La morte di Gerlandino, una guerra civile (E Milano?)

 credevate di esservi liberati di me. Baciate le mie pasciute natiche. Perché sono ancora tra voi. Manca l’utima parte su Milano. Facciamo così, vedrò di inserirla almeno in parte nei prossimi post. Nel frattempo vi rivelo il finale, e sai che thriller, sono tornato da loro.

A volte restare insieme è la cosa giusta da fare. Altre è solo la più comoda.

Ma perché tacere, affossando un sito in costante aumento di lettori?

Lo saprete, ma non oggi. Non TUTTO oggi. Perché il più delle volte conviene cominciare dall’inizio.

E’ vero. Ci sono stati problemi tecnici.

Gerlandino, il mio netbook, sta tirando le cuoia in un parossismo di cigolii e cicalecci. Somigliano ai versi di un uomo che muore perché non riesce a respirare. I versi che immagino faccia una persona durante la propria morte, perché non ho mai visto nessuno morire.
Ho salutato moribondi, ho vegliato cadaveri, ma non ho mai osservato un trapasso, meno che mai per soffocamento.
E’ così il computer muore, e non riesce a caricare le foto, non riconosce il router, rifiuta la lingua italiana, come se fosse troppo stanco per tradurre impulsi elettrici in parole, e chissà, forse le sequenze dementi che appaiono sullo schermo sono un messaggio, un lamento del povero Gerlandino nella sua lingua madre. E vi dirò di più, per concludere questo sproloquio. Solo in questi giorni di agonia pseudovivente, ho battezzato l’aggeggio. Come si fa con i bimbi che nascono quasi morti, battezzati per avere un nome sulla tomba e un posto in paradiso.
Da piccolo ero molto religioso e trovavo crudele oltre ogni dire la sorte ultraterrena di chi non fosse stato battezzato.
E se il prete non arriva in tempo?
E se il bimbo nasce morto?
Cosa dire poi dei feti abortiti, la chiesa sostiene che sono bimbi assassinati. E poi mandano un bimbo assassinato nel limbo? Riflettendo su questo tema, dopo il mio colloquio serale con Dio, si è aperta una crepa nella mia fede. Mi sembrava roba da burocrati. Tre anni dopo, la frana fu improvvisa e devastante.
Una mattina, dopo un sogno che rappresentava la fine d ella mia infanzia, mi svegliai senza fede, con un odio per la chiesa tutto nuovo e luccicante.
Solo ora, dopo ventanni e spicci, si stempera in indifferenza tollerante. Certo i miei figli non si avvicineranno a un prete prima dei sedici anni, l’età giusta per i rapporti sessuali.
Il sogno era ambientato nel futuro. La vista di Montesilvano(PE) dal colle della Vecchia rivelava una distesa di acquascivoli multicolore, sotto il cielo chiaro della primavera sulla costa orientale. Era il giorno della partenza, e dissi addio a mia madre prima di andare in guerra.
Mamma era vestita a lutto perché era morto mio fratello piccolo.
In Jeep coi miei commilitoni, percorro una Pescara sventrata.
Puzza di pesce e cadaveri, barricate davanti alle scuole, portali delle chiese inchiodati con assi di legno, forse per proteggere, forse per impedire l’accesso.
E’ una guerra civile.
Mi rendo conto che devo scegliere la mia bandiera, una causa per la quale morire.
Cattolici contro Protestanti.
Vado con questi. E’ la parola che mi gira in bocca: sono un protestante. Io protesto.
Il sogno continua con uno strano pranzo domenicale.
Un grande tavolo rettangolare, ben apparecchiato, traboccante di arrosti, vini e uva. A parte me, che indosso una divisa, i commensali sono maturi borghesi, agghindati alla moda risorgimentale: basettoni, pince-nez, calzoni attillati e giacca lunga, panciotto e cravatte a fiocco. A capotavola siede mio padre. A un suo cenno viene portato un carrello coperto da un drappo. Lui solleva il drappo, con apprezzabile teatralità. Prende i teschi in mano, uno alla volta, li lascia girare tra i presenti. Quindi ci spiega, con dovizia di esempi, la differenza strutturale del cranio cattolico da quello protestante.
Era stata la sua scoperta a far scoppiare la guerra.
Le razze umane, evocate da cialtroni in malafede sulla base di asserti pseudoscientifici, semplicemente non esistevano.
Mio padre, del tutto indifferente al problema, aveva curato, operato, e talvolta dissezionato ( “Troppe volte”, disse buttando giù un bicchierino di sherry invecchiato) persone di entrambe le confessioni. Si incuriosì delle macroscopiche differenze in alcune aree cruciali del cervello, legate al linguaggio, alle passioni ed in particolare alla sottomissione. Lavorò su questa ipotesi guidando un’equipe biconfessionale, se si esclude Davide Luxembourg, ebreo di stirpe ma ateo irremovibile. D’altra parte era un ricercatore prezioso, possedendo una mente metodica e ordinatissima illuminata da spunti creativi geniali.
I risultati dello studio furono inoppugnabili.
Semplicemente nessuno aveva pensato di confrontare le persone in funzione della loro fede. Ora i cittadini più abbienti correvano a farsi installare un tomografo funzionale portatile.
L’apperecchio era spiccicato a quei cappellini del cazzo con l’ombrellino sopra.
Ma era l’unico esame in grado di svelare il fattore C o P nel vivente.
Si trattava di differenze innate, o di caratteristiche acquisite grazie a pratiche culturali?
Cosa succedeva a chi avesse cambiato religione in età adulta?
Lo faceva a causa della spinta invincibile della genetica, oppure la semplice volontà di vivere un rapporto diverso con il proprio Dio portava all’atrofia di alcune aree a favore di altre?
Questi erano i dilemmi nei quali annaspava la comunità scientifica.
Il popolo invece, voleva sapere una cosa sola.
Chi è migliore?
Mio padre vinse il Nobel e si convertì al protestantesimo di rito Valdese. Il paese, e l’intero occidente furono travolti da un fervore religioso del tutto inedito, nutrito dalla scienza medica. I libri in cima alle classifiche erano i Padri della Chiesa e Lutero, seguiti da testi di divulgazione scientifica. Secondo un ragionamento molto in voga, sebbene piuttosto forzato, se l’unica differenza fisica tra gli uomini dipendeva dalla Fede, allora questa era una dimostrazione lampante dell’esistenza di Dio, e si badi bene, non un dio in ciabatte infradito, proprio il barbuto in tunica che aveva mandato il figlio a morire sulla terra. Poi aveva reso diversi i Veri Cristiani, perché gli uomini sapessero, senza dubbio alcuno, chi fosse il detentore della Verità. Fatto sta che, in attesa di ulteriori ricerche, non era del tutto chiaro quale delle due varianti fosse cara a Dio. Così ognuna delle due parti interpretava i segni a proprio favore. L’ateismo era ormai considerato sintomo di ritardo mentale, quando non l’esordio di una pericolosa psicosi antisociale. Squadre di calcio, gruppi musicali e partiti politici furono costretti a prendere posizione. Quelli che non lo avevano fatto dall’inizio.La Democrazia Cristiana, la quale mantenne il potere grazie al nome che andava bene per tutti e ad una corrente Protestante messa su alla svelta con gli scampoli dei Morotei e della sinistra legalitaria del partito. Beniamino Andreatta venne costretto a convertirsi. Scelse il Calvinismo di stretta osservanza. Le rubriche di teologia su Gente e Novella 2000 ricevevano migliaia di lettere a settimana, ponendo domande molto complesse, che aprivano dibattiti interminabili, originando ulteriori questioni a cascata. Problemi di una sostanza logica così sublime e rarefatta da richiedere un trasferimento forzato di giornalisti da un altro settore.
I commentatori calcistici, abituati da sempre a raggiungere pura astrazione e vette metafisiche partendo da un fuorigioco, furono chiamati e risposero: “Presente”!
Non fu che una ratifica.
La gente al bar, parlava di ortodossia, leggeva la cronaca dei sermoni dei pezzi grossi.<La Domenica Sportiva cambiò nome.
>La Domenica affrontava i temi caldi di interesse religioso. Dai sospetti di eresia, alle conversioni nel mondo dello spettacolo. Il nuovo rotocalco mantenne il vecchio cast quasi integralmente.Il calcio divenne uno sport compassato. Le guerre di ultras cessarono.
In compenso la gente usciva dalle chiese roteando catene e mazze.
Il primo morto fu un ragazzo napoletano che non voleva convertirsi alla confessione Episcopale come il resto della famiglia.
Fu il fratello maggiore a tagliargli la gola nel sonno. Almeno secondo il processo. Gli inquirenti sospettano un’esecuzione alla presenza di tutte le teste calde della parrocchia, con la vittima sveglia e ben cosciente della sua imminente sorte.
Di lì a tre mesi la guerra infuriava in tutta Europa.
Vescovi e Pastori guidavano bande armate di disperati. Pronti a tutto per un pasto caldo e una collana di orecchie mummificate.
Mio padre si sentiva in colpa per tutto ciò che aveva scatenato?
Non certo per le ricerche in sé. Forse per la conversione pubblica che spinse milioni di emulatori a seguirlo. Un anno dopo Cattolici e Protestanti erano numericamente equivalenti. E da allora la proporzione rimase più o meno costante.
Ma la proporzione, indice di un rapporto, taceva i morti a centinaia di migliaia, e poi a milioni, in entrambe le fazioni.
Nei laboratori segreti costruiti con i bottini delle razzie, al tempo in cui c’era roba da razziare, e le donne urlavano se le violentavi, i ricercatori, ormai oggetto di culto essi stessi, cercavano risposte nelle volute della materia grigia. Si diceva che tenessero bambini senza alcuno stimolo religioso per verificare lo stato del cervello, dopo accurate autopsie. Molto ricercati erano i gemelli monovulari, per sottoporre due individui identici a educazioni religiose opposte.
Io protestavo.
Io razziavo e protestavo, sotto il cielo azzurro chiaro della costa orientale. Ancora sorprendentemente nitido.
E chiaro.

5 thoughts on “La morte di Gerlandino, una guerra civile (E Milano?)

  1. Anch’io ci vedo della Fantascienza.Questo racconto l’avrei visto bene nella collana URANIA.
    Comunque,25 anni fa che magnavi pe’fà ‘sti sogni?

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