Uomini e Topi atto secondo

Il dottore gioca con la biro multicolore, identica a quelle che il Casalingo usava alle elementari.
-Non sapevo le facessero ancora.
-Prego?
-No, niente.
Gli scoppiava sempre in tasca, lasciando sul grembiule e sulle mani chiazze di inchiostro verde.
Che poi era il suo colore preferito tra le penne, il verde. Gli pareva prezioso e raro.
I compiti si facevano rigorosamente in rosso e blu, così il Casalingo verdeggiava tra le maglie strette delle regole: parentesi graffe, titoli dei temi, risultati delle espressioni.
Quando incignava un quaderno nuovo, lo apriva alla prima pagina, quella più spessa delle altre, dove mettere nome, classe, e indirizzo. Scriveva piano e bene, fioriva le maiuscole di riccioli vezzosi, calcava la penna sul foglio che restituiva alla sua mano una spinta morbida e croccante, grazie al sostegno di tutte le pagine del quaderno, ancora vergini.
Dopo qualche pagina, il Casalingo settenne abbandonava il verde e il rosso. La scrittura si inclinava; le frasi scavallavano il rigo piccolo della terza elementare in ripidi pendii per scendere giù nel margine appena in tempo per inchiodare .e andare a capo.
Parole imbizzarrite,  onde nere in una tempesta marina.
I fogli successivi erano istoriati di faccine buffe ,genitali assortiti, bombe, siringhe e svastiche.
Quando ormai la scrittura era illeggibile, talmente carica di cancellature da dare l’angoscia, il quaderno entrava nella fase terminale, cannibalizzato per fabbricare aeroplanini o per giocare a “Cose Fiori e Città”. Allora il giovane Casalingo ricorreva alle scorte da guerra fredda comprate dal suo babbo a settembre: pacchi da dieci ancora nel cellophane, due di ogni tipo esistente in commercio, album da disegno, matite gialle con la gommina, penne Bic a scatolate, Replay cancellabili e ovviamente, biro multicolore a forma di sigaro. Prendeva un quaderno a tema londinese (un tizio a speaker’s corner, basettoni rossi e berretto cencioso, arringa due fidanzatini punk e una signora in bigodini), Apriva la copertina passando il pollice sinistro sulla piega, scriveva il suo nome in verde, e tutto cominciava da capo.
“In trent’anni non è cambiato un cazzo” pensa il Casalingo fissando la penna tra le dita del medico.
Un nuovo quaderno, una nuova vita. Assaporare le infinite possibilità con la penna a due centimetri dalla carta. Lo poteva vedere, anche da piccolo, l’infinito che si riduceva a poca cosa dopo aver scritto il suo nome.
Un attimo prima il quaderno conteneva tutto ciò che poteva essere scritto fino alla fine dei tempi. Subito dopo il blocco carnoso di pagine custodiva le sue parole. Tutte, persino quelle che non conosceva ancora.
Decreti presidenziali e la confessione di un delitto  commesso in una terra lontana (molto più lontana delle chiazze bianche intorno all’Italia, sulla cartina appesa in classe). Progetti di marketing e articoli scientifici; l’ultima pagina di un romanzo e le dichiarazioni verbalizzate dopo un incidente stradale.
Non era diventato presidente, riflette Il Casalingo; non era diventato niente. Si sente come un uovo marcio. Potenzialità inespresse e pessimo odore. In compenso i verbali della stradale con la sua firma non gli mancavano.
“Vediamo un po’…” Il medico ha inforcato le lenti in punta di naso e scorre le pagine di una cartella. “.Risonanza…negativa…”
Alle elementari, il primo esercizio di analisi logica faceva evaporare le parole possibili, ancorando il quaderno a quell’inverno piovoso degli anni ottanta, all’odore di gesso, mandarini e segatura dentro l’aula. Dopo gli inevitabili errori era un quaderno di Italiano qualsiasi, e per giunta spiegazzato.
Così il bimbo dagli occhiali luridi, svanito anche l’ultimo miraggio di perfezione, scriveva sempre peggio. Le frasi deragliavano, le lettere si fondevano fino a lasciare sul foglio solo una parodia di scrittura.
La maestra si arrabbiava. A casa, durante le ispezioni alla cartella, la mamma scandiva ogni parola con uno schiaffo sulla testa.
“Non. Devi. Sprecare. Le. Cose!”
Loro non capivano.
Gli altri bambini scrivevano. Lui, dall’iniziale del suo nome fino all’ultimo scarabocchio, depennava possibilità.
Gli altri bambini scrivevano; lui cancellava.
“Se la sente di raccontarmi l’incidente?” chiede il medico, visto che il paziente  non si decide a parlare.
-Mmh.
-Coraggio.
-Mi ricordo solo che andavo piano, pianissimo.
-Non ricorda altro?
-Come sempre…mi ero perso. Si figuri, perdersi nel centro di Empoli. Cercavo con lo sguardo un cartello blu. Ho sentito una botta e l’oppressione accogliente degli airbag.
-Ha perso conoscenza?
-Non lo so. Non ricordo.
“Dunque c’è stata una botta, abbastanza forte da attivare gli airbag.” Pausa. “E lei non ricorda niente?”
-Ricordo…
-Cerchi di visualizzare la scena. Vorrei escludere l’amnesia di origine traumatica.” argomenta il medico, il tono della voce è tranquillo, professionale.
“Ricordo quella specie di Barbapapà che mi cullava.” Il Casalingo si titilla una ciocca di capelli, poi li lascia andare come se scottassero. “Nessun pensiero, nessuna paura: un attimo di felicità zen. L’ultimo.”
-E poi?
-Poi ho intravisto, oltre i palloni bianchi che ancora danzavano di fronte a me, una Fiat Cinquecento di quelle terribili, anni novanta, che mi aveva trebbiato il muso della macchina. Sono sceso, mezzo intontito ma con la baldanza di chi è convinto di aver ragione.
-E invece?
-Invece non avevo dato la precedenza. La verità? Non l’ho vista, non l’ho proprio vista. Sono arrivati i vigili e l’ambulanza. Mi hanno dovuto prendere di peso e e mettere a sedere, perché facevo su e giù per l’incrocio, parlando da solo.
-E cosa diceva?
-Eh. Spiegazioni, congetture. Qualunque cosa potesse dimostrare che non era colpa mia. Ero convinto che mi fosse venuta addosso la Cinquecento. E mi era venuta addosso, solo che aveva le sue buone ragioni, diciamo.
-Ma ora, come si sta? E’ tranquillo? Perché la sento agitato.
-Lo sa che ho distrutto tre macchine in dodici mesi?
-Mmh.
-La mia donna lo diceva, non la prendere. Dopo l’ultima volta ero stato tutta l’estate senza guidare, e ci stavo attento, quelle poche volte. Poi sono arrivati loro, maledetti bastardi. Mi hanno tolto la casa e il sonno. E ora la macchina! E’ tutto finito. Perdo i bambini così, capisce?
Il Casalingo cerca di rimandare indietro i singhiozzi ma, come può uno scoglio arginare il male? Vengono giù, dense e salate come è giusto che siano.
“Su, su, prenda un fazzoletto.” Il dottore gli passa dei tovagliolini da bar, senza riuscire a trattenere una esigua contrazione delle labbra. Un segno di disgusto, pensa il Casalingo.
-Un po’ meglio..sì? Mi racconti, chi sono “loro”?
-Lo sa cosa mi ha detto Salvia? Poteva dire qualunque cosa e io stavo zitto, un cazzo di bambino preso a rubare, non so, la roba che rubano i bambini di oggi, marmellata, carte di credito, antidepressivi…vabbé. Poteva demolirmi con le sue cattiverie. Lei ha un talento per questo, sa? Ti strappa il cuore, con due strilli, se vuole. E invece non ha nemmeno alzato la voce. “Tutto considerato” mi ha detto; “tutto considerato ho capito che il gioco non vale la candela.”. Si è presa una pausa per respirare. “Facendo per bene i conti, è chiaro che tu costi troppo. Costi troppo per quello che sei.” E questo è tutto.
Ora il dottore mostra evidenti segni di impazienza. Continua a pulire le lenti, cambia posizione alle gambe. “Le avevo chiesto chi sono LORO. Chi sono i responsabili dell’incidente? E cerchi di rispondere, perché non ho tutto il giorno da dedicarle.”
-Lei non ci crederà. Ma la colpa è loro. La colpa è dei TOPI!

Tre giorni prima…

I genitori del Casalingo abitavano un grande appartamento dalle parti del vecchio ospedale.
La famiglia Moderno al completo si trovava nella stanza sottotetto che era stata la camera dell’Inquieto Casalingo Da Giovane.
Naturalmente, la madre aveva cancellato ogni traccia del suo passaggio, fatta eccezione per i libri, troppi per il quartierino sottomonte, sopratutto da quando c’erano i nani. Il Casalingo si intenerì un momento, scorrendo i titoli. Satanismo, scrittori americani, semiotica, biografie, altri scrittori americani. Al posto del suo letto c’era un divano apribile, che infatti era aperto. Ai muri stampe incorniciate di odiosi pittoroni del novecento. Klee, Picasso.
-Ci manca solo Mondrian. Chissa dove cazzo è finito il mio corazon espinado.
-Ce la fai a non dire cazzo ogni due minuti? E voi a letto, forza!
-Nooo! A letto non ti vojio andare.
-Guarda che a lui devi cambiargli il pannolo.
-Sì padrona. Comunque l’hai detto pure tu. Cazzo.
Stavano a rota di televisione. In camera non c’era, mentre giù in sala i padroni di casa guardavano Bruno Vespa. E guai a fiatare. Niente Gabriel Garko per Salvia, appassionata di schifezze, a tavola come sullo schermo.
Il materasso mancava di spessore e il telaio del letto si piantava in punti sparsi del groppone, punti dolorosi, sia chiaro.
Inoltre i figli si erano sparati un sonnellone da 120 minuti e, sollevato il capino dai cuscini impregnati di bava, avevano dedicato il resto del pomeriggio alla frantumazione dolosa delle porcellane inglesi della nonna. E sembravano ancora parecchio vispi.
-Babbo…
-Che c’è?
-Ci racconti una storia?
-E’ tardi, Nepi.
-Ma io non ho sonno!
-Nemmeno io ho tonno!
Era noto tra gli esperti come il dilemma della siesta. Se non li fai dormire, alle 19 gli spuntano .code e corna, gattonano sui muri e parlano in lingue. Se fanno il pisolino, la sera sono tranquilli. Pronti a una serena nottata di giochi.
-Eddai, raccontagli sta storia così dormono, che io non ne posso più. Tra il lavoro, i bimbi e tu ma.
-Mi ma ci ospita, e ci tocca abbozzare.
-Oggi ha rilavato tutti i vestiti puliti dei bimbi. Li prendeva dalle buste e li annusava facendo versi: secondo lei avevano preso di mùcino.
-Ma era vero?
-Ci sta. Ma ha fatto un teatro…Ha detto che la nostra casa è mefitica e malsana, testuale.
-Che significa mefitica, babbo?
-E’ una cosa o un posto, che rende l’aria tanto puzzolente che ti puoi pure ammalare.
-E la nostra casa è mefitica?
-No. La nonna, sai, ha un naso speciale che gli fa sentire tutte le puzze. Così anche un puzzino le sembra un puzzone…
Il Casalingo si era reso conto della sua cazzata proprio mentre la pronunciava, ma era tardi. I piccoli avevano drizzato il capo e si davano di gomito. Mandarono un coro:
-Ti piace la puzzi puzzi, ti piace la puzzi puzzi…
-Zitti nani, i nonni dormono.
-Non dommono, ti tente a televisione.
Chissà perché il piccolo, che inciampava parecchio sulle erre e sulle esse, pronunciava perfettamente la parola televisione.
-La televisione è accesa, Pepo, ma loro dormono sul divano.
-E pecché non ti dommiamo anche noi tul divano, colla televisione?
-Perché ci sono loro, e noi non ci entriamo.
-No. Tul divano nottro, a casa nottra.
“Ha detto che vuole vedere la tivvù sul divano nostro.” spiega Nepitella, traduttrice ufficiale dal pepolinese.
-Avevo capito.
-Sì, ma perché non andiamo a casa nostra? Io non ci voglio più stare dai nonni.
-Io vojio vedere La Pimpa.
-E io voglio vedere i morticini.
I morticini erano CSI. Il Casalingo aveva spiegato a Nepitella che tutti i cadaveri erano attori ben pagati per dormire tutti sporchi di pomodoro.
-Dai, lo sapete che abbiamo un problema a casa.
-Ma tu avevi promesso che li mandavi via, babbo.
-E infatti li mando via.
-Ora?
-No, domani.
-Ma noi vogliamo andare a casa, ORA.
La madre carezzava i figli per consolarli, ma loro non volevano smettere di piangere. Il Casalingo e Salvia si scambiarono una serie di occhiate in codice.
-Bimbi, ora ci vado. Vado a cacciare i topi così domani dormiamo a casa nostra…
-Evviva, iuppiiiii!
-…ma prima, vi racconto la storia.
-Che storia?
“Mica la solita favola. Questa è una storia vera, talmente lunga che una sera non basta per raccontarla tutta.”
Detto questo cominciò nel modo migliore. Cominciò dall’inizio.

“L’avventura di Babbo contro i Topi”

C’era una casa tra la città e il monte.
Dentro ci stavano una Mamma, un Babbo e due bimbi:un maschio e una femmina.
Un pomeriggio freddo la Mamma fece un grido, lasciando cadere un piatto di frittelle di riso fumanti:
“Un topo, un topo!”
Correva da una parte all’altra della stanza.

La mamma non aveva ancora finito di gridare che il Babbo, armato di granata, bastonava il pavimento dove era passato il topolino solo un momento prima.
“State indietro” disse mettendosi alla posta davanti al mobile, con la scopa sollevata sopra la testa. I bimbi saltarono dietro alla Mamma e sbirciavano la scena dalle fessure tra le dita delle mani.
“Shh!” ordinò il Babbo, e si mise a picchiettare la base del divano bianco.
“Tuc, tuc” faceva il Babbo.
“Tic, tic” rispondeva il divano.
“Toc, toc,” faceva la scopa.
“Tuc, tuc” rispondeva il divano.
“Vieni fuori se ci sei!” gridò il Babbo colpendo ancora, stavolta più forte.
E venne un silenzio immobile, che la stanza pareva una foto.
I bimbi attaccati alle gambe di Mamma, uno per una; il Babbo con la scopa alzata e le ginocchia piegate, e il nasone a punta che puntava lì, sotto il divano, dove il pavimento diventava oscuirità.
Poi successe.
“Tic, tic, toc, toc. Tac TRAK!” fece il divano.
“SBAMM!” fece la scopa.
E dal buco nel legno spuntò il topolino nero.
E uno grigio.
E uno marrone.
E ancora, ancora, ancora.
Schizzavano bestiole come i fiori di un fuoco d’artificio, irradiandosi in ogni direzione.
I bimbi piangevano, la Mamma gridava. E il Babbo?
Lui martellava furioso.
La scopa infrangeva lampade e ninnoli, spaginava libri, ammaccava mobili: non andò a segno nemmeno una volta.
E intanto i topi, spavaldi come i tori di San Firmino, travolgevano giocattoli sparsi e mutande sporche, trottavano sui vinili, sui cocci taglienti, zampettavano sulle frittelle di riso ancora calde.
Ma quando un roditore passò sul piede nudo della Bimba, la piccola strillò forte e poir ricominciò a piangere. Non un pianto ordinario, ma lacrime di paura.
Allora il Babbo mollò la granata, arraffò un po’ di biancheria pulita, vestiti, e tutto quello che gli pareva necessario, sempre che non fosse contaminato dall’orda infernale.
La Mamma intanto aspettava fuori con la macchina accesa. I bimbi sul sedile davanti, ancora scalzi e in pigiama, si aggrappavano alla Madre così forte da farle male.
Il Babbo faceva la spola per riempire il bagagliaio.
Con l’ultima busta in mano, diede uno sguardo alla casa.
Regnava una calma maligna. Sentiva su di sé lo sguardo di mille occhietti, dai presidi sicuri degli anfratti. Dalla busta spuntava la coda di Ugo, un topo di peluche molto amico dei suoi figli: il babbo non ricordava nemmeno di averlo preso.
Si girò per uscire, poi realizzò di aver dimenticato le chiavi e fece per spingere il portone,ma i cardini ruotarono verso di lui e la serratura riconobbe l’altra sua metà salutandola con un CLAK.
Il Babbo disse una parolaccia. Di quelle brutte.
La Mamma aveva le altre chiavi,certo. Però ci si metteva pure il vento. E pensare che gli alberi non ondeggiano neanche un po’: doveva essere stata una folata improvviso.
Questo pensava il Babbo, con la faccia da scemo che ancora fissava la porta.
In quel momento un foglio cominciò a spuntare dalla fessura, fino a uscire del tutto, illuminato dal sole gentile di ottobre.
Il babbo disse un altra parolaccia.
Si fece forza, lo prese e lo riconobbe. La Bimba ci aveva disegnato una sirena, ma non le era venuta bene, così ne aveva preso un altro.
Sotto il disegnino, la carta era costellata di minuscole impronte. Le zampette eseguivano una strana danza attorno a una scritta.
“Pennarello rosso” pensò il babbo, “oppure succo di mirtillo”.

                  .messaggio

Mancava la firma, ma non c’erano dubbi.
I topi li avevano cacciati di casa.
Fine prima puntata.

Aveva sbagliato ancora. Nepitella, ipersensibile, faceva la bocca a tazza, e stava per piangere.
Pepolino si era gasato e sparava raffiche dei suoi “perché”.
Pecché l’hanno mandati dia?
Pecché i topi hanno critto tul foglio?
Pecché le fittelle tono cadute?
Nell’insoddisfazione generale Il Casalingo si arrese.
-Ne racconto ancora un pochino, ma poco poco eh?
-Va bene.
-Ma tu non piangere, piccola. E una storia triste, ma vedrai che poi si risolve tutto.
Il Casalingo riaccese la modalità Narratore.
La voce, tutta di diaframma, cambiò di nuovo colore.

La Famiglia senza casa andò a stare dai Nonni.
La sera successiva, dopo una bella cena e una camomilla al miele, se ne andarono a dormire, tutti nello stesso letto.
E il Bimbo si scaccolava un piede.
E la Bimba si stropicciava gli occhioni sotto le lenti.
E la Mamma si spazzolava i capelli belli,
E il babbo raccontava questa storia, ma non tutta, perché è una storia molto lunga.
A un certo punto, proprio mentre stava per dire “Fine della prima puntata” ,il babbo sentì una voce.
“Senior Babo.”
Chi poteva essere? Non veniva dal letto, ma dal fondo in penombra della mansarda. Uno scherzo dei nonni?
“Hey, senior Babo mister master?”La voce nasale, dall’accento gitano-andaluso, non sembrava minacciosa.
“Non te spaventa padron Babo, yo me voglio appresentarme.”
Ai piedi del letto, nel cono di luce della lampada, c’era Ugo, il topo di pezza, con le manine nere intrecciate in grembo e la coda che frustava il parquet.
Siccome questa è una storia, nessuno si sorprese.
“Cosa ci fai tu qui?”
“Io chiero to help. Aidarte. Ho visto el disastro ojorduì, y me sono tuffato en la busta…”
“Ma tu, tu sei un topo. Sei dei loro! Magari gli hai aperto la porta quando non c’eravamo.”
“Desculpo, ma yo non soy proprio un topo. I’m a puppet in guisa di topo. Topo fuori, mister master, ma pupazzo dentro. Pupazzo bueno senor, no malamende.”
Allora Ugo saltò sul letto e andò a baciare i bambini, che lo strizzarono di gusto, godendosi la morbida elasticità della sua pancia. Subito si rasserenarono e si misero giù, cercando la posizione giusta per dormire.
“Visto? Io aidez. Los Kinder dormire presto…”
“Allora venite a dormire pure voi.” disse la mamma, sfinita.
“Non posso amore, ho fatto una promessa ai bimbi.”
“Che promessa?”
“Che domani avremmo dormito nel nostro letto.”
“E come farai? La casa è un disastro, quei maledetti non ti lasceranno nemmeno entrare.”
“La seniora Mama is right, padron Babo. Loro non estanno topos normales. Hai mai visto un topo escrivere? Escrivere mit pennareglios? Suvvia, mister..”.
“Non ho mai visto neanche un topo che parla, perciò..,”
“Escucia: Yo non soy topo!”
“Va bene, va bene. Ma come conti di aiutarci?”
“Lo che passò in your maison: seguro è la ovra de Rodrigo, senior Babo.”
“Rodrigo?”
“Està un topo mucho malo. Tiene una posse de renegades. They predano, rubano, mangiano. Y ora, a quanto pare, occupano pure las casas.”
“Okay. Ma io devo mandarli via. A costo di bruciare la casa, Ugo.”
“O no no no no no, senior, non burn la casa. Forse despues, come ultima weapon della desperasion. No. Ahora, tu necessite di un piano per entrare. Necessite armi. Rodrigo es un criminale, ma lui tambien tiene un boss, master. Rodrigo prende ordini from le Roi. Le Re dei topi, comprì?”
“Allora mi preparo e vado.”
“Ma dove vai? Non forget padrone, tu bisogni anche otra chose.”
“Y que? Ma come parlo… Di cosa ho bisogno?”
“Tu need Ugo. Bisogni di me. Loro are too dangerous.”
Così il Babbo e Ugo, il topo di pezza, andarono al tavolino e si misero a parlare fitto fitto, perché tutti si erano addormentati. E si dissero tante cose, e fecero anche dei disegni.
Ma quello che si dissero non lo possiamo rivelare, perché fa parte della prossima puntata.
Perché questo pezzo di storia finisce ora, quando il Babbo e Ugo escono per andare a riconquistare la casa perduta e tra le nuvole viola e piombo, fa capolino la luna piena, ma solo per un momento, perché arrivano subito altre nuvole e la inghiottono.
E questa è la fine.
Fine definitiva, ma proprio fine finita per forza, della prima puntata.

Il Casalingo non si era  accorto che tutti ronfavano, come nella storia.
“Meglio così” pensò.
Cinque minuti dopo, uscì di casa chiudendo la porta come aveva imparato da ragazzo, così piano da lasciarla a mala pena sospirare. La macchina si accese all’istante, anche se lui non aveva atteso che si spegnesse la spia, come si fa coi diesel.
Non sospettavano nulla, lui e la macchina, di ciò che stava per accadere.
Non c’era nemmeno Ugo ad aiutarlo.
E voi cosa sapete, di quello che è accaduto?
Di certo vi siete accorti che Il Casalingo è sparito.
Tre mesi fa l’avete lasciato sul punto di affrontare i topi.
Tre o quattro topi, mica la nidiata infernale della storia raccontata ai bambini.
L’ultima puntata era carica di presagi, come se un piccolo problema di parassiti fosse la crepa insignificante destinata a sbriciolare la sua vita.
Sapete anche, l’avete appena scoperto, che Il signor Moderno ha distrutto l’ennesima macchina.
Vi sarete chiesti che fine ha fatto.
Magari si è stufato di scrivere, tuttavia siete convinti che gli sia accaduto qualcosa di brutto, di irrimediabile.
Tra l’altro c’è un buco di tre giorni da colmare. Una settantina di ore tra la scoperta dei roditori e il colloquio col medico.
Potrebbe essere morto per le conseguenze dell’incidente.
Allora chi ha scritto le pagine che state leggendo?
Ipotesi numero uno.
Dopo il funerale, qualcuno della famiglia ha rinvenuto una chiavetta usb con decine di post non pubblicati dove il Casalingo racconta gli ultimi giorni della sua vita. La famiglia decide di renderli pubblici.
Seconda ipotesi: è una strategia narrativa.
Pensate alle serie TV. I telefilm, se è lecito chiamarli ancora così.
Alla fine della prima serie, gli sceneggiatori lasciano il Protagonista nella merda.
Ha affrontato i nemici, forse ha sconfitto l’antagonista, ma dopo l’anticlimax, quando tutto sta per finire bene, un’esperienza epifanica lo porta ad una nuova consapevolezza.
Scopre che è stato manovrato. il vero nemico è, putacaso, la ragazza che sta per baciare. Lei rivela la sua malvagità attraverso gli occhi glaciali. Discutono sul ponte della barca alla rada in una caletta caraibica.
Lui è intorpidito dalla delusione; non tenta neanche di reagire quando lei gli spara, una, due, tre volte, al petto e in testa.
Il Protagonista cade in acqua e affonda, mentre il sangue si spande nel blu, velando l’obiettivo.
Titoli di coda.
La serie porta il nome del Personaggio che fluttua nei flutti, perciò non ci sono cazzi, in qualche modo deve sopravvivere.
-Come cazzo fa a uscirne?
La domanda assilla lo spettatore, rimane in sottofondo per mesi.
Finalmente passa in tivvù il promo della seconda serie.
Sigla d’apertura.
“Ora lo saprò” pensa l’ingenuo la sera dele debutto, seduto davanti allo schermo con birrone e patatine.
Non ha fatto i conti con l’autore, quel sadico.
Nel mondo della serie è passato del tempo.
Il Protagonista è morto. C’è una tomba col suo nome dove i Comprimari portano un fiore, una fiaschetta di cognac, o si esibiscono in monologhi struggenti, tipo che il mondo è condannato, che lui non doveva morire in quel modo.
I Comprimari hanno cambiato vita, neanche si frequentano più. Il Protagonista li teneva insieme, come una cingomma prosciugata nella tasca di un grembiule che attrae inesorabile ogni briciola di pane e pezzettino di carta nei dintorni. E pure la mano gialla di un omino Lego.
Il male ha trionfato sotto forma di vita quotidiana.
La Bella, l’Amico-Rivale, il Nerd, e Tutti Gli Altri Personaggi Parecchio Stereotipati Ma Resi Credibili Con l’Abile Tratteggio Di Una Personalità Complessa. Tutta questa gente, non potendo salvare il mondo, va a lavorare.
Li vediamo alle prese con capi e fotocopiatrici, bollette e multe.
Una vita odiosa che trita i coglioni: come quella dello spettatore.
Come la vostra, o quella del Casalingo.
Il fan appassionato, a questo punto, dovrebbe spegnere salmodiando un vaffanculo.
Non lo fa perché aspetta le risposte.
ll creatore della serie aveva lasciato un gruppo di giovani promettenti a unire i puntini, seguendo il suo brogliaccio. Vincendo la sua pigrizia (tanto l’assegno arriva lo stesso), ha riacceso il Mac per scrivere personalmente l’episodio e si occupa pure della regia. Vuole introdurre in modo credibile temi e personaggi nuovi.
Prepara la strada al colpo di scena:
la risposta alla domanda “come cazzo ha fatto a salvarsi?”
Clonazione? Troppo sensazionale.
Salvato dalla Finta Amica Poi Scoperta Cattivissima? Uhm, deve avere un disturbo dell’umore, la tipa…
Magari un Osservatore Neutrale Con Motivazioni Poco Chiare assiste alla sparatoria in barca e decide di intervenire. Il Protagonista si salva solo grazie alla tecnologia avanzatissima a disposizione del Misterioso Salvatore.
Dopo un lungo coma, il nostro eroe è vivo, ma non è più lo stesso. Gli è cambiato il carattere, o non ricorda più nulla del passato. Forse, per salvarlo, gli hanno innestato DNA di rettile.
L’autore vuole spiazzare, rimescolare le carte.
Il Personaggio Principale è vivo ma ha perso ogni caratteristica amata dal pubblico.
Così cambia il motore della serie, l’obiettivo che innesca la storia.
Non più punire i cattivi, o vendicare la morte di un antico amore. Ma far tornare il protagonista com’era prima.
Mutatis mutandis, la domanda è sempre quella.
-Come cazzo ha fatto a uscirne?
Per uscire era uscito, il Casalingo. Il problema era entrare.
Esitava ad aprire la porta, fumava un cicca dopo l’altra, sotto il cielo veloce e sciroccato.
Portava una busta ricca di doni per gli ospiti. Esche velenose, fogli adesivi, trappole a scatto di ultima generazione (di plastica e dotate di richiamo olfattivo: niente cubetto di groviera alla Tom e Jerry). Aveva girato tutte le agrarie della zona, per trovarle.
“C’è stato un assalto” spiegava il commerciante fregandosi le mani, “un’invasione, cose mai viste.” Gli omìni in fila per comprare mezzo euro di chiodi o un rotolo di rete da pollaio, a quel punto si sentivano in dovere di ampliare il concetto.
Colpa dei veleni, mannò è il caldo caro mio, se vi pare regolare venti gradi di minima a ottobre…
Finalmente girò la chiave, e infilò la testa nello spiraglio.
“Allora ragazzacci, è arrivato paparino.” disse a voce alta.
“Facciamo così. Ora faccio un po’ di cagnara, ma lascio la porta aperta per farvi uscire. Ultimo avvertimento, dopodiché.” La possibilità che i topi non capissero l’italiano non lo sfiorò.
-Dopodiché vi ammazzo. Tutti.
La casa era un mezzo macello. Mezzo, perché la battaglia aveva risparmiato le stanze da letto, la cucina e il bagno. I danni maggiori li aveva causati la granata del Casalingo all’inseguimento dei roditori. Tuttavia la impugnò lo stesso, dopo aver indossato guanti da cucina rosa, tanto stretti da non sentire più le mani. Chissà dov’erano i suoi.
Chissà dov’erano loro. Gli invasori.
Il silenzio era smentito da un odore malevolo, come di denti marci. Non era forte; una radio accesa oltre una porta chiusa. Il Casalingo doveva isolarlo dagli altri, la sua natura sfuggente gli drizzava i peli delle braccia.
“Ci siete?” chiedeva sbirciando sotto i mobili.
Non ricevendo risposta distribuiva esche ai frutti di bosco.
Tirava calcetti ai possibili nascondigli, saggiava i divani con timidi colpi di scopa.
Sentiva caldo e si spogliò, anche dei guanti. Agitò le mani blu fino a sentirle di nuovo attaccate ai polsi.
Passando davanti allo specchio notò le pupille dilatate, gli occhi spalancati, la fronte sudata.
A forza di ascoltare, il suo udito si affinò. Al posto del silenzio percepiva un concerto di ronzii e scricchiolii sovrastati dal battito cardiaco.
“E’ l’adrenalina” pensò il Casalingo, “causa, com’è la parola…ecco. Iperacusia.”
Passò in camera dei bimbi. Bussò educatamente alla base del letto privo di gambe, un parallelepipedo appoggiato direttamente sul pavimento, e attese.
All’improvviso, due bastardi sortirono a tutta birra e andarono a rintanarsi dietro alla libreria.
Col respiro sempre più pesante, il Casalingo riuscì a chiudere la porta.
-E mo dove cazzo andate?
Si fasciò le mani con una maglietta da stirare e sollevò il letto, appoggiandolo per lungo alla parete. Scoprì che i topi avevano bucato la tappezzeria e il legno penetrando nella base, quella che faceva da sostegno al materasso.
Decise di scostare un angolo della libreria dal muro, creando una via di fuga per i topi.
L’idea era terrorizzarli a suon di mazzate, attenderli al varco per spappolarli di gusto.
Colpiva sempre più forte e li sentiva squittire e rosicchiare, sempre più agitati.
“Ci siamo!”
La libreria era una expedit di plastica bianca, una serie di cubi privi di fondo. Il Casalingo controllava il lato libero digrignando i denti, pronto ad abbattersi sui fuggiaschi.
Sentì un fruscio, e poi uno squittio dalle parti del suo orecchio sinistro; si voltò.
Il topo spuntava da una fila di libri illustrati, saltò nel vuoto, atterrò sulla sua spalla per scendere dal fianco opposto.
La prima bastonata se la diede sul piede. Gli pareva di avere una striscia di fuoco in corrispondenza del percorso topesco. Macchie blu si contraevano al centro del suo campo visivo.
Mulinò la scopa, tirò calci, urlò.
Rovesciò le vasche colorate piene di giocattoli, l’asse da stiro e la cucina in miniatura regalata a Nepitella ma usata dallo chef Pepolino.
Spingeva i libri con le setole della scopa, anche se tale premura non li risparmiava dal precipitare scompostamente uno sull’altro, tra il mobile e il muro.
Liberò con un colpo solo il ripiano superiore della libreria, ingombrato da una piramide di pecorelle, scimmie, cani e orsetti. Fiancheggiatori. Conniventi. Offrivano riparo agli squatter; lo deridevano, coi loro spietati occhi di plastica lucida.
Ora la bestia fremeva sotto quella specie di capanna creata dal letto appoggiato al muro.
Stava per caricare quando percepì con un occhio, l’occhio che a quanto pare gli era spuntato sulla schiena, l’ondeggiare di una coda  dove si era messo alla posta in precedenza.
Ma ormai la scopa prendeva l’iniziava. Si tirava appresso le braccia del Casalingo come un alano infoiato col domestico Filippino (di chilogrammi 52) alla vista della barboncina in calore.
Con le stesse tragiche conseguenze.
Niente faceva pensare che in quella stanza avessero dormito dei marmocchi fino al giorno prima.
Sembrava un via di mezzo tra il rifugio di un barbone pedofilo e il deposito per i pezzi difettosi di una fabbrica di giocattoli cinese.
Il topo squittì di dolore quando, finalmente, prese un colpo tra la coda e il posteriore. Rimase bloccato sotto la spazzola, grattando le piastrelle per liberarsi.
L’ombra della scarpa era già sopra di lui; il Casalingo emise una risata terribilmente simile a un rantolo.
“Tu ora muori, tu ora muori” canticchiava, pregustando la gioia.
Invece, un ultimo strappo disperato e il prigioniero riusci a sottrarsi, lasciando alla scarpa solo una piccola macchia di sangue da calpestare.
“Un po’ più su. Devo spezzarli la spina dorsale, e poi strappargli la coda, le unghie, i denti…”
Il topo ferito, stanco e disorientato, si infilò dentro un cubo di legno attraverso lo sportello aperto, il Casalingo lo chiuse al volo, con una pedata.
“…Uno per la squadra di casa! Evvai!”
Si assicurò che non ci fossero buchi, ascoltò i versi sempre più acuti, intervallati dalla rosica frenetica.
“Vai, vai, vediamo quanto ci metti a uscì!”
Accese una sigaretta, soffiò il fumo verso lo sportello, quindi uscì dalla camera tirandosi dietro la porta. Approfittò della tregua, per sciacquarsi il viso e abbassare le pulsazioni.
Rinfrancato, si godeva la spugna fresca sul collo.
La teneva ancora tra le mani quando un infame gli passò tra le gambe derapando in corridoio per sparire alla sua sinistra, in direzione del soggiorno.
Il Casalingo lo seguì, pervaso da una calma furiosa, e rimase a lungo fermo, guardando la penombra.
Niente negli angoli. Niente sotto il tavolo. Sparito.
Continuò a scrutare, dondolando appena col busto.
Alzò gli occhi.
Il soffitto era percorso da travi di legno sabbiato e, un po’ più in basso, da lunghe putrelle di ferro che correvano perpendicolari alle travi.
“Certo” pensò, “ è chiaro.”
I maledetti si prendevano gioco di lui, apparendo e scomparendo nella rete di passerelle sopra la sua testa. Ma loro, essi, non si accorgevano di proiettare ombre. Furono le ombre a rivelargli la gravità della situazione.
Legioni marciavano nei punti ciechi, inaccessibili alla sua vista.
Orde ordinate brulicavano in silenzio, agli ordini di un generale ratto, la cui sagoma si stagliava sulla tenda bianca.
Se il Casalingo avvicinava la fiamma dell’accendino, scorgeva guizzi di code nere insinuarsi nelle fessure dei mattoni.
Nelle rientranze delle putrelle intuiva le nidiate, protette dal buio.
Imparò molto osservando i suoi nemici.
Ne ammirò l’arguzia e la struttura sociale complessa.
Osservò con stupore gli stadi del loro sviluppo, dei quali non aveva mai letto nulla.
Dopo la schiusa delle uova, i topi non hanno zampe.
I neonati, disposti su lunghe file, vengono nutriti con latte, piccoli insetti rigurgitati e tele di ragno, dalle virtù antipiretiche analoghe al paracetamolo.
La dieta iperproteica faceva miracoli.
Il corpo trasparente, gelatinoso, s’irrobustiva.
Il Casalingo monitorò un esemplare, registrando la comparsa delle ossa due ore dopo la nascita.
Nella testa della larva galleggiava il cervello, collegato da vasi nerastri al cuore. Sotto le antenne retrattili e gli occhi da gamberetto, pendeva una pseudo mandibola dai denti anch’essi retrattili e vivaci come tentacoli. Questi organi filtravano il cibo prima che entrasse nel tubo digerente.
Sei ore dopo spuntavano le zampe, la proto-coda si staccava (veniva mangiata anche quella): più tardi ne sarebbe spuntata una nuova, definitiva. Il Casalingo ipotizzava che la coda contenesse fattori di crescita in grado di attivare ulteriori mutazioni.
Infatti la gelatina acquistava consistenza e colore, bocca e occhi si sviluppavano, rientravano le antenne per far posto a orecchie appena abbozzate, poco più di due buchi ai lati della testa. Durante questo stadio intermedio, i topi sembravano salamandre. Piccole salamandre nerissime e lucide, capaci di muoversi con incredibile rapidità.
I cuccioli conservano, ancora per poche ore, la facoltà di mutare forma. Li aveva visti appiattirsi sul ferro per mimetizzarsi, o allungare le zampe anteriore per raggiungere una zanzara a dieci centimetri di distanza.
Infine cresce il pelo, si ingrandiscono le orecchie, si allungano incisivi e coda. I giovani topi, pronti e famelici, si guardano intorno lasciando squittii di guerra.
La guerra per il controllo della casa.
-Casa mia, perdio!
Il Casalingo fece una strage.
Usava la punta del bastone come un mortaio, per pestare le bestie nei pertugi. Versava alcol puro e candeggina sotto le librerie.
Sorprese due topi grigi, a pelo lungo, sotto una cassettiera rossa.
Si avvicinò lentamente, inorridito, e tagliò le loro code intrecciate con un colpo netto di forbici.
Fabbricò una baionetta scocciando un coltello da cucina alla mazza per lavare i pavimenti. Individuata un squadra di incursori aqquattati sotto le scarpiere, li falciò con un solo, vigoroso passaggio della sua nuova arma.
Alcuni traditori proposero telepaticamente di rivelargli i piani di battaglia in cambio della loro vita. Lui si finse interessato e li uccise appena vennero allo scoperto.
Come accade sempre, la notte finì.
Spuntò il sole sul guerriero, sudato e sporco di sangue scuro.
La luce polverosa illuminò lentamente la casa, indulgendo nella suspense.
Dunque.
Non un terremoto, né la festa della scuola speciale per bimbi col disturbo dell’attenzione. Niente di tutto ciò avrebbe prodotto un effetto simile.
Un gigante scemo di passaggio aveva sradicato l’edificio. Quindi l’aveva scosso vicino all’orecchio come un ovino kinder e poi, perso ogni interesse, l’aveva rimesso giù, distratto dalle sirene di un camion dei pompieri nuovo di pacca.
Questo avrebbe concluso chi fosse entrato quel mattino.
Però non entrò nessuno. Così il Casalingo si ripulì alla meglio, indossò qualcosa di non contaminato e uscì.
“Bisogna pulire, disinfettare. E’ necessaria una lunga quarantena” pensava.
“E così non riuscirò a mantenere la promessa. Non ce la facciamo a rientrare stasera. Dobbiamo aspettare che siano tutti morti.”
Un pensiero lo turbava. Lo ricacciava via come si fa con una mosca ostinata, cioè schiaffeggiando l’aria davanti a sé. Però non se ne andava.
Si rassicurava a voce alta, ma non e nsopportava il suono.
Così, salito in macchina, accese la radio, mise in moto e partì, procedendo a quaranta all’ora verso l’incidente stradale.

Il dottore non ne può più. Deve assolutamente pisciare, ma non può. Sta terminando l’anamnesi di un paziente problematico. Stringe la penna multicolore come stringerebbe il suo pisello per comprimere l’uretra, se non fosse in pubblico.
D’altraparte se non fosse in pubblico potrebbe liberarsi con un lungo mugolio di sollievo.
“Quale pensiero la turbava?” chiese ancora una volta.
A un certo punto del colloquio il paziente aveva smesso di rispondere in modo conseguente. Il medico avrebbe scommesso di trovare stupefacenti nel sangue dell’uomo. Scommessa persa: gli avevano portato il foglio col tossicologico, ormai obbligatorio in caso di incidenti con feriti. Negativo. Certo, il tizio si era messo alla guida senza avere chiuso occhio; quanto alla sua storia…
“Dottore, c’è la compagna del paziente…” dice l’infermiera nuova. Non si ricordava mai il nome e la identificava, dentro di sé, come La Puppona.
“Un momento, signorina.” Evvai, una scusa per andare a pisciare.
“Faremo qualche minuto di pausa, così può salutare la sua famiglia. Ma prima, mi dica cosa la turbava, altrimenti non li faccio passare.”
“I cadaveri” risponde il Casalingo. “Non c’erano i cadaveri dei topi che ho ammazzato. A parte quello chiuso nello sportello. A quello gli ho fatto scoppiare il cuore dalla paura, ah ah, sul serio. Se gli fate l’autopsia vedete che gli è venuto un coccolone. Gli urlavo insulti e bastonavo il cubo da tutti i lati. E lui, il patetico bastardo, continuava a rosicchiare per trovare l’uscita, e a squittire di paura. Ha smesso di colpo. Me lo lasci dire, una soddisfazione per un uomo finito come me.”
“Dove sono finiti i cadaveri, secondo lei?”
“Io credo che gli altri topi li abbiano mangiati, non si fanno problemi, sa? O forse la luce del sole ha seccato la poltiglia gelatinosa riducendola in polvere, che poi si è dispersa.”
“Oppure?”
“Sì, certo, ci ho pensato pure io, cosa crede. Ma non potevano essere allucinazioni! Li hanno visti tutti, Salvia i bimbi. Io era sporco di sangue di topo.”
“Sangue di topo, dice… può dirmi come si è procurato quel taglio?”
Il Casalingo guardò il sangue rappreso sulla ferita lungo l’esterno della mano sinistra.
“Questo?” C’era un piatto rotto, e io mi ero tolto i guanti perché mi davano noia, allora…”
“Quanto ai topi, rifletta. i suoi familiari hanno visto alcuni topi. Ma quanti hanno visto le larve? E quanti i topi salamandra? Quante volte ha sentito parlare delle metamorfosi dei topi? TOPI CON ANTENNE RETRATTILI? TOPI TRSPARENTI? QUANTE VOLTE?” lo sguardo del dottore si addolcìsce.
“Quante volte signor Casalingo, ci rifletta. Ci rifletta un minuto, io torno subito.” esce velocemente, per quanto glielo permettono le cosce serrate e le ginocchia unite, mentre i piedi convergenti gli danno un andatura da uccello marino sulla terraferma. Un’andatura molto buffa.
Il dottore va incontro a Salvia tendendo una mano non del tutto asciutta, sulla quale rimangono appiccicati frammenti della salvietta di carta ospedaliera. Non riesce a trattenere un sorriso beato, decisamente fuori contesto.
-Allora?
-Mi sento di escludere gravi traumi fisici.
-Oddio, grazie grazie, dottore. Allora sta bene?
“Signora…” l’uomo spiana il sorriso. Salvia si sbrana le unghie.
-Ieri al pronto soccorso ipotizzavano un ematoma, hanno chiamato un neurochirurgo a consulto. Il collega ha prescritto esami approfonditi e il ricovero in osservazione. Stamani è sceso da noi per i test neurologici. L’ipotesi era che il suo evidente stato confusionale fosse dovuto all’incidente. Ora sono convinto del contrario. Una psicosi preesistente ha contribuito all’incidente, se non altro alla decisione di farlo mettere alla guida dopo la notte che ha passato.
-E io l’ho anche lasciato.
-Nella sua storia clinica non risultano episodi con allucinazione e delirio, ma ha familiarità con il disturbo bipolare, la nonna era borderline a quanto pare. Una madre ossessivo-compulsiva, un padre depresso. Sicuramente alla base c’è una tendenza ciclotimica. Durante la visita ha mostrato sintomi di delirio lucido e allucinazioni. Per la precisione, il discorso delirante è stato scatenato da allucinazioni persecutorie. Il quadro rimanda a un disturbo bipolare di tipo II, coerente con le lunghe fasi di latenza, episodi di depressione severa e occasionali periodi ipomaniacali. In questo momento mi sembra che abbia abbandonato la logica delirante, sta riflettendo su quello che è successo. Le ricordo che io sono un neuropsichiatra; la mia è, per così dire, una diagnosi provvisoria, un’ipotesi di lavoro, da verificare con i colleghi di psichiatria…
-E come sta?
-Dice che è, testuale, un uomo finito. Si sente sconfitto, segnato dal destino. Sopratutto teme di perdere la famiglia. Piange quando pensa ai figli. A parte questo è tranquillo. E la psicosi è rientrata senza bisogno di farmaci, per ora. Ma…
-Cosa?
-Se la mia ipotesi è giusta, l’escalation maniacale potrebbe indicare il passaggio ad un disturbo bipolare a cicli veloci. Mi dispiace.
-Mi sta dicendo che è pazzo!
-Non usiamo più quella parola signora. Ma certo ha bisogno di cure.
-Posso vederlo? Ci sono i bimbi di là, con mia madre. Non posso potarli via senza fargli abbracciare il babbo.
-Stia tranquilla. Vada a salutarlo, e conservi un atteggiamento normale. La gente ha il terrore delle definizioni psichiatriche, e forse io ho contribuito a spaventarla, dipingendo un quadro a tinte fosche…sa come si dice, meglio aver paura che toccarne.

Quando una famiglia si riunisce le parole non contano.
Gli sceneggiatori della serie lo sanno, per questo coprono i dialoghi con la musica.
A volte è il tema originale della serie arrangiato per orchestra, mondato da ogni brivido dissonante, in un trionfo di archi e armonie discendenti.
Più spesso è una ballata struggente che il consulente musicale ha scovato nel repertorio di un gruppo indie sconosciuto.
Lo spettatore vede i bambini saltare sul letto di ospedale, le manine accarezzano il viso provato, la barba ispida. Poi esplode l’abbraccio universale, il perimetro magico delle braccia al cui interno nulla di male può accadere.
L’uomo socchiude gli occhi e sorride, una catena di lacrime sulla guancia, ma solo da una parte, sennò è poco virile. I bambini sotto i dieci anni, invece possono piangere a volontà. L’inquadratura indugia sulle nuche opalescenti accarezzate dalle mani grandi dell’uomo, quindi allarga fino a includere lo sguardo intenso tra lui e la donna, che subito dopo si unisce all’abbraccio. Ora la comunione è perfetta.
Il Casalingo vuole rimanere così per sempre.
Contro ogni pronostico.
Al di là dei problemi che li attendono educatamente fuori dalla porta.
I soldi per ricomprare la macchina, la casa devastata. Dovranno rimanere dai nonni per un bel pezzo.
Tutto per le sue cazzate.
Salvia sempre più lontana, costretta alla tregua dalla sua fragilità.
Eppura lo ama. E anche i piccoli, nonostante non riesca nemmeno a mantenere una piccola promessa.
Doveva riportarli a casa, mica comprargliene una nuova.
Eccolo lì invece, un Casalingo senza casa seduto su un letto d’ospedale.
Saluta i  figli e la donna che ama, li rassicura.
Cerca di sorridere quando lasciano le sue mani, perché è ora di andare.
Continua a sorridere facendo ciao ciao mentre si allontanano.
Il sorriso si congela in una smorfia, ora che infilano la porta, dandogli la schiena.
Al ritmo dei loro passi, sulle piastrelle bianche, serpeggiano e si intrecciano tre code untuose.
Con un ultimo spasmo, scivolano oltre lo spiraglio tra uscio e battente.
E scompaiono strisciando verso l’ascensore.
FINE

2 thoughts on “Uomini e Topi atto secondo

  1. “E venne un silenzio immobile, che la stanza pareva una foto” lo voglio scrivere su una parete di casa mia con una biro rossa!

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