Paura e disgusto a Colignola (prima parte)

Né cieli rossi, né stormi d’uccelli davano segni dell’apocalisse in arrivo.
D’altra parte la famiglia Moderno era scarsina in divinazione, e nessuno dei suoi membri si era soffermato a guardare in alto, in quei giorni.
Il Casalingo spignattava alla disperata per trasformare alcune cassette di pomodori regalati in sughi pronti per l’inverno, e intanto preparava un lungo post sulla frutta gratis di inizio autunno.Gli sterrati dietro casa erano pieni di alberi individualisti, nati da una cacca di uccello, da una buccia di fico gettata da un bambino, o al contrario superstiti di filari abbattuti da tempo per far posto a lugubri bifamiliari evocative di tavernette rustiche, cene alle sette e suocere rompicoglioni. Il Casalingo intendeva suggerire ai suoi lettori di muovere il culo e andarsi a prendere tutto il gratis della vita.
-Solo fate attenzione- scriveva il Casalingo, -che l’albero sia sulla strada, o  almeno i rami carichi di frutti, sporgano sulla pubblica via. Perché il contadino è capacissimo di prendervi a schipopettate nel culo se gli tocchi un fico sulla sua terra.
>-Ma scusi, l’albero non è potato e i fichi cadono in terra a marcire! Meglio che li prenda io, no?-Meglio una sega! Te lasciali marcire e fatti i cazzi tuoi! E se ti rivedo sur mi’ terreno t’impallino.
-Arrivederci e grazie.
-L’operazione “frutta a ufo” possiede molteplici aspetti positivi- teorizzava il Casalingo.
Primo: il semplice risparmio sulla spesa.
Poi le salutari camminate nei pomeriggi gloriosi del primo autunno, alla faccia dei costosi corsi di Zumba e Pilates dentro ai capannoni puzzolenti di mutande sudate.
Infine, la scoperta di alimenti introvabili sul mercato, grazie alla serendipità.
Il Casalingo, ad esempio, si godeva uno zizzolo frondoso che regnava su un angolino tra un fosso semiasciutto e il muro di cinta di un orrore da geometri di fine anni ’80.
Le zizzole, o giuggiole, sono aggeggini verdi-rossastri grandi come olive di Cerignola ma col sapore simile alla mela. Raggiunta la piena maturazione assumono una dolcezza fuori dal comune e un retrogusto di dattero, (da cui il proverbiale brodo di giuggiole).
Il Casalingo le preferiva verdi e croccanti, servite con pezzi di pecorino fresco. Bisognava consumarle alla svelta perché non duravano più di due giorni, una volta raccolte.
C’erano anche i corbezzoli, abbondanti sui sentieri del montino: grosse praline glassate in colori improbabili, dall’arancione Anas, al rosso lampone.
Anche la città dispensava le sue gioie. In centro storico, dai muri macchiati di pioggia che cingevano misteriosi giardini, pendevano le melagrane o gli alchechengi, incartati uno per uno in quelle piccole e croccanti lanterne cinesi.
Scriveva questa roba a mente, il Casalingo, passando sughi col passino, limando le frasi e scegliendo le parole giuste, che gli arretrati erano tanti, e toccava inserì il multitasking.
-Un topo!
L’urlo di Salvia fa crollare le pile di parole in bilico dietro le palpebre del Casalingo come piatti appena lavati in un ristorante.
-Un topo!- ribadisce Salvia salendo di tonalità e di una manciata di decibel.
Il Casalingo arriva in scivolata dal corridoio. Appena in tempo per scorgere un minuscolo topolino di campagna attraversare il salotto, da un divano all’altro.
L’andatura del roditore è ipnotica. La coda oscilla mentre l’animale descrive una diagonale nella stanza. Il Casalingo fa in tempo ad afferrare la granata in cucina prima di vederlo rispuntare nella direzione opposta. La granata si abbassa, uno, due, tre volte, a intervalli sempre più brevi, colpendo solo il pavimento lungo la scia del topo. Il Casalingo si asciuga il sudore dalla nuca.
-Mi sa che le passeggiate per raccogliere frutta gratis non bastano. Ho già il fiatone, cazzo di budda.
Salvia lo guarda e un attimo dopo la sua bocca prende una piega di disgusto.
-Vabbè, sono fuori forma, ma sono sempre un bel moretto. Cerca di trattenere i conati di vomito!
-Che cazzo dici?! Ce n’è un altro!
-Un altro?
-Un’altra bestia di merda!
Riparte la granata, come l’assolo di un percussionista di Tito Puente sotto ketamina. Alla rullata finale il Casalingo manca per un soffio la coda inquieta, ma becca in pieno, di rimbalzo, una foto incorniciata di lui medesimo con il figlio all’età di due mesi.
Guarda i vetri in terra, il signor Moderno, con la scopa in mano e il fiatone, poi fas vagare lo sguardo, come a cercare il responsabile.
-Bastardo, ora ti polverizzo!-grida lui, riferendosi probabilmente al topo e non al bimbo. -E te, tappati in camera coi nani, svelta. Ma prima chiudi le porte delle altre camere, li dobbiamo isolare.
-Che succede Babbo?
-Niente. Tornate in camera, e non camminate scalzi. Per nessun motivo!
-E pecché?
-Perché facciamo un gioco, Pepolino. Facciamo che oggi pomeriggio il pavimento è un mare pieno di squali e il lettone è la barca.
-Ma nel mare ci sono anche le cubomeduse e le pastinache?
-Sì, Nepitella. E pure le vespe di mare e i polpi velenosi.
-Quelli gialli a pallini blù?
-Allora te le ricordi bene le storie di bestie velenose!
Le storie di bestie velenose sono l’ultima risorsa del Casalingo quando non ha voglia di inventare favole della buona notte. Allora racconta brandelli dei documentari subacquei che vede la notte, alle ore in cui sono svegli solo sbirri, medici di guardia e fumatori di basi. Anche sulle storie della buonanotte scriverà un post.
-Allora bimbi, torniamo a letto, che oggi pomeriggio si fa un pigiama party! dice Salvia, forzando un sorriso.
-E guardiamo pure Pecca Pigghe?
-Sì, Pepolino.- risponde la mamma facendogli una carezza sul capo parecchio somigliante a una spinta. -Ma ora sbrighiamoci eh?
-Yuppiii! Pigiama pattiiii!
L’allegra brigata sfila in corridoio e Salvia pare un gorilla della Casa Bianca; le manca solo di dire “libero” dopo aver scrutato ogni angolo cogli occhi a periscopio. Ma è il babbo ad avvistare il topo che sfreccia in derapata dalla camera dei bimbi verso il porticato sotto le scarpiere; allora il Casalingo prende fiato e apre la bocca.
-Aaaahhhh!
L’urlo in playback però, esplode dalla bocca di Nepitella, quando il roditore le passa sui piedi nudi.
Mezz’ora dopo, riempita una sporta della spesa con calze, mutande e magliette agguantate a cazzo dall’eterna montagna in lista d’attesa per il ferro da stiro, Salvia e i nani terrorizzati vanno a sfollare a casa dei nonni.
-Sei sicuro di rimanere qui?
-E che facciamo, lasciamo la casa alle zoccole e ce ne andiamo in albergo?- chiede il Casalingo dallo spiraglio nella portiera. Pepolino è eccitato dalla situazione, sbatte il drago di plastica contro il finestrino e si divincola due volte dalla cintura di sicurezza prima di rassegnarsi a stare seduto. Nepitella si dondola con le braccia intorno alle ginocchio, si mette a piangere quando il padre cerca di chiudere la portiera. A causa del trauma subito le hanno permesso di sedere davanti, ma forse un po’ ci marcia.
Il Casalingo spera che ci stia marciando.
-Babu, non andare via.
-Babbo non via, amore mio. Babbo resta a casa a cacciare i topolini mentre te vai dalla nonna a fare il piagiama party.
-Ma li fai morire i topolini?
-Tu vuoi che babbo li faccia morire?
Nepitella non risponde.
-Io li ‘mmazzo!-interviene Pepolino brandendo il drago.
Anch’io li ammazzo, pensa il Casalingo facendo ciao ciao con la mano alla macchina che si allontana.
Non immagina quello che succederà nelle ore successive.
D’altra parte la famiglia Moderno è un po’ scarsina in divinazione. Il Casalingo non legge il futuro nel volo degli storni urlanti, a migliaia sui tetti di Pisa.
Tiene gli occhi fissi sul pavimento della casa vuota, mentre sposta letti e rovescia librerie, con una scopa in mano.
Parlando coi topi, a voce alta.

(Fine prima parte)

5 thoughts on “Paura e disgusto a Colignola (prima parte)

  1. con i topi per casa succede sempre un macello. il mio gatto di solito me li porta morti, credo che lo faccia per riconoscenza, ma l’altra sera il topo era vivo. Dopo che l’avevo cacciato e già lì sudavo, perché a fare queste cose, sì, si suda parecchio, non sono passati tre minuti che il topo rieccolo in casa, inseguito dal gatto. La cosa peggiore che può capitare in questi casi è che si vada a nascondere dentro al termosifone, non lo puoi spostare come un divano o un mobiletto. Mi sono armata di ferri da maglia per cercare di staccare il topo che c’aveva le ventose al posto delle zampe e poi dopo dieci minuti di lotta, abbandonata dal gatto che se n’era andato per il suo giretto, ho chiamato i vicini per i rinforzi e in tre contro la bestia siamo riusciti a farlo uscire dal nascondiglio e scappare via. Ero già in pigiama.

  2. Egregio collega che te ne vai per le terre d’Etruria in cerca del fico tardivo e dell’uva fragola scoprendo casualmente e in modo imprevisto giuggiole e corbezzoli e melagrane e alchechengi, mi stupisco che durante le tue salutari camminate nei pomeriggi gloriosi del primo autunno non ti sia imbattuto ancora nel Diospyros kaki (comunemente cachi o kaki, anche diospero o diospiro), ma magari l’hai soltanto dimenticato scrivendo le cose a mente…

    Cachi e terra dei cachi a parte, ti scrivo però perché mi stai simpatico e, a parte il titolo che rende una storia di merda il pezzo su Little Toni, la rispostaccia a quel tizio che ti faceva la predica in uno dei primi post e qualche altra cosa ancora, apprezzo i tuoi scritti: pertanto il titolo di egregio che ti rivolgo è da intendersi etimologicamente come quel che è fuori dall’ordinario, che ha pregi singolari, insigne, eccellente: uno scrittore e.

    Uno scrittore e un poeta, del tipo di quei poeti laureati che si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: salvia officinalis, thymus serpyllum l, clinopodium nepeta…

    E così, io che me ne vado per le colline del Sud affacciate sul mare e ritorno in cucina con quello che ho trovato nella macchia, raccolto nei campi, sottratto negli orti, dopo esser tornato a leggerti, ho deciso di inoltrarmi nel lauretum del fitogeografo, per procurarmi i rami di lauro da intrecciare per ornarti il capo: una corona d’alloro per il poeta laureato.

    Eccoti dunque insignito di tale onorificenza, da oggi puoi dirti poeta ufficialmente premiato con l’alloro poetico e investito del compito di comporre post e altro che post.

    Con ciò ti saluto, estendendo i cordiali e distinti e odorosi saluti a tutta la moderna famiglia Lamiaceae, alla signora Salvia in senso stretto, al piccolo Timo e alla giovane Menta.

    N.

    • Meglio tardi che mai…
      Ma sempre troppo tardi per la tua bella replica.
      E’ che i cachi non erano pronti in quei giorni. Ma li amo, e li frequento. Così buoni e così transitori.
      Ho fatto una torta di cioccolato con salsa di cachi. Purtroppo è successo nei giorni bui, quando avevo sospeso le pubblicazioni.
      Ora non vorrei aprire una disputa, sia chiaro. Però se è vero che il pepolino è una varietà di timo, la nepitella non è assimilabile alla menta. Ho fatto un po’ di ricerche sul web, e pare che in Italia regni un caos babelico sui nomi delle piante aromatiche. Non solo lo stessa cosa viene chiamata in modi diversi, ma spesso e volentieri una denominazione indica piante diverse. Certamente la menta (mentha piperita) non c’entra nulla con la nepitella (nepeta nepetella).
      Semmai la nepitella è parente della mentuccia (calamintha nepeta). Ma non è la stessa cosa! La mentuccia ha un odore più dolce, la nepitella è delicata e leggermente balsamica. Sempre lungo i fossi dietro casa mia c’è il mentastro (mentha spicata): una grossa pianta di menta dalle foglie pelose e un indiscutibile sentore di piscio. A me non piace, ma la usano molto negli sciroppi industriali a base di menta.
      Comunque, caro Nicola, sono tutte distinzioni sentenziose.
      Infatti l’altranno ho messo la mentuccia nel mio orticello aromatico dove la nepitella cresce spontanea: poche settimane dopo si erano apparentate (da noi si dice innamorate) impollinandosi a vicenda.
      Poi tu hai chiamato mia figlia Menta al posto di Nepitella, un caso originale di sinonimo di nome proprio.
      Ma il suo nome è un altro.
      Invece la sorella di mio nonno si chiamava Menta, un nome che abbiamo preso in considerazione a suo tempo. Come vedi, rischiamo di confondere realtà e racconto, anche se si somigliano. Come mentuccia e nepitella.

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