urso, e gli capita di pentirsene. L’integrità è un lusso da fighetti.
E’ anche vero che i Tempi Duri™ sono sempre stati una scusa per la meschinità e il tradimento, ma solo le difficoltà misurano il valore di un uomo.
“Sai, la notte sverso i liquami nel Serchio. Oh, loro pagano! C’è grisi.”
“Faccio un disco di merda, l’importante è passare su radio r.t.l., così mi chiamano a Sanremo. azzo vuoi, un è colpa mia se i dischi non vendono.”
“Cari Cittadini. In occasione degli Annidipiombo™, approviamo un bel decreto che lascia le Forse dell’Ordine libere di fare tutto il cazzo che gli pare. E siccome c’è la Recessione™, risparmiamo carta igienica pulendoci il culo con la costituzione: niente libertà civili, niente diritto di voto. Il nostro governo di Largheintese™ è l’unico in grado di garantire che l’Italia resterà esattamente dove è ora, passassero cent’anni!”
“See, nella merda!”
“Accorrete celerini. Arrestate quel sedizioso, perché…i suoi baffi non sono regolamentari.”
“Ma, Eccellenza. Qui, nei famosi Annidipiombo™ anche i bambini di sei anni portano i baffi. Pure a Ricky Cunningham glieli hanno imposti! Anche la donna nuda sul disco di Fausto Papetti, li porta come Magnum P.I.”
“Appuntato, cosa mi combina, fiancheggiamo i sediziosi?
Arresti quel terrorista di merda, ORA. E voglio una volante alle scuole elementari, svelti!
Quanto a lei appuntato, prima di trasferirla a Palermo di scorta al prossimo giudice che ammazzeranno, voglio dirle una cosa, e mi ascolti bene:
Magnum P.I. è un telefilm anni 80, noi siamo nei 70, i famosi Annidipiombo™!”
Nel silenzio compatto, le zanzare scureggiano.
Sua Eccellenza, rossa in viso, riprende a parlare.
“E allora, appuntato! Che ne sa di Magnum P.I? Vuole destabilizzare il Paese™? Legge il futuro, eh?”
“Mai come Sua Eccellenza…” Il militare ha l’espressione di uno che mastica praline di merda di jena, “…che sa il nome del prossimo giudice che faranno saltare!”
Sua Eccellenza sorride, allargando le braccia.
Che ci vuol fare, appuntato, sono doni. Prerogative che il cielo riserva ai servitori dello stato, in questi splendidi Annidipiombo™”
“Posso andare?”
“Vada, vada.” concede Sua Eccellenza benevolmente.
“Vada a preparare il bagaglio per la Sicilia. Solo vestiti leggeri, in quella terra baciata dal sole! Ma stia comodo, non mi ringrazi…”
Il Casalingo aveva scovato un poliziottesco infimo durante lo zapping. Le magrezze spiritate degli attori, i pantaloni strizzapalle, i colletti talmente lunghi che in tintoria ti chiedevano un supplemento.
Inevitabilmente una visione settantona si era mischiata ai suoi propositi di pentimento.
Ora é pentito di essersi pentito. Di non essere andato a piangere miseria nei talk del pomeriggio.
“Vuol dire che non ero pronto a gettare la dignita’ nel cassonetto. Chissa’ se va nell’umido. Magari si puo’ riciclare, la dignita’.”
Il Casalingo è uscito bene da lunghi mesi bui. Solo, tende a divagare. Potrebbe spendere ore e ore in variazioni sullo smaltimento corretto delle dignità.  Questa volta riesce a tenere i pensieri su Barbara D’Urso pensando al suo (di lei) rigoglioso ciuffo di peli pubici, in bella mostra su un Playboy del ’79. D’Urso: un nome, una garanzia.
E’ andata cosi’: non sono ancora abbastanza povero.”
Il Casalingo ha una lista delle sue voci di spesa.
Ogni tanto prende il foglio spiegazzato, lo stende col palmo della mano e cancella qualcosa.
All’inizio era stata utile.
Costretto a scegliere, capiva cosa contava davvero.
La palestra o il cinema. Una boccia di rosso a cena o l’aperitivo in piazza.
Pensava di arrivare alla polpa: un elenco scarno di bisogni fondamentali, e qualche oculata concessione al piacere.
Un giorno pero’ ha superato un confine, oltre il quale ogni rinuncia rende il suo mondo più squallido.
Impara che la necessità è una questione di prospettive.
Si può scegliere tra la propria pensione e l’università dei figli?
Si può vivere senza macchina, o senza riscaldamento?
Certo che sì.
L’uomo sopravvive, coperto di stracci o fasciato da un Caraceni.
L’adattabilità della specie ci costringe a modellare le aspettative sulle opportunità.
I nostri bisnonni erano pronti a seppellire bambini morti di raffreddore a due anni. Cavavano il cappello di fronte alla bara bianca, asciugavano una lacrima, e via a zappare.
Il Casalingo, come tanti Italiani, vive una transizione verso il basso.
Cresciuto nel benessere, educato a pretendere il mondo per sé, e infine costretto ad accettare che il futuro come l’aveva immaginato non sarebbe mai esistito.
Nessuna speranza di fare per i suoi figli quello che suo padre ha fatto per lui.
“Avrei preferito l’estinzione.” pensa il Casalingo.
“L’orgogliosa perseveranza in uno stile di vita impossibile. Morire con le corna superbe impigliate nei cespugli, come l’alce irlandese.”
alce
Intemperanze da bamboccio viziato. Ma bisogna capirlo, il Casalingo.
Al netto della prospettiva antropologica, le risorse sono scarse.
E lui taglia.
Sacrifica bastioni di desiderio, ripiega dentro cerchie di mura sempre più ristrette, come un re assediato.
Tra i primi a saltare, gli stanziamenti per l’abbigliamento.
Deve dimagrire perché si vergogna di girare con la patta aperta e la buzza strippata, nascosta a malapena dal maglione tirato giù.
Non compra scarpe da anni.
Gli manca l’accumulo compulsivo di libri e dischi.
Da giovane vagheggiava una sontuosa collezione di vinile.
Niente cofanetti o bootleg. Solo singoli e album fondamentali, periodo 1955-2000.
Invece gli mancano i soldi per la puntina della fonovaligia.
E’ vitale la cultura? Come l’aria e il pane?
Ne era stato convinto, un tempo.
Ricorda quando lo beccarono a rubare.
L’aveva fatto impunemente per anni, e poi due figure di merda in sequenza.
La prima da Mediaword. Tre cd nascosti nei pantaloni.
I gorilla lo avevano scortato in una stanzetta senza finestre del piano superiore.
” Ivan, acca ci sta un furto con destrezza, vide nu poche tu…”
Il capo della sicurezza gli andava sul muso, lo minacciava, urlava che la polizia stava arrivando per portarlo dentro.
“E tu non hai niente da dire? Te ne vai in galera, accussi’?”.
Lui non aveva battuto ciglio.
“Se ti aspetti che mi metta a implorare, sei fuori strada. Fate quello che volete. Tanto continuero’ a rubare quello che non mi posso permettere.”
L’avevano lasciato andare. evidentemente colpiti dalla sua faccia di merda.
“Chiste non da soddisfazione, non segue o copione; Ivan. Jamme a piglia’ nu liceale ca si metta a chiagne. E ci facimme o culo.”
Il giorno dopo, da Feltrinelli. Tanato con sette libri. Sette.
Una tecnica geniale, va detto.
Sceglieva i libri, ne sfogliava con calma le pagine, trovava l’antitaccheggio (una striscetta di metallo bianca) e lo buttava.
Il segreto era rendersi rinvisibile.
Stava lì per ore, facendo l’imitazione del muro.
All’ora di punta, si avvicinava alle casse. Guardava penne e quaderni, traccheggiava. Fingeva una telefonata, improvvisando la sua metà di dialogo. Poggiava i libri, infilava una sigaretta in bocca, riprendeva i libri.
Al momento giusto, si ritrovava davanti alle colonnine magnetiche, all’uscita del negozio.
Il Casalingo, smarrito, assorto nella conversazione telefonica, superava la barriera.
Se avesse suonato, poteva dire di essersi distratto.
“Cosa credi, che voglia rubare una pila di libri, tenendoli in bella mostra davanti alla cassa?”
Ma non suonava mai, così l’audace rimaneva lì.
Accendeva la cicca e continuava a parlare. Si allontanava lentamente solo dopo aver gettato il mozzicone.
Quel giorno, lo fermarono in fondo a Logge di Banchi.
Il commesso si era fatto una corsa; non riusciva a parlare dal fiatone. Gli mise una mano sulla spalla e indicava la refurtiva nel paniere della bici.
“Quelli. I libri. Li. hai. Pagati?”
Lui, a quel punto, poteva dire di sì. E tanti saluti.
Per legge, potevano fermarlo solo in negozio, o nelle immediate vicinanze.
Guardò l’uomo tracagnotto e ansimante.
Guardò il semaforo del ponte. Verde.
“Non li ho pagati.” sussurrò.
Il libraio aveva preso i volumi dalle mani del Casalingo, e se n’era andato senza dire nulla.
Da quel giorno aveva smesso di taccheggiare.
Va bene; non proprio. Aveva smesso di farlo sistematicamente.
Si limitò a qualche furto politico: solo autogrill e supermercati. .
Camilleri, saghe di vampiri, Fabio Volo. Roba che riteneva di dover leggere, per conoscenza, ma che non rientrava nel suo budget. In onore della spavalderia di un tempo, quando era in diritto di prendersi quello che voleva, e lo scandiva in faccia alle guardie.
Non pensava, lo stupido cazzone, all’eventualità di affrontare un processo penale, per un libro di Bruno Vespa.
Quando lo capì gli espropri proletari cessarono. Del tutto.
“Comunque, la cultura non concide con il consumo culturale.” si consola il Casalingo.
Ci sono case piene di libri intonsi. Comprati per sfoggiare confidenza con gli Adelphi più esoterici a beneficio delle amanti occasionali. Sistemati sugli scaffali in base al colore “perché il libro fa tanto casa.”
Altri vorrebbero leggere, davvero, ma non ce la fanno. E’ la categoria dei volenterosi, alle prese con i mattoni. Tengono i due volumi di Deleuze sul cinema appoggiati sul comodino, come se temessero di non trovarli quando hanno voglia di rinfrescare un certo passaggio. Cercano l’osmosi per contiguità; credono nel prodigioso flusso magnetico notturno, quando I testi esaleranno dagli scaffali per infilarsi dentro le loro teste attraverso le orecchie, il naso e la bocca.
Ma il Casalingo ha bisogno di storie. Sfogliare i classici della semiologia non lo distrae a lungo.
Per lui i libri sono una droga, piacevole e pericolosa come le altre.
Aspetta tutto l’anno il nuovo Harry Hole, e lo scoppia in poche ore, lasciando sulle pagine tracce vistose della sua giornata.
Appiccicose di marmellata, arricciate dall’umidità del bagno, sbruciacchiate dalle sigarette notturne.
“E mo?” si chiede.
Tocca aspettare.
Non è un bibliofilo. Si affeziona ai libri per i ricordi che gli suscitano.
Si è disperato per la scomparsa di una prima edizione italiana di A Sangue Freddo, comprata per duemila lire su una bancarella di Bologna. Ha gioito per il ritrovamento rocambolesco di American Psycho, in versione tascabile, prestato a un amica e riapparso misteriosamente nella casa milanese di suo fratello. Dieci anni dopo.
A casa sua invece, le librerie sono stivate in doppia e tripla fila.
Pile di volumi viaggiano da una superficie all’altra, raminghi. Dal tavolo alle sedie, dalle sedie alla madia, dalla madia alle scarpiere e poi sulla stampante.
Pepolino ama svuotare gli scaffali. Quando ha un centinaio di tomi sul pavimento, sceglie quelli più colorati e li porta al divano.
“Etto è un regalo pettè, babbo.” precisa tutto fiero, lasciando cadere il malloppo sul pavimento.
“Grazie piccolo, che pensiero sauisito.”
Nepitella legge da quando aveva un anno. Mica Dov’è la mia scimmietta? o Dlin Dlon fa il trenino. Il Casalingo l’ha sorpresa una volta sul water, assorta nella lettura de I miei luoghi oscuri. Al contrario.
E’ attratta dalle copertine: parte dall’immagine e ne desume il contenuto.
Presto leggerà davvero, e i bibliotossici in casa, saranno due.
C’è un libro che Nepitella e il Casalingo amano particolarmente.
“Babbo, prediamo quello del mostro coi piedi da bimbo?”
E’ magico. Il modo corretto di leggerlo è partire dal testo scarno, e svilupparlo grazie ai disegni, dove risiede il vero intreccio. Così, ogni volta è una nuova avventura Nel paese dei mostri selvaggi.
In cerca di soluzioni legali alla sua dipendenza, il Casalingo comincia a razziare le biblioteche, con le quali non aveva mai avuto un buon rapporto.
Ritardi mostruosi, volumi distrutti.
Bandito per sempre dal prestito in tutta l’Emilia Romagna.
Ma stavolta il Casalingo fa sul serio.
“Stavolta faccio sul serio. Senza sgarrare!”
L’avevo detto, che faceva sul serio.
Dopo essere stato per anni un compratore selettivo, scopre la gioia di affidarsi al caso.
Costruisce bizzarre sequenze di libri, sensate per lui solo.
Biografie di eretici medievali, fantascienza mistica, poeti omosessuali degli anni trenta.
Si sganascia dalle risate sulla ricca produzione di autori locali.
Ambosessi, solidq posizione nel pubblico impiego, decisi a sostenere tutto il costo dell’edizione per non negare ai posteri le gioie de:
1)l’ennesima variante, incredibilmente bavosa e pervertita, della liason tra l’anziano professore la ginnasiale trecciuta.(Nabokov ha sturato un merdosissimo grumo di pedofili con pretese di intellettualizzare la minchia. E scusate il termine. Non “minchia”, quell’altro.)
2)Passeri, Cardilli, Fringuelli, Pterodattili, Tacchini col vizietto della grappa, e quant’altro: ornitologia in rima baciata. Ovvero:
Quanto bramo l’uccello. A cura della maestrina dalla penna rossa.
Finalmente il Casalingo, qunado è sera, non si lamenta che non ha un cazzo da leggere.
Legge tanto. E più legge, più dimentica.
Confonde trame e autori.
Senza un oggetto concreto che attivi la memoria, il cervello libera spazio per altre parole.
Decide di appuntare su un quaderno titoli, autori, e giudizi sintetici. Ma sono troppi. A volte gli manca il taccuino, e annota su un foglio volante, che fatalmente perde. Oppure ha il quaderno ma scorda di prendere l’appunto.
Gli manca la rilettura, a quel rompipalle.
Ci sono stati anni malinconici nei quali freauentava sempre i soliti libri.
Durante l’adolescenza ha disintegrato L’isola del tesoro:
All’ultima lettura le pagine gli restavano in mano ad ogni girata.
Valuta di riprendere i furti. Alzando un po’ il tiro.
E’ sempre stato favorevole alle rapine in banca.
Non riesce a trovare un motivo per condannarle, a parte la violenza.
Ma lui sarebbe un rapinatore gentiluomo. Butterebbe in lungarno mazzette di cento euri per godersi la scena e bloccare l’inseguimento alla pula.
Non sparerebbe q nessuno, lui.
Individua le filiali giuste, nei pressi della superstrada, per scappare alla svelta.
Tuttavia, dopo una seria autoanalisi, lo ammette.
Gli mancano le palle per irrompere in un luogo pubblico, con passamontagna e armi in pugno.
Certo, il Ta-Clak del fucile a pompa è stupendo, ma lui è capace di perdere il portafogli durante la rapina, per la gioia del commissario di turno.
Una figura di merda peggio del Lulli.
Sarebbero venuti a prenderlo, dl’agente in divisa, e il tizio in borghese coi rayban a specchio; che l’avrebbe salutato con un ganascino formidabile.
“Voleva fare la giapina, lui. Capito Panunzio? S’era accattato pure o micia.”
“Come, scusi?”
“O micia.”
“Una rapina con la gatta, signor commissario?”
“Panunzio! Di la verità: hai socciatto gioga dal deposeto, e l’hai assunta.”
“No, signor commissario. Niente droga.”
“I allora me lo spieghi pecché non capisci una minghia, ah?”
Il commissario avrebbe lasciato andare la guancia del Casalingo per dedicarsi a quella imberbe del poliziotto.
“Il micia, Panunzio! Fu-ci-le mi-cia-glia-to-re!”
“Ah, il mitra!”
“Ah, il micia! E io che ho detto? Panunzio…”
“Comandi, signor commissario!”
“Sei una protuberanza della tua stessa minchia.”
“Sì, signor commissario.”
“Bravo. E ora levami da nanzi sto cazzo moscio, sennò lo disintegro di calci in gulo! La giapina, voleva fare…”
Niente giapine. Pardon, rapine. Per certe cose bisogna cominciare da giovani.Eppure gli scoccia abbqndonare l’idea.
“Ma porca di una troia!” pensa il Casalingo “Sto tappato in casa tutto il giorno, a organizzare la mia vita da bandito e non concludo mai. Cosa mi manca a me?”
Gli mancano la decisione e aggressivita’.
Gli manca la macchina.
Gli mancano le armi.
“Anzi l’arma” puntualizza il Casalingo, “perché la mano sinistra mi serve per tenere i pantaloni chiusi…”
Si sofferma a fare due conti, picchiettandosi le labbrq con l’indice.
“…dunque, una mano la pistola, una mano sulla patta…E i soldi?
Brutto coglione, hai forse una terza mano per prendere il malloppo?”
Quando si perde in un bicchier d’acqua, vorrebbe prendersi a calci in culo da solo.
Che diamine, un po’ di intraprendenza!
“Allora mi attivo. Da ora non si torna indietro. S’è detto bandito, e bandito sia! Prima cosa: procurarsi una terza mano…”
Ponderato il concetto, e le sue conseguenze, il Bandito Moderno scuote la testa.
“Forse mi manca la cattiveria perché non sono ancora abbastanza povero” ammette, per la seconda volta in poche ore. Poi un sorriso gli illumina gli occhi.
“Quand’è così, migliorero’: questa cosa la posso migliorare!
Lavorerò giorno e notte, per diventare sempre più miserabile. Guadagnerò montagne di povertà, per me e per tutta la mia famiglia.”
Il Casalingo se ne va in cucina a preparare il soffritto, rasserenato.
Ha sempre avuto una predisposizione incredibile a perdere denaro.
L’avrebbe coltivata, nell’attesa del giorno della rabbia.
Quando un Bandito Moderno sarebbe entrato in banca col mitra spianato.
“E quando ci sono, prova a levammici!” dice L’Ancora Per Poco Casalingo Moderno, immaginando la scena. Lascia il coltello sul tagliere,  e sistema le mutande tra i due capi della zip che ormai non si incontrano da parecchio.
“T’ho detto levamici, t’ho detto!” provoca il Casalingo, lanciando uno sguardo assassino alla cappa aspirante.
Poi abbandona di nuovo il coltello.
E tira su i pantaloni sbottonati, ormai scesi a mezza coscia.
“Te levamici, vai. Se ci riesci!”

diabo

Critica della Ragion Pura: taglierini alla boscaiola.

Lo confesso. Ho usato Kant ( can’t?) per attirare folle oceaniche su questo post.
Invece ci occupiamo di teoria e tecnica della panna nei primi piatti.
Quando si usa la panna?
Mai, in teoria.Nella mia teoria.
In pratica, dal Manzanarre al Reno, la panna rappresenta il modo più semplice per legare una salsa.
Il disilluso cuoco di batteria la aggiungerà ai suoi abominevoli risotti.
Il dilettante milanese ci rovinerà un aborto di carbonara.
Non si fa.
Poiché la panna copre i sapori, si considera illegittima, alla stregua di un trucco da baraccone.
In pratica, la panna è ammessa se voglio che il piatto sappia di panna. A volte succede.
Pensa alle sottilette: fanno schifo, ma ti può venir voglia di quel sapore grasso e insulso come la cultura occidentale contemporanea. un segno dei tempi.
Riformulando la teoria: la panna è proibita quando è possibile ottenere lo stesso risultato in altro modo, tipo cucinando bene.
Posso affermare con una certa sicurezza che la panna è ammessa se state preparando la pasta con la panna. o i tortellini, con la panna.
C’è un piatto, poi, che incarna lo spirito degli anni ottanta meglio di una felpa Best Company. Le famigerate  farfalle con panna e salmone.
La panna ha il potere di evocare l’infanzia, per ragioni contingenti (i piatti che si danno ai bambini) e inconsce (grasso, dolce latte materno).
Da bambino il babbo mi portava in una trattoria per camionisti a menù fisso. Ci sedevamo e portavano da mangiare, senza lo stress della scelta. Poi i proprietari se la sono giocata a carte, la trattoria. Ora alla cassa c’è un mafioso russo evidentemente seccato perché ti deve dare il resto invece di una coltellata.
Nel vassoio dei primi, c’era sempre la boscaiola.
Tagliatelle con piselli, pancetta e funghi. Più panna.
Per questo piatto infrango anche la teoria riformulata. Perché si può preparare sicuramente senza panna. E sarebbe pure meglio.
Ma io non lo voglio migliore, lo voglio con la panna. Perciò ho cambiato tutto, tranne il succo di mucca.
E’ una ricetta, la mia, contraddittoria. Uso una padella per ogni ingrediente: funghi (di questi tempi porcini secchi), guanciale, piselli(con battutino di cipolla, ma poca). Anche la panna fresca la scaldo un po’ in padella per farla addensare, e la tingo con mezza bustina di zafferano. Stavolta ho usato i taglierini, ma va bene qualunque pasta all’uovo.
Al momento di montare il piatto, manteco con poco burro e parmigiano, e acqua di cottura q.b. ad evitare che il tutto faccia pillone in gola. Non ho potuto resistere, e all’ultimo ho aggiunto una grattatina di buccia di limone rinfrescante. Pura testimonianza. Non ci riuscirebbe nemmeno capitan findus a rinfrescare questa ricetta.
Però è buona. Nepitella e Pepolino l’hanno divorata in silenzio: non succede tutti i giorni
Ah volete pure gli ingredienti?
300 grammi di taglierini
400 grammi di pisellini congelati
guanciale, o bacon a tocchetti ( almeno 100 grammi)
Funghi porcini secchi, una manciata.
Panna fresca 250 cl
burro 30 grammi
1/4 cipolla
zafferano, nepitella, buccia di limone
IMG_3748

Oblio casalingo

Patty_Duke_Valley_of_the_Dolls

Alcuni lavori sono massacranti, alienanti e malpagati.
Il casalingato è faticoso e non retribuito.
La maggioranza non lo considera neanche un lavoro, anche se una recente indagine stima in 7000 euri il valore mensile delle tribolazioni domestiche.
Fossero anche 700 o 7, non si troverebbe nessuno disposto a pagarli.
“Per carità, amore, comprati quello che vuoi. Ai saldi.” dice il marito allentandosi la cravatta, senza staccare gli occhi dal profilo facebook di quella rumena pupporuta che prima o poi.
Così la donna che permette a quella famiglia di esistere vive di mancette e regali.
Chi pianifica giorno per giorno l’economia domestica deve chiedere al signor marito anche i soldi per i collant.
Non è una questione di soldi.
Attenti ora.
Se la casa è il tuo regno, sei un sovrano senza sudditi.
Il tuo dominio è una plaga desolata di minuti.
Comincia quando la famiglia esce di casa, finisce con le scampanellate di rientro, che la cena è quasi pronta, la tavola apparecchiata, e in tivvù ci sono i quiz.
Ti svegli prima di tutti, prepari la colazione, vesti i figli.
Ti salutano a mezza voce e vanno via producendo una scia di mutande, pigiami, marmellata e briciole. Ti sbattono la porta in faccia. Perché si può sbattere la porta in faccia anche a chi rimane in casa.
Allora entri in una dimensione a parte, dove il tempo rallenta.
Aspirapolvere, cencio, anitra wc, multiuso spray. Comprare, cucinare, lavare, stendere, stirare. Le cose da fare sono spuntoni di roccia tagliente per scalare la giornata, lungo un percorso segnato dall’attesa.
Non puoi andartene, né fare altro. Solo aspettare che il pavimento asciughi, che la lavatrice finisca, che l’acqua bolla.
Che il cervello smetta di correre su quella cazzo di ruota da criceti.
La vita interiore è pericolosa. Potrebbe svelarti all’improvviso la miseria della tua vita.
Per questo prospera, tra le mie consorelle, una vivace sottocultura dell’oblio.
Non che i casalinghi maschi non ne avvertano la necessità. Solo che la soddisfano come un disperato qualsiasi.
Invece per le donne, possiamo azzardare una generalizzazione, del tutto superficiale ed empirica.
Qualunque cosa, dicevamo, pur di far accelerare quelle lancette.
Il sistema tradizionale è il sesso.
Postini, idraulici, addetti del censimento, venditori Folletto, figli dei vicini.
L’atto in sé libera endorfine, giova alla pelle e brucia i grassi. La signora riscopre la sua femminilità. Ci guadagnano l’igiene e l’estetista.
Un mondo di stratagemmi sotterfugi, bugie e diversivi che allontana i pensieri bui.
Il cuore e le lancette battono veloce.
L’attesa, uno stillicidio d’ angoscia in un bacinella sul punto di traboccare, ora è uno spensierato conto alla rovescia. Un canto sommesso a bocca chiusa.
La grande alternativa all’infedeltà è lo stordimento.
In questo campo le casalinghe non temono rivali, per inventiva e perseveraza.
A cavallo del 900 non è difficile sedersi in un caffé di città, notare signore annoiate estratte una siringa d’oro dall’acconciatura e praticarsi un’iniezionedi morfina, davanti a tutti.
La morfina, prescritta per dolori mestruali e generici “problemi femminili”.
Poi è la volta dell’etere, inalato da fazzoletti immacolati, per un brevi deliquio alla Telemaco Signorini.
Gli anni 40 segnano l’avvento degli psicofarmaci. Inizia l’amore ricambiato delle casalinghe per i rimedi psichiatrici.
La psichiatria di massa sancisce la consapevolezza di un disagio diffuso e il riconoscimento del male oscuro come problema sociale prima che individuale.
I barbiturici accompagnano le casalinghe durante l’età dell’oro, gli anni 50.
Capsule variopinte quanto l’iconografia pubblicitaria dell’epoca, garantiscono a legioni di donne terrorizzate dai propri sogni, una notte finalmente sterile.
Alcune temerarie scoprono l’associazione di Seconal e Fenobarbital con l’alcol. Sotto le cofane torreggianti, sopra i reggipetto missilistici, le teste girano, le bocche ridono.
Precipitano dai comodini bicchieri spessi, lasciando sul pavimento frammenti di vetro e ghiaccio.
Al mattino, per salpare dal porto sicuro del letto, bisogna diradare la nebbia.
Sulle donne, ancorate ai cuscini, sorge il sole glorioso degli stimolanti.
Le amfetamine (di qui in avanti anfetamine, in nome dello stile, in barba alla scienza) erano state la benzina degli aviatori, durante la guerra.
Durante il boom, le case farmaceutiche ne promuovono l’utilizzo nelle diete, una faccenda esclusivamente femminile.
Le borsette occidentali si riempiono di pillole per ogni occasione.
Nei favolosi sixties lo scrittore di fantascienza P.K. Dick descrive casalinghe marziane preoccupate di accaparrarsi scorte di sedativi ed eccitanti, del tutto incapaci di affrontare la vita senza farmaci.
Quelle donne sole in un mondo ostile assomigliano fin troppo alle terrestri.
Proprio in quegli anni, la controcultura emergente bolla le pillole come “droghe cattive” mentre esalta lo sballo naturale della marijuana e quello mistico-visionario dell’acido.
Secondo un teorema che sopravvive ancora oggi, gli psicofarmaci sarebbero strumenti di oppressione e controllo sociale, mentre le droghe buone liberano mente e corpo dalle catene del conformismo.
Le donne di casa cavalcano lucenti destrieri di molecole, su e giù, accese o spente, mentre fuori tutto cambia. Escluse dalla nuova frontiera, guardano le ragazze più giovani che studiano, fanno carriera, fanno l’amore.
Invece loro, incastrate in una generazione di mezzo, vivono come le madri ma bramano la libertà delle figlie.
La chimica rende splendente la prigionia, come i detersivi al fosfato sul loro pavmenti.
Arrivano le benzodiazepine e il metaqualone: i downers del futuro, mentre un film tratto da un bestseller racconta l’accoppiata donne-pillole. “The valley of the dolls”(1967) gioca sull’ambiguità del termine “dolls” bambole, ma anche pillole, in gergo. La protagonista Sharon Tate non finirà vittima dei farmaci come tante colleghe (una a caso , Judy Garland). Due anni dopo, incinta al nono mese, verrà massacrata in casa sua, dalla Manson Family.
I figli drogati si sa, sono sensibili. Capelloni e contestatori attaccano i padri autoritari, ma saccheggiano i i flaconi di mammà nell’armadietto del bagno. Forse quelle pillole non sono male, basta farne buon uso.
L’intera cultura Mod cresce grazie alle anfetamine raziate in casa, capaci di farti lavorare il giorno e ballare la notte, a ciclo continuo.
Mick Jagger e Keith Richards esprimono empatia con le mammette a rota in Mother’s little helper (1966): “L’aiutino della mamma”
Che palle diventare vecchi!
“I ragazzi non sono più quelli di una volta”
sento dire a tutte le mamme
La mamma oggi ha bisogno di qualcosa per calmarsi
E anche se non è propriamente malata
c’è una pillolina gialla
e corre a cercare il conforto di un aiutino della mamma
per andare avanti, e arrivare alla fine di una giornata piena di impegni
Forse non tutti sanno che l’Italia è stata il regno degli stimolanti, per molti anni.
Anche quando i paesi anglosassoni ne avevano drasticamente regolamentato la vendita, da noi si trovavano in farmacia come prodotto da banco senza prescrizione.
Come splendono le graniglie, con la simpamina! Che grinta su quei colletti, grazie alla metedrina!
Talvolta arriva l’ambulanza davanti al palazzo, e gli inservienti si portano via la mamma, trovata a stirare le pagine dell’enciclopedia, o sforbiciare la biancheria in quadratini da impilare sul tavolo di formica. Che vuoi che sia.
La metedrina delle casalinghe sovrappeso è la prima sostanza d’abuso per via endovenosa nel Belpaese.
Nel 1971 la legislazione interviene contro gli stimolanti. I drogati passano alla morfina prescritta da medici compiacenti fino all’arrivo della cara vecchia Eroina, creata dalla Bayer come alternativa all’Aspirina.
Per mal di testa molto forti.
Ma questa è un altra storia.
Mentre i figli muoiono coll’ago nel braccio, o vanno da Muccioli (disintossicati a forza di botte e violenze sessuali), le madri anni 80 rendono il Valium il farmaco più venduto, insieme all’antiacido Maalox (per le ulcere dei padri amareggiati).
Negli anni 90 il Prozac è il primo di una nuova categoria di antidepressivi. Grazie a i medici di base, le donne di casa li proveranno tutti, con alterni risultati nella lotta a una depressione ormai endemica.
La sensibilità postmoderna, si sa, mescola tutto.
Da sempre sull’orlo del baratro emotivo, oggi la casalinga soffre la progressiva decadenza del suo ruolo nella società.
Adesso resta in casa chi non trova lavoro, chi è costretto ad accudire un parente malato. Oltre alle signorone. Queste però rifuggono la definizione, evocativa di pianelle e grembiuli. A chi chiede loro cosa fanno, rispondono: “faccio la mamma” oppure “ faccio beneficenza”, in base al censo e all’età.
Scompaiono le droghe “di categoria”. Le sostanze sono uguali per tutti, cambia lo stile di consumo.
Casalinghe eroinomani, che mandano all’ospedale i figli piccoli in overdose da metadone.
Mamme che annaffiano piantine di Maria sul terrazzo.
Racconta Walter Siti (ne Il contagio) delle casalinghe borgatare che si pippano il loro mezzo grammo di coca in bagno, prima di attraversare le immense periferie romane per scarrozzare i figli.
Leggiamo di casalinghe spacciatrici, versioni stupefatte delle presentatrici Avon.
Grazie ai forum su internet tornano alla ribalta le droghe fai da te, l’uso creativo di sostanze alla portata di tutti.
Non per niente la perniciosa abitudine di inalare ammoniaca è nota da sempre come “sballo della casalinga”.
In alternativa il Lisoform conferisce nuove attrattive alla pulizia delle piastrelle.
Pare che qualcuno sniffi l’Oki, un antinfiammatorio assolutamente non psicoattivo: probabilmente le sinapsi inesperte scambiano per sballo l’effetto irritante sulle mucose dell’aroma al mentolo.
Resiste la noce moscata, molto in voga anche tra i carcerati: allucinogena se ingerita in cucchiaiate da 5 grammi.
Peccato che gli effetti collaterali prevedano mal di testa immenso, dolore alle ossa per tre giorni, naso gocciolante, depressione e manie suicide.
L’ultima tendenza prevede di seccare e fumare le ortensie. L’effetto ricorda la cannabis.
Siamo giunti al termine di questa breve carrellata sui passatempi domestici.
Eccitanti, sedativi, allucinogeni, empatici. Purché il tempo passi.
Eppure quella solitudine incurabile, quel sentirsi tagliati fuori da tutto e tutti potrebbe offrire spunti costruttivi.
Spolverare saltando e scuotendo i capelli, come Jennifer Beals al provino.
Cucinare nude, cantando in playback su una compilation di Celin Dion.
Scambiare il lato dei bottoni sulle camicie del marito per godersi di nascosto le sue bestemmie mentre cerca di vestirsi, ancora rincoglionito dal sonno.
E se dopotutto la sobrietà risulterà un peso troppo grande, non giudicatele.
Sorelle, nessuno vi capisce meglio di un Casalingo.
Ma lasciate almeno che vi immagini così:
Ubriache di Cynar, rosolio, nocino e Punt e Mes.
Sdraiate, a scuotere la cenere sul tappetto.
Stonate sì. Ma almeno voi, voi che siete ancora numerose, fatelo insieme.
Provatevi gli smalti, spettegolate delle assenti.
Spogliate con gli occhi l’uomo del contatore, scambiatevi le gonne.
Così, barcollanti, ammazzate il pomeriggio. Dimentiche dei figli e della cena.
Dimentiche del mondo, che vi ha scordate da un pezzo.

Invettiva con puntarelle e budino di semolino (le due ricette costano 3 EURO in tutto)

Cosa è diventata la cucina.
Senza punto interrogativo. Cosa è diventata l’arte culinaria, signora mia.
Stuprata da cuochi pretenziosi quanto privi di talento, banalizzata dai media.
I canali televisivi defecano ricette h24, schizzano immonda diarrea gastronomica sulle pareti smaltate del vostro cervello. E’ l’ultima frontiera della pornografia.
Il sesso dei filmini zozzi non ha cause né conseguenze. Trombate in sequenza volte a produrre formicolio nelle mutande.
Allo stesso modo, la cucina in tivvù simula l’effetto del cibo sui centri del piacere, tramite la sinestesia. Stabilisce con lo spettatore un legame masturbatorio. Sta al cibo come il paginone di Le Ore sta a una scopata vera.
Non ci sarebbe nulla di male se la gastropornografia non traboccasse nella realtà.
Ma i ragazzini foodie girano per ristoranti stellati invece di spendere tutto in droga e concerti (che tempi).
Una cultura millenaria soppiantata dalle combinazioni standard della cucina internazionale: prendete un pezzo di animale morto, rotolatelo nelle spezie, e mi raccomando, non scordate un tocco acido per bilanciare il gusto del grasso in bocca.
Chi scrive è un moralista, come tutti i dissoluti. Riprenderò l’invettiva, l’argomento merita.
Nel frattempo, due piatti che prendono a calci in culo l’halibut e chi lo cucina.
Non rubano gli occhi. Non richiedono una tecnica elaborata. Non esplodono in bocca titillando le papille gustative fino all’orgasmo.
Sono ricette modeste. Però hanno un senso, e una storia.

                                                  Puntarelle saltate
Una delle prime vittime della globalizzazione gastronomica è stato il sapore amaro.
Fateci caso. I piatti fighetti lavorano sul contrasto dolce-amaro, e grasso-acido. L’amaro non tira.
Le puntarelle sono le cime della cicoria (o catalogna), Una volta si trovavano solo a Roma e dintorni. Nella Capitale si mangiano crude in insalata. Però una volta, in una trattoria della Garbatella, le ho mangiate così:
Staccate le cime dal cespo e lavatele. Scottatele in acqua bollente salata per cinque minuti, scolatele e lasciatele freddare. A questo punto dividete le cime in filetti più sottili. Questa operazione si può fare anche a crudo, ma dopo la scottatura è molto più facile, basta inciderle dal fondo e tirare.
Mettere al fuoco una bella padella, aggiungete due spicchi d’aglio e un po’ di peperoncino, lasciate insaporire l’olio a fuoco basso per qualche minuto, poi togliete l’aglio. Alzate il fuoco e aggiungete le puntarelle che avrete già salato leggermente. Fatele cuocere una decina di minuti. Vedrete che rimangono croccanti ma non dure. Nel piatto potete aggiungere altro sale e peperoncino, oltre a un filo d’olio crudo.
Il sapore è amaro ma molto gratificante. Stimola il metabolismo, scuote dalla sonnolenza da carboidrati.
Ottime di contorno, con carne o frittate. Perfette da sole, accompagnate da parecchie fette di pane casareccio del giorno prima.

                                IMG_3741

                                                           Budino di Semolino
Un dolce poco dolce, dal poetico sapore di pane. In toscana esistono tante varianti quante sono le famiglie. E’ presente anche nell’Artusi in due versioni (budino di semolino e torta di semolino).
Mi è successo spesso di assaggiare piatti presentati come antiche ricette di famiglia e poi ritrovarle pari pari ne “La scienza in cucina”
L’una cosa non esclude l’altra, visto che Artusi raccoglieva ricette di piatti tradizionali.
Però ho la sensazione che l’Artusi abbia influenzato la cucina familiare toscana, come la Divina Commedia ha disseminato vicende e personaggi nella narrativa popolare.
Influenza di ritorno, nel caso dell’Artusi. Un piatto contadino riproposto in un libro destinato alla borghesia. Le ricette del libro circolano. Tramandate oralmente, arrivano alla fonte originaria. Tornano nella tradizione contadina e finiscono nel quaderno di ricette della bisnonna, chiudendo il cerchio.
Ma non è questo il caso.
Io uso una ricetta segreta della famiglia di Salvia. Non mi è permesso divulgarla.
Posso dire che è una preparazione estremamente semplice.
Gli ingredienti sono:
latte, semolino, zucchero, uova, alchermes. Le proporzioni scopritele voi.
Le due ricette artusiane sono più ricche: uvetta e mandorle, biscotti e marmellate.
In effetti, una volta scodellato il dolce, viene la tentazione di servirlo con creme o salse.
Resistete. Scoprirete che le fette lisce, color carne, stanno bene così. Ne apprezzerete la delicatezza alla seconda o terza fetta. Continuerete a tagliare e mangiare, senza senso di colpa né pesantezza di stomaco.
Vi scoprirete a fissare poche briciole su un piatto vuoto, avendo infine carpito il vero segreto: e cioè che la perfezione non è migliorabile.
IMG_3745