Le sirene di Nepitella

Nepitella ha abbandonato le esplosioni informali di segni e colori.
Segue i contorni negli album da colorare mentre negli originali hanno fatto la comparsa le tristi casucce squadrate, con ricciolo di fumo che esce dal camino.
Mi stavo rassegnando ad anni bui, a dire “bello” ad ogni suo scarabocchio senza neanche guardarlo.
Maledetta età della ragione, quando i bambini perdono la carica sovversiva per scivolare nel conformismo.
Certo, è una fase fondamentale dello svilippo. Lo capisco perfino io che mi sono imposto di evitare qualunque testo di pedagogia e psicologia infantile: vado a orecchio.
In fondo non è la cosa in sè, ma la consapevolezza che io e sua madre siamo gli artefici di questo cambiamento. Ogni genitore è l’oppressore dei suoi figli, un spacciatore di “dura realtà”, uccisore di meravigliosa incoerenza logica.
Ce le ho messe io le casette quadrate nella splendida testa di Nepitella?
E forse nemmeno questo è il punto: ci sono cose che un padre deve fare. Se non imponessi i confini che anche a me pesano così tanto, sarei un voluttuosa merdaccia egoista. Uno che baratta l’inserimento dei figli nel mondo ( nonché abilità basilari tipo attraversare sulle strisce) con la contemplazione  estatica della loro divina follia.
No. Forse l’arte, la follia e l’anarchia hanno senso quando l’individuo è già formato, come forza che ti libera dai principi di vita raffermi che un vecchio coglione, solo perché ha contribuito con qualche cromosoma, si sente in dovere di impartire.
No. Mi sento a disagio perché una parte profonda, forse arcaica, di me stesso prova soddisfazione nel ruolo di prete, carceriere, sbirro e giudice.
Cercherò di ricordarmene quando i nani vorranno uccidermi simbolicamente (?).
Alla fine il cattivo è il ruolo principale, e il più difficile da impersonare.
Oggi però mi sono commosso per una cosa che ha fatto la bimba. Sono il primo a odiare i babbi che rompono i coglioni a tutto il mondo per quisquilie che interessano solo loro.
Però questa la voglio condividere, come speranza, con tutti i genitori afflitti dalle casucce squadrate.
Perché mi ha regalato la luminosa illusione che forse non ho ucciso tutte quelle forme e quei colori che impiastravano i disegni di Nepitella fino a pochi mesi fa. L’illusione che tutta quella meraviglia sia sempre dentro di lei, mutando pian piano in una seconda vista sul mondo.
Uno sguardo interiore che non le impedisce di attraversare la strada con attenzione:
Le sirene di Nepitella

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Il Ferragosto Moderno ( ripieno di ricette!)

L’ultima ricorrenza orgiastica e popolare è il Ferragosto. In teoria si festeggia l’assunzione in cielo della madonna. Ma questo lo sanno in pochi. Io, veramente, prima di fare qualche ricerca in rete nemmeno sapevo che la madonna era stata assunta in cielo saltando tutta la trafila. Vorrà dire che Gesù era un mammone. E sì che le mamme ebree sono invadenti e autoritarie almeno come le nostre.

L’ultima orgia pagana dicevamo.

Più del capodanno, appesantito dall’allegria coatta e dall’ansia da festa*.

Più di Halloween che almeno per la mia generazione, ha il sapore dei matrimoni cattolici in Giappone.

Più del Carnevale, che ha perso il suo effetto catartico da quando è possibile schiamazzare ubriachi per la strade e vestirsi da donna quando più ci aggrada e non solo un giorno all’anno.

Le Feriae Augusti romane, sfruttavano politicamente antichissimi riti legati al culto solare-fallico della fertilità e del raccolto: una colossale abbuffata condita da giochi pubblici e da mance elargite dai ricchi ai lavoratori.

Oggi rimane l’abbuffata (purtroppo senza mance) e il piacere di stare insieme, ma senza smanie, senza ansie. Ci si sbronza lentamente sul pratino dietro casa, non importa se con vista sull’inceneritore, o se pieno di panzoni colle gambette bianche che hanno avuto la nostra stessa idea.

L’aria è gravida di effluvi. Paninna arci imbottiti alle dieci di mattina e poi via con le braci, memoria di bivacchi ancestrali nei quali, oggidì, non sopravviveremmo mezza giornata.

I pennacchi di fumo, diritti nell’aria immobile, sembrano macerie di un villaggio Navajo dopo il massacro del settimo cavalleggeri in un western anni ’70 dalla parte dei pellerossa.

Al mare, sui sentierini crivellati di sole, fanno il loro ingresso trionfale i capifamiglia in fila indiana. Indossano canotta e ciabatte da piscina, trascinano mostruose borse frigo di lucido moplèn  rosso aragosta, celestino o verde acido. Seguono mogli, cognati, nonne, zie zitelle e masnade di figlioli; ognuno incede lento e fiero con il proprio fardello, secondo le possibilità fisiche e le gerarchie familiari. Pancali di braciole fritte in salsa, metri cubi di caprese,  europallet di lasagne e parmigiana di melanzane ancora calde, metri di salsicce odorose e infine lui, sua maestà il cocomero gigante, ancorato in mare con estemporanei marchingegni di tiranti e pesi, oppure incassato in una buca naturale fra i sassi di un torrente gelato.

Ogni tanto il babbo chiama il figlio più piccolo.

-Cristian?!

-Che c’è babbo, un lo vedi che ciò ir torneo di bordate?

-Vai a controllare ir cocomero. Vola bimbo!

Così trascorrerà la mattina del giovane Cristian, come se l’oscura insidia dei ladri di cocomeri minacciasse il fresco sollievo di fine pasto, la serenità familiare e quel poco di valori molari rimasti in questo Paese stremato dai Magnum Double Chocolate.

Cristian non fa in tempo a raggiungere la battigia che già sente l’urlo del padre, tanto immobile sulla sdraio all’ombra della Gazzetta che pare una statua di cera con un nastro registrato dentro il buzzo.

-C’è sempre?

-Sì babbo.

Nel frattempo la famiglia si dispone a testuggine perché le vivande siano inaccessibili alla Banda della Teglia, e persino celate alla vista degli estranei, come un Arca dell’Alleanza avvolta nel domopack.  Le persone  formano mura massicce, tendalini e ombrelloni spaiati proteggono dalle incursioni aeree.

Via via, verso il centro sale il valore simbolico e il tenore calorico, dall’insalata di patate alla frittata di cozze, dalla caprese all’insalata di mare, fino allo scrigno esoterico in plastica dura, dove abita la ciccia cruda.

In Abruzzo è pecora sminuzzata e infilzata in bastoncini di legno.  Chi se ne prende cura (di solito l’uomo di casa in età riproduttiva) dispiega gesti parsimoniosi mentre, attorno a lui, un complesso rituale di corte rende fluidi i compiti di ciascuno, stappare le birre, tagliare il pecorino e il prosciutto a mano, porgere la carbonella e la carne alla bisogna. Gli arrosticini cuociono su una griglia speciale chiamata canala, stretta e lunga. Artigiani sapienti di Vestea, Montebello o Montesilvano Colle costruiscono canale portatili che si montano come un fucile da cecchino e si conservano con lo stesso scrupolo. In mancanza di meglio  si può usare un pezzo di grondaia. L’uomo delle rostelle si muove lungo la canala come un pianista rimpicciolito di un terzo per sortilegio d’amore: invece di sedere al centro dello strumento corre da una parte all’altra, girando otto spiedini per volta, quattro per ogni mano, con frequenze misteriose, tramandate di padre in figlio ad ogni primogenito.

Se la canala è particolarmente lunga e c’è una presa nelle vicinanze, tipo alle feste dell’Unità, il Mastro di Brace stimola i carboni con un asciugacapelli. Infine, ad ogni girata, la carne viene salata. Gira, fona, sala, e da capo. Questa sequenza, che Lui fa sembrare facile, richiede  doti speciali di coordinazione e concentrazione. Il Maestro  è indifferente ai primi calci in culo ai ragazzetti colpevoli di aver frantumato con una pallonata il limoncello di zio Giulio.

-Disgraziati, ‘un c’attecchisce nulla, diobono- grida il babbo, ma subito dopo chiama i mocciosi con un gesto.

-Oh, non ci facciamo sentì: pigliate cinque euri, e altri cinque se lo rifate. Quel cazzo di limoncello ‘un è bono neanche per avvelenà le chiocciole. Bravi, bravi.- e poi, di nuovo a voce alta:-Ma sarete stronzi? La prossima volta vi gonfio…

Il maestro è cieco alle grazie di Carmelina, donna da pochi mesi, illuminata dalla sensualità feroce di chi non è  sa ancora cosa farne: un velo di sudore imperla la peluria tra labbro e naso, le mani accarezzano la curva dei fianchi, il seno grande in teoria è al sicuro nel due pezzi castigato, tuttavia  i capezzoli lunghi come mezzo mignolo premono forte con la chiara intenzione di scappare di prigione. E il pezzo di sotto, nero e lucido, percorre i margini delle piccole labbra e dello spacco muschioso. Un uomo qualunque, cullato dall’alcol e protetto dagli occhiali da sole, inizierebbe una catena di pensieri da concludere appoggiandosi un cappello (un libro, una borsa) in grembo. Ma lui no. Ha gli occhi sempre più socchiusi per il vinello fresco e traditore, ma le sue mani sanno cosa fare, gira, sala, fona. E in qualche modo riesce a tenere la sigaretta sempre accesa e il bicchiere in mano.

I toscani, gente boriosa, raccontano che prediligono il manzo. Mucco Pisano, Scottona, Chianina.

E’ una bugia. La carne regina del Ferragosto, almeno qui sulla costa, è l’umile rostinciana.

Le costolette di maiale vanno prima drogate.

Io metto una miscela di aglio ,,pepe sale, poi rosmarino e salvia freschi, finocchietto selvatico e nepitella. Ma non basta. E’ consigliabile una marinatura in olio, vino e un po’ di succo di limone, ottima anche per il pollo alla diavola e per le carni più magre, come il cervo.

Sulla brace ben calda adagerai  i pezzi, non troppo piccoli, sempre con la parte più grassa rivolta verso il basso. Accanto alla postazione terrai il tuo sale drogato, una ciotola piena d’acqua, un’altra con la marinatura e un pennellino per ungere la carne sulla griglia. L’acqua serve a spegnere le fiammate di grasso colato sulla brace e per bagnarsi le dita prima di infilare le grinfie nel mezzo dei mattoni refrattari. A debita distanza tengo un Bloody Mary, fatto a regola (vodka, il succo di ¾ di un limone, succo di pomodoro, sale, pepe, tabasco e worcester.).

Per il resto anch’io coltivo la mia personale tradizione cucinaria di mezza estate.

Carne a parte, di solito si tratta di qualcosa più adatto ad un rifugio montano il 7 febbraio. Qualcosa che richiede tempo per preparare e ancora di più per digerire.

Un anno ho fatto la pasta e fagioli del secolo, da mangiare fredda sulla spiaggia. All’inizio nessuno la voleva, dopo un po’ si sono messi in fila anche i vicini di ombrelloni proponendo scambi alla pari con porzioni di tiana barese ( riso, patate e cozze), E già, perché la legge marziale dell’accampamento decade all’ ora di pranzo. Tanta differenza tra la sorveglianza paranoica e la condivisione è forse parte di uno studiato effetto scenico, lo svelamento improvviso di porzioni di bestie scuoiate e sanguinanti, dei profumi, dei contrasti olfattivi e cromatici produce l’euforia e quel tanto di stato allucinatorio che permette di mangiare TUTTO.

 Anzi, più tardi, quando l’aria rinfresca, la mamma chiamerà a rapporto i figli.

-Vi faccio un panino colla sarciccia fresca? Non avete nemmeno fatto merenda!

La scrittura consente il privilegio del viaggio nel tempo, ed intendo approfittarne.

Un paio di giorni prima  che le madri caccino in gola dei figli i loro panini del cazzo traumatizzandoli per sempre, il CASALINGO MODERNO fa la spesa per il piatto totem della famiglia.

Lista della Spesa del C.M. 13/8/2013

-Due chili di ziti  napoletani

-Due chili e mezzo di pomodori da sugo

-Un chilo di macinato di media grassezza

-Un pezzo di caciocavallo

-6 etti di mortadella a fette alte, da tagliare poi a cubetti

-6 uova

-Abbondante basilico.

Si comincia dalle polpette. In questo periodo friggo di notte, quando tutti dormono.

Alla mezza accendo la radio brionvega gialla su radiosportiva. La musica mi rapisce e mi distrae, brucio già troppi sughi di mio. Quei dementi mi fanno incazzare dalla mattina alla sera per il linguaggio che usano. Ammetto la difficolta: 14 ore di diretta  a ripetere sempre le stesse stronzate. Però nei redattori della radio si percepisce proprio la soddisfazione di titolsre con un gioco di parole da quattro soldi  tipo Toni e fulmini, se Luca il Lungo inciampa in una palla e la mette dentro. Eppoi fiumi di frasi fatte, di termini enfatici e ripezioni. Una squadra che si afferma con due gol di scarto non vince, schianta l’avversario. Gli sconfitti  crollano, tutti i giocatori, anche l’ultimo panchinaro che cambia maglia, sono top player e oltretutto la notte sono repliche. Io ascolto, mi incazzo, bestemmio, e resto vigile mentre cucino.

Insomma butto il macinato in una ciotolo, aggiungo poco sale e pepe, una cospiqua grattugiata di caciocavallo o pecorino secchi, un uovo e via, a pastrugnare con le manacce.

Che poi non abbiamo neanche detto cosa sto cucinando. Lo dico ora.

Pasta al forno del Casalingo.

Nel frattempo ho messo l’olio a scaldare nella padella di ferro, piano piano, tanto fare le polpettine è una faccenda lunga.

Tieni sempre le mani bagnate, aiutandoti con una ciotola, così la mista non ti rimane appiccicata ai palmi.   Prendete un po’ di carne, cme se fosse tabacco da rollare in una sigaretta, ponetelo sul palmo sinistro e fatelo rotolare con il palmo destro.  Il risultato deve essere pià grande di unabombottino del garda e pià piccolo di un ciupa chups.  Continuate fino ad esaurimento lasciando le polpettine fatte a riposare su un tagliere. Quando l’olio (arichidi o evo, secondo la tecnica di frittura) è ben caldo (e per scoprirlo basta toccare il fondo del tegame con un cucchiaio di legno, se la temperatura è alta lo vedrete sfrigola), passate le polpettine nella padella. Sarà sufficiente sigillarle a dovere, senza raggiungere la doratura, dovendo considerare la cottura in forno  successiva: se friggiamo a puntino il risultato finale darò una carne secca e dura.

Mentre friggiamo madiamo a bollore un pentolone d’acqua leggermente salata, nella quale scotteremo i pomodori maturi. Ci basta che la pelle venga via senza fatica, una volta raffreddati gli ortaggi sotto l’acqua fredda. Con la polpa ottenuta mandiamo un sugo con olio, aglio, basilico e peperoncino. Lasciamolo pure restringere tanto possiamo allungarlo con l’acqua di cottura della pasta. Potete cuocere gli ziti anche nell’acqua dei pomodori, che dà sapore, purché la pentola sia adeguata ( per due chili di pasta occorrono dieci litri d’acqua).

Non dimenticate, durante la preparazione, di lavare le pentole via via che le usate: sia perché troverete meno lavoro alla fine, sia perché una cucina ordinata aiuta a realizzare meglio i piatti ed è segno di una mente ordinata, caratteristica fondamentale se non vogliamo bruciare tutto, o scordare un ingrediente basilare, o sprecare gesti inutil e ripetitivi invece di un sano approccio minimalista alla tecnica culinaria.

Quando lavoravo nei turistifici dalle parti del Duomo, ho conosciuto un cuoco di batteria vecchia scuola. Era un vecchio maiale, calvo, con le vene varicose, e una spiccata tendenza alla molestia sessuale indiscriminata. Aveva anche parecchi problemi di salute, senza per questo diminuire il numero di sigari e sigarette, o risparmiare per la badande invece di consegnare la paga agli allibratori. Però dovevate vederlo ai fornelli. Riusciva a sfornare anche 500 piatti senza fare un passo. Immobile al centro della postazione organizzata alla perfezione, e spignattava senza durar fatica, all’apparenza.

Come i grandi calciatori, i cuochi da battaglia, fanno sembrare facili le cose difficili.

Dopo il servizio si beveva un birra ai tavolini all’aperto, tutti con le occhiaie profonde e la divisa puzzolente di cibo e ferro. “Lo Chef “ sedeva al posto d’onore con una batteria ben assortita di squilibrati, paranoici, giocatori e tossicomani.

-Ora, ti digo il secreto della felicità coniucale- si accendeva un garibaldi, dava un occhiata alle ricevute delle giocate che gli gonfiavano il portafogli. Riprendeva solo quando sentiva tutti gli occhi su di sé.

Io veramente non li avevo mai staccati.

La mai vita era una ghirlanda di fallimenti, come ora del resto, ma aspettavo la mia prima figlia, così ero un fallito felice. Litigavo sempre con Salvia ma ormai con la consapevolezza che avrei continuato a litigare con lei per sempre.

Il segreto della felicità coniugale mi interessava.

-Allora- sospirava lui, -Alle signore, gli garba la mazza.-

Cadeva un silenzio mortale di fronte a tale rivelazione.

-Bela dura, la mazza- concludeva stritolando il sigaro in un posacenere della San Miguel.

Tornando a noi, scolate gli ziti a poco più di mezza cottura, poi metteteli in una grande insalatiera con le polpette, il sugo, basilico fresco, mozzarella e provola tagliata, così come la mortadella.

E’ probabile che dobbiate dividere il tutto in due teglie. In questo caso dividete i condimenti e mischiate in due zuppiere, altrimenti avrete una teglia ipercondita e l’altra discriminata.

Aggiungete le uova rompendole direttamente nella pirofila, per rendere compatto il timballo.

Mettete in forno caldo per una mezzora, o comunque fino a quando la parte superiore non diventa ben scroccante ( e anche un po’ sbruciacchiata).

La famiglia Moderno non si è fatta mancare nulla.

Ho rivisto i miei fratelli, e pure un cugino in partenza per l’Iran.

Siccome in Iran non acettano le carte di credito abbiamo passato parte della serata discutendo di come arrotolsre i contanti per imfilarseli nel culo patendo meno possibile.

Abbiamo ballato con i 45 giri sulla fonovaligia,  e sciolto grassi animali sulla griglia. In abbondanza, perché a Salvia la pasta al forno non piace. E siccome non le piace, trova uno spreco di tempo e fatica la nottata spesa a prepararla.

Amo quella donna, anche se devo farla calmare a spremute di grasso porcino.

I bambini disegnavano e si picchiavano, come sempre.

E il nostro cortile sulla statale, nella notte profumata, sembrava bello.

E il cocomero?

Ottimo grazie.

Anche se il povero Cristian, laggiù in spiaggia aveva fatto trenta volte su e giù per controllarlo.

-C’è sempre?

– Sì, Babbo, tutto a posto!- risponde per l’ennesima volta mentre guarda la flotta di angurie cullate dalla risacca. Sembrano una platea di seguaci a un seminario motivazionale, tutti ad annuire quando il guru li mette di fronte allo sfacelo delle loro vite.

-Allora piglialo e portalo a babbo, sbrigati!

-Esserci c’è- pensa Cristian, -Mi garberebbe solo sapè qual’è il nostro!IMG_3027IMG_3025

 


*   L’ansia da festa si verifica quando ci coglie il terrore che, da qualche parte, ci sia una festa migliore di quella alla quale stiamo partecipando. Di conseguenza si trascorre la notte vagando da un posto all’altro e, in definitiva, fracassandosi i coglioni.

PASTA ALLA NORMA

L’indecenza appicicaticcia dell’estate ti logora .

Vaghi nudo, su una lingua di terra umida, insieme ad altri corpi straziati da lacci, tatuaggi, ciccia e abbronzature parziali.

Questa è la resa quotidiana che scioglie la tua fibra morale come un ghiacciolo di menta al sole.

Così anche cucinare ti pare una resistenza eroica contro la dittatura del prosciutto e melone. Se poi il piatto è la pasta alla Norma, allora è una missione suicida e dalle tue gesta faranno un film con George Peppard, alla fine della guerra.

Due mesi fa hai piantato delle melanzane in vaso; sono piccine ma sode croccanti e profumate.

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 Questa è la faccenda cruciale della ricetta: friggere le melanzane.

Le taglierai dal lato lungo, in fette di mezzo centimetro ( anche meno purchè siano poi tutte uguali).

L’ideale sarebbe cominciare il giorno prima, come per la parmigiana.

Le fette vanno messe a strati in una ciotola,cosparse di sale grosso e poi pressate mettendoci sopra una ciotola più piccola piena d’acqua. Questa operazione serve e eliminare liquidi dalle melanzane.  Più tempo ce le lasciate e meglio verranno.  Alla fine dovete prendere le fette, sciacquarle BENE sotto il rubinetto e quindi asciugarle perbene. Oggi avevo solo cinque ore: il risultato è accettabile ma non ottimale. In questo caso passerò le fette nella farina prima di buttarle nell’olio bollente, anche se i puristi non lo fanno: vi servirà ad ottenere melanzane asciutte e croccanti.  Altra modifica alla ricetta originale: io uso olio d’arachidi per friggere le melanzane in immersione; in realtà ci vorrebbe l’extravergine

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Nel frattempo mettete a bollire l’acqua e sbollentate i pomodori per il sugo, diciamo un chilo e mezzo per quattro persone. Dopo qualche minuto togliete i pomodori con un mestolo, ma non buttate l’acqua, vi servirà per la pasta.  Lasciate raffreddare i pomodori quindi sbucciateli e tirali con malagrazia in un tegame capace dove avete messo in precedenza aglio e peperoncino in infusione con  l’olio ( E.V.O.) fate un sughetto stretto profumato con parecchio basilico: all’ultimo momento lo allungherete con l’acqua di cottura.

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Adesso potete riposarvi un po’. Mille  torrenti di sudore vi corrono sulla schiena: l’unico modo per fermarli, con 40° di temperatura esterna, è fare una doccia gelata.

Quando vi sentite pronti potete riaccendere l’acqua per la pasta. Il formato giusto sarebbero le caserecce ma oggi voglio scialare: ho speso 4,5 euro per un chilo di maccheroni artigianali delle colline pisane: se ne può fare sicuramente fare a meno ma vale ogni centesimo.  Inoltre noi ci mangiamo tre volte…non si va in rovina.

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Avete dunque buttato la pasta. A due terzi di cottura la passate nel tegame del sugo aggiungendo la sua acqua ( salvatene un bicchierone prima di scolare!)  un po’ alla volta.

Quando è al dente spegnete il fuoco e aggiungete abbondante ricotta salata grattugiata.

IMPORTANTE: OCCHIO AL SALE!

Salate pochissimo la pasta e il sugo, semmai farete in tempo ad aggiungerne.

Ora unite alla pasta i due terzi delle melanzane fritte. Dovete farlo un istante prima di servire per evitare che le melanzane si ammoscino. Le altre  le appoggerete nel piatto, lasciando ai commensali il piacere di spezzarle con la forchetta e mescolarle alla pasta.

 Ancora un po’ filo d’olio, basilico fresco e peperoncino se vi piace, e ora servite.

GODI POPOLO.

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Bottiglie e fontane: antropologia dell’acqua con Casalingo Moderno

L’acqua è un liquido chiaro disponibile sul nostro pianeta soprattutto in forma salata. L’acqua non salata è detta dolce, anche se non è proprio dolce (ma se la bevi dopo un bicchierata di mar Tirreno ci sentirai svariati cucchiaini di zucchero). Se ci pensi bene ti accorgi che non è facile definirne sapore dato che nella cultura umana essa costituisce l’epitome della neutralità,la versione liquida dell’aria.
Le unità di misura postnapoleoniche di peso e volume, si fondano sulla manipolazione di un decilitro cubo d’acqua, cioè un litro, cioè un chilo. Una caloria è la quantità di calore necessaria a innalzare la temperatura di un litro d’acqua di un grado.
Noi umani (voi umani) siamo zuppi d’acqua.
Le donne vecchie spesso indossano calze contenitive per scacciare l’acqua ristagnante negli zamponi, e a farsi massaggiare le chiappe con alghe e fango per lo stesso motivo. Però poi crescono gli embrioni nell’acqua, dove il feto nuota , beve, fa la cacca, la pipì e ribeve, in un simpatico ricircolo di nove mesi. Strano dunque che quella stessa creatura, X anni dopo, se è nata nei paesi ricchi a clima temperato, diventi decisamente schizzinosa riguardo al sapore, la temperatura e il tenore batterico dell’acqua che beve.
I bravi bimbi africani, costretti a fare anche dieci chilometri zampettando pe’ le savane con grosse giare in equilibrio sulla testa, alla fine non faranno caso al colore torbido, al sapore ferroso, alla sabbia in gola e ai vermi in pancia che assumono con l’acqua.
In occidente invece, da un certo punto in poi, abbiamo cominciato a bere acqua imbottigliata come vino e costosa come benzina.
Secondo le fonti (bella questa, eh?) che ho a disposizione (i film poliziotteschi e scollacciati), in Italia, negli anni settanta si beveva solo acqua Pejo.
In American Psyco di Ellis (Stati Uniti, fine anni ’80) una delle prime scene riporta una dissertazione dotta su marche e tipologie di acque minerali. Ramlosa, Evian, Perrier, Sampellegrino, Panna. E poi costosissime acque di ghiacciaio, o di iceberg: le uniche in grado di placare la sete e fobia da batteri che entro ci rugge. Minerali, oligominerali, alto o basso contenuto di sodio, lassative, diuretiche o depurative: l’inizio del decennio scorso ha visto l’apice della commercializzazione dell’H2o. In Italia in particolare, Paese ricchissimo di risorse idriche e prodigo di sprechi (la rete perde fino al 70% del portato) dove l’acqua del rubinetto è di qualità medio-alta, increduli esperti di marketing sono riusciti a renderci il primo consumatore al mondo di minerali in bottiglia.
La classica asta di ghiaccio al polo nord.
Nel frattempo, tra gli omìni pensionati e i frequentatori di g.a.s. cominciò a diffondersi una certa avversione per questa pratica. L’ omarello fresco di pensione, passata mezza giornata a sorvegliare scavi stradali e a gongolare in caso di incidenti con spargimento di sangue e intervento di Misericordia, si ritrova di fronte un lungo pomeriggio senza una minchia da fare. Si accorge anche che il suo potere di acquisto fa schifo e allora comincia ad aggirarsi per le pubbliche fontane, a riempire taniche o bottiglie di acqua resa fresca dolce e soddisfacente da un attributo magnifico: e’ gratis. L’ecofricchettone invece pensa che il trasporto su gomma del cibo sia una bestemmia. Le conseguenti equivalenze mortificanti e oppressive tipo ogni cassa d’acqua consuma un litro di petrolio, tanto per dire, lo portano, anche lui, ad andar per fonti.
Ecco. Questi due tipi umani, accomunati solo dalla loro totale mancanza di hipness, sono i precursori di un costume che si sta nuovamente radicando da noi, come andare a trans, abbandonare i genitori allo spizio o non far studiare i figli.
Ma prima di capire cosa succede oggi ad una fonte pubblica, cerchiamo di evocare la fonte come luogo storico di interazione sociale (si scrive sociale ma si legge sosciale): scambi, baccagli e intrighi vari.
Non ho voglia di tirar fuori la Bibbia ma ricordo, nella Genesi o nell’Esodo (più probabile Esodo) un pezzo grosso dei circoncisi che manda il suo amministratore a cercargli una moglie nella sua terra d’origine. Il delegato arriva nel paese e si ferma alla fontana, dove si staglia questa topona con la brocca che subito offre da bere allo straniero e poi lo invita a mangiare a casa sua. Avete presente il gesto antico del porgere da bere con una brocca? L’hanno fatto le venditrici d’acqua fino all’altroieri in tutto il mondo: la brocca viene appoggiata sull’avambraccio protetto da un panno, l’avambraccio funge da leva in modo che la donna possa controllare la quantità di liquido senza troppa fatica.
Un gesto veramente pieno di grazia, ma torniamo a noi. L’amministratore, convinto di aver trovato quella giusta per il suo padrone, le infila un anello al naso, stile bovino, e se la porta via.
Immaginate una fonte nel sud del Mediterraneo o nel Magreb: passaggio obbligato, risorsa contesa con guerre tribali o difesa da distaccamenti romani. E intorno alla fonte donne e bambini, e venditori di focaccine e lampredotti semitici, e uomini in viaggio su cavalli cammelli e dromedari che si fermano a dissetare le bestie e se stessi, e approfittano per una sveltina con un mignottone da poco.
Tipo tre millenni dopo, nel Missouri del 1850 ( Tom Sowyer di Mark Twain) le cose sono rimaste le stesse. La fonte attira, col suono ipnotico della pompa a leva metallica, file di perdigiorno e ragazzine, e schiavi negri. Infatti il negro Jim, mandato a far acqua, perde regolarmente la via di casa, e l’ottima zia Polly è costretta poi a picchiarlo con uno staffile sulle mane.
Stessa cosa per l’Italia rurale fino al dopoguerra. Poi pensi all’Italietta anni ’50, e, non so da quale film, ti arriva l’immagine dello scugnizzo che beve alla fontanella tappandola col dito per far sprizzare l’acqua dallo sfiatatoio in alto, più comodo per bere. E’ chiaro che le fonti rurali andrebbero distinte dalle fontanelle urbane. Pensate alle fontane di Roma, all’investimento simbolico su ciascuna di esse. Al tempo dei romani propriamente detti, quelli col lenzuolo dico, erano dedicate a divinità e a figure mitologiche. Ma lasciamo perdere questo aspetto, altrimenti dovremmo parlare anche di arte, di giochi d’acqua, di Versailles e fontana di Trevi e alla fine non cale. Fatto è che la diffusione capillare degli acquedotti comunali e dei servizi domestici, in tempi recentissimi, da un lato ci ha fatto scordare la preziosità dell’acqua, dall’altro ha fatto precipitare le fonti verso il degrado più feroce.
Anni 80 e 90: le fontanelle cittadine sono presidiate dai tossici bisognosi di acqua corrente per sciacquare le pompe e per farsi. Prova tu a farti venire voglia di berci.
Le poche fontane rimaste si omologano. Una volta ognuna aveva la sua acqua, legata a una fonte sorgente su un monte vicino.
A Pisa, in fondo a via Garibaldi ( zona La Fontina, appunto) c’erano le Quattro Fontane, da dove sgorgava l’acqua del montino. Quando le quattro fontane vengono connesse all’acquedotto, con la terribile acqua dal sapore calcareo, rimangono solo i pensionati a dilatare i gesti per farli durare. Scaricano dai bauli delle Pande una dozzina di dame da vino, aspettano il loro turno, quindi sciacquano meticolosamente ogni vetro agitandoci dentro una piccola quantità di liquido, prima di vuotarle e riempirle per intero una per una, con calma, ciabattando in bermuda e cannottiera.
Circa tre anni fa le quattro fontane vengono trasferite qualche metro più avanti, in uno spazio tondo dotato di panchine ed erbetta intorno al quale si snodano le file di auto per Calci, San Giuliano, Uliveto e Vico.Siamo alla fine degli anni ’10. Ai pensionati si aggiungono tanti stranieri, dell’est soprattutto, ma anche africani, stavolta in macchina. Tornano anche i fricchettoni. I tossici non frequentano per restare ma solo per comprare, dato che i pusher tunisini danno ai clienti appuntamento lì: si trova parcheggio, non c’è eccessivo controllo e, venti metri oltre, ci sono le vestigia dell’acquedotto mediceo, infinito repertorio di pertusi dove imboscare palline.Tra i frequentatori scoppia la polemica, e non riguarda la droga bensì da dove venga l’acqua, se dalla rete o di nuovo dal monte. Trattandosi in larga parte di suggestioni, non è facile discernere il sapore dell’acqua da quello che noi reputiamo abbia. In particola l’acqua fresca o fredda di frigo diventa tutta buona. Così come l’acqua delle Quattro Fontane sembra decisamente meglio di quella del rubinetto. Purtroppo non sono in grado di dire l’ultima parola sull’argomento, ma sto indagando.
E così, amici e sodali, arriviamo ai nostri tragici giorni. La piccola storia di fontanelle che vi ho raccontato diventa la mia storia, perché ora, pure io, vado alla fonte, in fila coi pensionati, gli stranieri e i barbuti. Non sono un pioniere. La sensibilità contraria ai lunghi trasporti d’acqua minerale è diventata dominante. E c’è la questione del risparmio.
Ho una tanica da 27 litri con un rubinetto. A volte la riempio oltre il segno e il peso fa saltare il rubinetto in mezzo alla strada e mi tocca appoggiare la tanica in terra con il buco  in su, lo riavvito e torno alla fonte a rabboccarla. Arrivato a casa, la stiocco sul tavolo della cucina e lì rimane, per una settimana.
Non ho la macchina così vado quando Salvia è a casa, come minimo nel tardo pomeriggio, a volte a tarda notte. Cerco di approfittarne quando devo fare altre commissioni per non caricare il consumo di gasolio sull’acqua che beviamo.
A volte i miei figli vengono con me.
Pepolino guarda le persone e mi chiede conto di facce rumori e comportamenti.
-Ov’è ‘sto more, babbo? ( da dove proviene questo rumore, o caro genitore?)
Nepitella danza per chi vuole stare a guardare, e socializza con tutti.
Un uomo in Land Rover cala dal monte in mimetica.
E c’è il solito pensionato con la panda.
Solo che, o tempora o mores, questo pensionato fa in modo di terminare l’estenuato rito delle bottiglie quando ho finito di riempire la tanica. Dopo i convenevoli mi fa la scena da tossico della benzina improvvisamente finita, e mi chiede soldi.
Sta sicuramente mentendo. O sapeva già di essere a secco oppure gli mancano i soldi per mangiare ma ha la benzina.
Intanto l’uomo del monte ha finito di stivare il gippone, per altro vuoto. Quanto avrà speso in carburante per caricare solo acqua? Perde tutti i benefici, economici ed ecologici, dell’operazione.
Il pensionato rifiuta un passaggio al distributore e accetta l’euro che gli porgo.
Puoi immaginare quanto costi a un vecchietto chiedere spiccioli alle Quattro Fontane come un buìno?

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