Il tempo perduto dei casalinghi

Le donne sanno stare in casa.

La vile oppressione patriarcale  ha spazzato via il matriarcato. Il potere solare-fallico ha rimosso il tredicesimo segno zodiacale (quello della luna, propiziatrice di nascite, maree e flussi mestruali) e stroncato per millenni ogni velleità di vita pubblica femminile.

L’ho letto nei libri di esoterismo quando volevo diventare uno stregone e nei tesi sacri del femminismo quando volevo accoppiarmi con femmine femministe. Ma la mia fonte principale a riguardo rimane pure sempre Martin Mystere, quindi, care lettrici, date il giusto peso a questo preambolo sociologico del cazzo ( è il caso di dirlo).

Le donne, come piante potate con violenza, costrette da muri e reti invalicabili, hanno sviluppato la loro cultura nell’unica direzione possibile: verso l’interno. Nella penombra dei ginecei, nei chiostri profumati dei conventi, nell’atmosfera carica di essenze di fiori esotici e sentore d’alghe marine degli harem: non si contato le culture femminili sbocciate lontano dalla piazza, regno degli uomini  che commerciavano, preparavano guerre, e si dedicavano alla sodomia.

Culture che hanno codificato alla perfezione la vita dentro casa, mille modi di occupare fruttuosamente un tempo che stilla lentissimo, come gocce d’acqua fresca attraverso la pietra porosa, una ad una, nelle cisterne sotteranee.
Le casalinghe non sono state da meno. Meriterebbero maggior considerazione da parte dei gender studies ( e magari l’hanno anche avuta, solo che non ne ho trovato traccia nei fumetti). Anche adesso che è tutto finito, rimane una consapevolezza maggiore della donna che sta in casa rispetto all’uomo, fosse anche una disperazione più composta. Si svegliavano presto a preparare i pasti per tutto il giorno, poi pulivano, presto e bene. A metà mattina si erano già fatte un culo così, e potevano andare al mercato, a spettegolare o a fingere di arrossire di fronte alle allusioni volgari dei verdurai.

C’è stato uno, nel passato recente, che ha creato un impero percependo la vibrazione di fondo di queste donne alle quali nessuno dava voce. E lui, per anni, le apettava al varco nelle ore vuote della giornata: nella parte centrale della mattina, quando avevano sistemato le stanze e sedevano in vestaglia col magone, nella casa vuota. O dopo pranzo, mentre il marito faceva la pennichella e lei no, perché c’erano i piatti da fare e i calzini da rammendare. E ancora, prima di cena, quando le amiche erano andate via, gli uomini non erano ancorsa tornati, e la tristezza prendeva la forma della fame compulsiva. Perché loro erano pronte per cenare e invece doevano aspettare altre due ore che il signorino uscisse dal lavoro e suonasse al campanello, non prima di essersi fermato un oretta al bar per ubriacarsi un tantino e calmare lo stomaco cogli alsaziani ( i salatini, non i cani).

E allora lui, Berlusconi, ha dato loro le telenovelas brasiliane, le soap, le televendite e una tv modellata sul LORO tempo sociale. Quella tv era Retequattro e le casalinghe avrebbero portato sempre nel cuore quel bieco sfruttatore  della Donna, e sarebbero state le  prime a dargli il voto in massa, quando lui ne avrebe avuto bisogno.

E così avvenne. Amen.

Penso anche alle signore inglesi, coi capelli lilla e la tuta da ginnastica, a stempiarsi di Bingo.

Penso alle nonne meridionali, stordite da un eccesso di anidride carbonica nel sangue causato da un surplus di espirazione durante sessioni-rave di rosario.

Penso al tè con le amiche, che in realtà era spesso un te molto corretto, oppure uno sherry, un rosolio, una Strega. Due, tre bicchieri di Strega, che picchia in testa come un fabbro e ti lascia un sorriso da Siddarta, o da Mastrota, fino all’ora di cena.

Penso alle signore bene che seducevano lattai, garzoni, postini, idraulici e giardinieri.

Penso alle casalinghe strafatte di amfetamine(vendute senza ricetta fino al 1971) nell’Italia degli anni sessanta  a sfrecciare su e giù per i corridoi con le pattine e quelle enormi lucidatrici, cantando canzonette  in playback  con la radio a tutto volume.

Tutto questo, ed altro ancora, assolveva una funzione fondamentale: lubrificare questi cazzi di giorni infiniti, fornire una griglia che ti evitasse il disturbo di pensare all’abisso insensato che è la vita di qualunque membro produttivo della società, Perché se c’è una cosa che ho imparato nella vita è che la libertà non la vuole nessuno. Il tempo da organizzare a tuo piacimento non è per niente piacevole. CI basta avere l’illusione di fare quello che ci pare seguendo in realtà uno schema che, se dio vole, prima che ti renda conto del tuo posto nell’universo ti ha già mangiato cinquant’anni di vita adulta e così arrivano le endorfine della vecchiaia, quelle sostanze che fanno sembrare gli anziani saggi e sereni mentre sono solo strafatti. E poi si muore.

E io? E noi? E lei fra noi?

Cosa succede a un poveraccio che vive la sua esistenza al di fuori delle regole di genere, già abbastanza slabbrate di per sé?

Ho passato i miei vent’anni mettendo piede in casa sì e no per dormire, più no che sì. Ora sono rinchiuso qui. Mi manca il sofware della casalinga, che mi permetterebbe di andare in automatico fino a sera.

Per i maschi nella mia condizione, esiste una solida sottocultura: quella della disocupazione di lungo periodo. Ti vesti bene per cercare lavoro, poi passi al bar e ammazzi la mattina maledicendo il governo. Oppure prendi il sussidio e te lo sputtani in cocaina, ascoltando air metal a tutto volume. Puoi ubriacarti, picchiare moglie e figli sentendoti giustificato da un mondo nel quale non trovi posto. Oppure vai in palestra a dare un occhiata alle studentesse sullo stepper, con le magliette bianche sudate e i lunghi capezzoli eretti.

Invece io, povero coglione, mi dibatto nella costraddizione di un tempo dilatato, che pure non basta mai:  arrivo in fondo alla giornata e mi rimane il pavimento sporco, o il bagno in disordine, o i panni da lavare. Questa libertà fatta di opzioni una peggio dell’altra, unita all’autoanalisi interminabile come la corsa di un criceto sulla ruota, mi logora.

Devo ricordare a me stesso che alla base di tutto ciò c’è una scelta d’amore, e a volte l’amore che non provi devi evocarlo attraverso i ricordi. Devo ricordare che era una scelta motivata dalla logica e dalla pretesa di percorrere una strada diversa.  Una strada intrapresa per sottrarmi alla spirale insensata di un lavoro sotopagato e alienante che, per giunta, avrebbe richiesto il sacrificio di tutto ciò che avei guadagnoto per pagare qualcune che stesse dietro alla casa e ai nani.
Benissimo. Allora perché solo io e pochi altri abbiamo fatto questa scelta, in apparenza così razionale?
La risposta la conoscevo già, ma non volevo accettarla. Non c’entra nulla lo stipendio. Come Fantozzi paga l’Azienda per riprenderlo a lavorare, così la gente lavora tutto il giorno sopravvivendo a stento nella miseria nera per ottenere in cambio l’oblio completo. Un’ottima scusa per essere padri assenti e pessimi mariti e macchine al servizio del nulla.
Ogni giorno, devo rinnovare la mia volontà di vivere in questo modo. Devo pensare e ponderare ogni mia azione, perchè la mia prigionia l’ho scelta in piena libertà.

Ora, io non rinnego nulla,  e continuerò così fino a quando ce la farò. Ma, in mancanza della possibilità di condividere la mia vita conaltri casalinghi, mi sento di fare almeno un appello.

SILVIO, pensa anche a me!

Non chiedo molto, solo un po’ di sano vuoto mentale declinato al maschile.

Una tv per casalinghi, con trasmissioni adeguate nelle ore mattutine e del primo pomeriggio.

Tipo:

1) Belle fighe che  fanno sfilate di biancheria intima trasparente ma dozzinale, un grande Postalmarket show, grazie al quale rivivere le gioie dei miei dodici anni.

2)Telefilm di sparamenti e roba che scoppia e palazzi che crollano

3) quote rosa nel settore delle riparazioni idrauliche a domicilio, per poterle aspettare i vestaglia da camera, con fazzoletto nel taschino immersi in una nube di acqua di colonia.Se farai questo per me, Silvio, avrai il mio voto.

Sempre che ti facciano presentare alle elezioni.bira

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Principessa Pecora e Cane Morto Zombificato Per Salvare La Propria Moto Da Incerto Destino (il primo giorno di scuola)

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-Io sono un cane!
-Io una principessa!
-On è vero, tu sei una PECORA.
-Ci sono anche le principesse pecore sai? Ora giochiamo che eri il milo cane servo.
- BU, BU (ci vorrebbe la dieresi ma non la trovo: biù, biù|
-Va bene servo cane. Ora c'è il drago che mi vuole mangiare e tu mi difendi.
-Biù, biù.
-E però, siccome il drago è motlo forte, ti mangia tutto intero e tu muori.
-Biù,biù!
-Non puoi abbaiare SEI MORTO!
-NOO, on tono motto!
-Sì, solo che non lo sai, ma forse dopo arriva un mago e sei di nuovo vivo. 
-Biù,biù!
-NO-O! Sei ancora morto, eppoi sei dentro al drago, non si sente  in bubbu dentro al drago. Prima devo andare a chniamare il mago con la moto.
-A moto MIA?
-tanto tu sei morto, non ti serve...
-LATTA STARE A MOTO MIA, TI DEVO 'MMAZZARE!
-Ancora? Su, piccolino, sei morto e non puoi fare niente ,puoi fare solo il morto. 
-...
-Bravo, ora sì che sei un braavo morto. Allora stai fermo lì, io vado con la moto a chiamare il mago, ma prima devo andare dalla parrucchiera.
-RRGH,RRGGH!
-NON PUOI RINGHIARE, sei morto!
-RRGH, IO, TONO, UN BUBBU ZOMBI! LATTA TARE A MOTO MIA! RGGHH
(seguono violenze fisiche reciproche).

E non sono nemmeno le otto di mattina. Sarà una lunga giornata.

Gelatina di uva fragola

Se volete scalare il Tavor, o attenuare gli effetti devastanti del cambio di stagione, dedicatevi alle conserve.

Il Casalingo Moderno veniva infamato dai parenti fino al sedicesimo grado per lo stato della casa, e dei panni in particolare.

Dopo oltre otto mesi di casalingato duro, non aveva ancora imparato a stirare.

Le pile di magliette, mutande e asciugamani torreggiavano in camera dei nani, affratellate da sbrosciate di candeggina. La chiazze decolorate formavano costellazioni solo per lui. Come “La Grande Ciavatta” sull’asciugamano blu, o “Le Palle Sudate” sulla maglietta del suo gruppo preferito. Quando ancora aveva un gruppo preferito, cioè.

E lui, incurante di critiche e minacce se ne stava in cucina, con un sorriso  idiota, a fabbricare gelatina di uva fragola. E che sia gelatina, mi raccomando. Perché una gelatina ben fatta  possiede impareggiabili qualità consolatorie. La tirerete fuori dal frigo a tarda notte, dopo esservi visto l’ennesima replica dei Soprano. Il coperchio cederà dopo numerose bestemmie, infrangendo il sottovuoto con uno suono sordo che potete riprodurre schioccando la lingua sul palato, come si fa per imitare il trotto dei cavalli. Ma perché prendersi questo disturbo?

Il coperchio cederà, affonderete il cucchiaino in quel materiale  solido e liquido insieme, da sorbire a occhi chiusi in completa e beata regressione: lo appoggiate sulla lingua al contrario e succhiate, succhiate fino a sentirvi bene. Nessuna opposizione alla vostra volontà, nessun semino, o buccia, o polpa. Solo cedevole distillato di frutta.

Si fa così.

Procuratevi un pergolato di uva fragola. O una vicina con un pergolato di uva fragola che non mangia uva fragola e che si lamenta perché i chicchi si spetasciano sul tettuccio della panda gialla.

-Se vuoi te la vendemmio io.

-Grazie!

-Prego.

Con un panchettino, un insalatiera di plastica e un paio di forbici da ufficio tagliate i tralci d’uva cercando  di recuperarne il più possibile dai capelli, dalle mutande e dalle ascelle, dove si sono andati a infilare cadendo. Raccoglietene tanta. Svuotando via via l’insalatiera nel lavello.  Siccome in cucina la precisione è tutto, fermatevi quando ne avrete precisamente un mucchio. Ora, siccome l’uva fragola ha la spiacevole abitudine di maturare a cazzo di cane, dovete selezionare i chicchi buoni da quelli acerbi e da quelli marci. Togliete anche ragni, vespe assassine e  tutto ciò che non sia un bellissimo chicco. Ora mettete a bollire l’uva in un pentolone con pochissima acqua per una mezz’ora. Questo affinché la buccia rilasci il suo sapore e il suo colore. Passate il risultato in un passino da pomodori e pesate quello che avete ottenuto. Aggiungete un terzo del peso in zucchero e rimettete sul fuoco.  Una volta preso il bollore tenete la fiamma bassa per un ora. Le ricette tradizionali per le gelatine non prevedono l’uso di addensanti. Semmai veniva aggiunta una mela cotogna, ricchissima di pectina. La gelatina ottenuta rimaneva piuttosto liquida e anch’io non voglio nulla che mi ricordi il Jell’O. Però è importante mantenere integro il sapore dell’uva fragola, che sa, strano a dirsi, di uva con un lungo retrogusto di fragola. Se volete addensare del succo d’uva contando solo sul fuoco e lo zucchero ci riuscirete, ma il risultato saprà più che altro di caramello. Allora io ho fatto così, dopo un ora ho spento il fuoco e lasciato raffreddare il composto. Quindi l’ho passato allo staccio per renderlo ancora più limpido. Poi ho aggiunto un po’ di pectina in polvere (non la dose consigliata sulla scatola  ma circa un terzo) e ho riportato il tutto a bollore, a fiamma alta, per tre minuti.  Quindi ho versato il nettare ardente nei barattolini sterilizzati, ustionandomi in modo piuttosto grave, ho chiuso i coperchi e li ho messi a bollire rovesciati per cinque minuti. Alla fine assicuratevi di aver creato il sottovuoto: il coperchio non deve cedere al tatto nel centro né emettere suoni di alcun genere.

Riponete infine  la  vostra scorta, nella breve attesa di un momento di sconforto.

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Psichedelia in famiglia

Mentre il Casalingo medita in cima alla rocca di Caprona con un ex commercialista la famiglia Moderno si dedica alla psichedelia da salotto.
L’ultima volta che il casalingo ha dedicato qualche ora alla psichedelia si rinchiuse in un armadio n quell’appartamento di studenti. Siccome ero morto non potevo parlare. Grazie alla potenza dei miei raggi mentali ho ottenuto lo stesso luci spente, disco solo voce di Diamanda Galas, e le finestre aperrte, in balia del vento che le sbatteva con violenza.IMG_3076IMG_3082

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