Io e Little Tony ( tempo di lettura una cacca e mezzo)

avvertenza. Il seguente pezzo è scritto così apposta. errori compresi!

Una delle persone che ho conosciuto vive e poi sono morte è little toni.
Antonio Ciacci era un mito anche se non è che abbia spaccato più di tanto.
Io preferisco Celentano. Dire che lo preferisco non rende forse bene l’idea. Un altro pianeta. Però anche Little TOni è un mito. Ha venduto decine di milioni  di dischi. Anche se molti di questi milioni di dischi sono stati smerciati in Russia Cina e Corea, e non sono sicuro che abbia avuto le royalties che gli spettavano. A parte questo è un mito.
Se ne parla anche in una canzone scritta da jannacci e Fo: Ho visto un re.
Quando alla fine al contadino gli portano via: la casa, il cascinale, la mucca, i dischi di Little Tony, un figlio militare, gli hanno ammazzato anche il maiale.
Tanto per dire che i dischi del suddetto sig. Toni erano uno dei rari e meritati svaghi del contadino vessato.
Littel compare anche in un film che a ricordarselo dopo una quindicina d’anni sembra molto bello, ma a rivederlo, tipo, il 28 marzo alle 3 a.m. risulta lento come un disco dance di Pippo Franco. Comunque ha i suoi momenti, sta pellicola, L’odore della notte. E tra questi momenti, il momento migliore in assoluto è quando c’è lui, litle tonsi.
 In pratica ci sono dei rapinatori romani, a inizio anni ottanta, Uno di loro vuole uscire dal giro ma viaggia spedito verso la galera a vita, guarda te, proprio nell’ultimo colpo, quello che lo fai per fa un favore all’amici ma poi basta, bastissima per sempre.
No in questo colpo (ultimo) ma in un altro (tipo terzultimo), entrano in una casa pariolina di fighetti, e insieme a questi, che ti immagini squaloni collusissimi, c’è il neomorto tonino. Tutti vengono presi a sberle e calci in culo ma a Toni gli ficcano una pistola in bocca e gli fanno:
“canta toni”
“…”
“canta toni, ho detto canta!
“…”
Dai, te faccio pure il basso: TU-TUN TU-TUN TU-TUN TU-TUN TU….

e TONI si lancia nella versioni più punk e paranoica di “Cuore Matto” mai sentita.
Per questo Toni è un mito, per cuore matto. ma non è il suo pezzo che preferisco.
Era andato a Londra a fine anni cinquanta e andava a un programma TV tipo Maria de Filippi.
 Quello era “boys and girls”, questo “uomini e donne”.
Quando è tornato in italietta, anche se era niente di che, si sentiva sto cazzo, perché aveva i dischi belli ed era stato un idolo per tipo otto secondelli. Ma non è per questo che è un mito. Fu il primo a possedere un stratocaster, che a me non piace, anche se la posseggo anch’io per via che da sedicino mi piaceva Jimi.
Ora lo schifo Hendrix, ma a little non lo schifo.Mi è rimasto sempre uguale il toni, normale, con punte di stima.
Tipo quando faceva i video all’Italia in miniatura di San Marino, uno dei posti più italietta del mondo, E poi capite, lui era piccino, allora andava all’Italia in miniatura.
Quando gli italiani vanno all’Italia in miniatura, vanno a vedere la piazza della loro città, e controllano se corrisponde. Oppure vanno a vedere piazze che hanno già visto. E verificano se corrispondono. E dicono: qui dietro ciò preso un gelato, ma la gelateria non si vede. E pensano che non corrisponde.
 Quando Elleti ha inciso la sigla di Love Boat, è diventato un’icona gay.Non si è fatto mancare niente. Che orrore Love Boat. Ma la sigla “Mare profumo di mare” cantata dal nostro, ha echi Culio Iglesias e archi quasi northern soul. Un pezzo alla pari coi tempi.
La mia canzone preferita di L.T. è un’altra, non questa, ma la dico dopo.
Una cosa veramente teribbile, quasi un crimine, è lo spot dello yogurtino anticolesterolo.
“…lo chiamano il killer silenzioso…”
Proprio nun se po’ guarda!
Che lui sta in una specie di cantina. E’ chiaro che la moglie non ce li vuole, quelle merde di cimeli in casa. Tantomeno la giacca di pelle bianga co le frange!
“A To, se te la rivedo la do agli albanesi, che quello è il posto suo! Portate tutto in TA-VE-RNA!
“Ma che cazzo stai a di! Questa faceva furore, me l’ha fatta un sarto su misura. E per vedè il modello l’ho mandato a vedè Woodstock tremmila volte!”
E insomma. Non ti è servito lo yogurtino. Quanti anni ciavevi? Settantadue, a occhio.
un pupo.
E si che, lo so per certo, Little Toni non fumava, non beveva, niente droga, bistecchine e insalata scondita.
Era meglio se mangiavi di più. Qualche gelato, almeno.
La mia donna, Salvia, ama quella che fa “mi han detto che ti piacciono i ragazzi col ciuffo”. Forse le ricorda  qualche amore agostano ad una festa di beat revival da studentessa fuori corso. Dopo aver passato una giornata con Tonischio  mi sono messo con Salvia sul serio ed ho lasciato il mondo della musica. Non so se le due cose siano legate. Mi viene in mente ora.
A quel tempo ero manager e performer in una band, oltre a scrivere oscuri capolavori che usavo per rimorchiare le fie.
La Band cominciò a ingranare e fummo invitati in un programma di quelli un po’ finto alternativi, nei quali eccelle raidue. Ma no come Macao, che era un capolavoro, più tipo le Tre Scimmiette colla Ventura, che è durato una settimana.
Ero vestito da predicatore. Abito di ghiucci. Camicia da prete, rai ban. Perché i miei occhi avevano bisogno di essere coperti, dato che rivelavano più di quanto volessi  sull’abuso di me stesso che praticavo all’epoca.
Rivedendomi in TV mi sono accorto che il mio naso non si può guardare, particolarmente in video. Proietta ombre ardite su parti del viso a caso.    
Però il naso non c’entra con l’abuso. C’entra la genetica e un paio di cazzotti dati bene sul muso, naso incluso. Poco tempo prima mi avevano operato di turbinati, della roba dentro il naso interno che se cresce troppo non ti fa respirare e canti come paperino. Il chirurgo guardandomi in faccia mi chiese:
“ma già che ci siamo, facciamo un ritocchino?”
al liceo mi dicevano che potevo mandare un curriculm alla Nasa.
 Alla fine mi ero abituato alla mia nappa. E quando arrivai ai turbinati, mi tenni tutte le gobbe e fosse che avevo di serie. Però se mi fossi rivisto in tv, avrei fatto la plastica. E comunque ora canto da dio.
E insomma. Siamo a  Cinecittà. C’è la sorella Carlucci quella bionda non-Milly, sim-pa-ti-ci-ssi-ma! Un autore cicciobombo di quelli che vogliono fare gli amiconi degli underground,sbarra,drogati ma si vede benissimo che se ti presenti a un concerto di quelli che dico io, finisci sciolto e trasformato in candelabro satanico, servo di merda!
Poi arriva lui, in cadillac rosa, un completino taglia 36, mocassini grandi come un portachiavi. E te credo che il giubbetto sfrangiato era su misura. Il pret a porter l’hai sempre preso da 0-12 benetton, ma all’epoca non era ancora stato inventato.
Però avevi capelli ciuffati, nella versione senior del ciuffo che fu. Ciuffo istituzionale. Ci hai giurato che non te li tingi come Bobby Solo (il fratello di Han). Eppoi quegli occhietti furbi e scuri, da uomo di mondo. Da tennista di serie C.
 “Ma nun ciò tempo de fa i tornei…”.
Da alcuni discorsi ho capito che avevi solidi investimenti sul mattone, puntavi un terreno vicino al tennis club.
Il programma era una cornice per sfruttare alcuni video a colori girati negli anni sessanta. Nella cornice tu raccontavi quattro cazzate e lanciavi pezzi dei tempi tuoi.
Facevi anche:
One for the money, two for the show… e noi dovevamo fingere di non conoscere il rock and roll. Strano, per gente che suona rock.
 Tu non perdevi un colpo.
Pronti, via! Battute e sguardo in camera perfetto.
Nessuno ti stava dietro. E nelle pause parlavi di soldi.
Tranne una volta che ci mollarono nella cadillac in esterna, tra le rovine.
Problema tecnico.
Eravamo in quattro più la chitarra. Allora mi sono pigiato i Rayban sul naso orrendo, ho imbracciato la chitarra è TI HO COSTRETTO A SEGUIRMI:
“Era un ricordo d’amore la spada è nel cuore e ci resterà…”
Indovinate cosa avevo io, nella tasca sinistra dell’abito, proprio all’altezza del cuore?
E’ questa la mia canzone preferita di Little Tony.
R.I.P.
Che la terra ti sia lieve, a te e al ciuffo.

 

La morte di Gerlandino, una guerra civile (E Milano?)

 credevate di esservi liberati di me. Baciate le mie pasciute natiche. Perché sono ancora tra voi. Manca l’utima parte su Milano. Facciamo così, vedrò di inserirla almeno in parte nei prossimi post. Nel frattempo vi rivelo il finale, e sai che thriller, sono tornato da loro.

A volte restare insieme è la cosa giusta da fare. Altre è solo la più comoda.

Ma perché tacere, affossando un sito in costante aumento di lettori?

Lo saprete, ma non oggi. Non TUTTO oggi. Perché il più delle volte conviene cominciare dall’inizio.

E’ vero. Ci sono stati problemi tecnici.

Gerlandino, il mio netbook, sta tirando le cuoia in un parossismo di cigolii e cicalecci. Somigliano ai versi di un uomo che muore perché non riesce a respirare. I versi che immagino faccia una persona durante la propria morte, perché non ho mai visto nessuno morire.
Ho salutato moribondi, ho vegliato cadaveri, ma non ho mai osservato un trapasso, meno che mai per soffocamento.
E’ così il computer muore, e non riesce a caricare le foto, non riconosce il router, rifiuta la lingua italiana, come se fosse troppo stanco per tradurre impulsi elettrici in parole, e chissà, forse le sequenze dementi che appaiono sullo schermo sono un messaggio, un lamento del povero Gerlandino nella sua lingua madre. E vi dirò di più, per concludere questo sproloquio. Solo in questi giorni di agonia pseudovivente, ho battezzato l’aggeggio. Come si fa con i bimbi che nascono quasi morti, battezzati per avere un nome sulla tomba e un posto in paradiso.
Da piccolo ero molto religioso e trovavo crudele oltre ogni dire la sorte ultraterrena di chi non fosse stato battezzato.
E se il prete non arriva in tempo?
E se il bimbo nasce morto?
Cosa dire poi dei feti abortiti, la chiesa sostiene che sono bimbi assassinati. E poi mandano un bimbo assassinato nel limbo? Riflettendo su questo tema, dopo il mio colloquio serale con Dio, si è aperta una crepa nella mia fede. Mi sembrava roba da burocrati. Tre anni dopo, la frana fu improvvisa e devastante.
Una mattina, dopo un sogno che rappresentava la fine d ella mia infanzia, mi svegliai senza fede, con un odio per la chiesa tutto nuovo e luccicante.
Solo ora, dopo ventanni e spicci, si stempera in indifferenza tollerante. Certo i miei figli non si avvicineranno a un prete prima dei sedici anni, l’età giusta per i rapporti sessuali.
Il sogno era ambientato nel futuro. La vista di Montesilvano(PE) dal colle della Vecchia rivelava una distesa di acquascivoli multicolore, sotto il cielo chiaro della primavera sulla costa orientale. Era il giorno della partenza, e dissi addio a mia madre prima di andare in guerra.
Mamma era vestita a lutto perché era morto mio fratello piccolo.
In Jeep coi miei commilitoni, percorro una Pescara sventrata.
Puzza di pesce e cadaveri, barricate davanti alle scuole, portali delle chiese inchiodati con assi di legno, forse per proteggere, forse per impedire l’accesso.
E’ una guerra civile.
Mi rendo conto che devo scegliere la mia bandiera, una causa per la quale morire.
Cattolici contro Protestanti.
Vado con questi. E’ la parola che mi gira in bocca: sono un protestante. Io protesto.
Il sogno continua con uno strano pranzo domenicale.
Un grande tavolo rettangolare, ben apparecchiato, traboccante di arrosti, vini e uva. A parte me, che indosso una divisa, i commensali sono maturi borghesi, agghindati alla moda risorgimentale: basettoni, pince-nez, calzoni attillati e giacca lunga, panciotto e cravatte a fiocco. A capotavola siede mio padre. A un suo cenno viene portato un carrello coperto da un drappo. Lui solleva il drappo, con apprezzabile teatralità. Prende i teschi in mano, uno alla volta, li lascia girare tra i presenti. Quindi ci spiega, con dovizia di esempi, la differenza strutturale del cranio cattolico da quello protestante.
Era stata la sua scoperta a far scoppiare la guerra.
Le razze umane, evocate da cialtroni in malafede sulla base di asserti pseudoscientifici, semplicemente non esistevano.
Mio padre, del tutto indifferente al problema, aveva curato, operato, e talvolta dissezionato ( “Troppe volte”, disse buttando giù un bicchierino di sherry invecchiato) persone di entrambe le confessioni. Si incuriosì delle macroscopiche differenze in alcune aree cruciali del cervello, legate al linguaggio, alle passioni ed in particolare alla sottomissione. Lavorò su questa ipotesi guidando un’equipe biconfessionale, se si esclude Davide Luxembourg, ebreo di stirpe ma ateo irremovibile. D’altra parte era un ricercatore prezioso, possedendo una mente metodica e ordinatissima illuminata da spunti creativi geniali.
I risultati dello studio furono inoppugnabili.
Semplicemente nessuno aveva pensato di confrontare le persone in funzione della loro fede. Ora i cittadini più abbienti correvano a farsi installare un tomografo funzionale portatile.
L’apperecchio era spiccicato a quei cappellini del cazzo con l’ombrellino sopra.
Ma era l’unico esame in grado di svelare il fattore C o P nel vivente.
Si trattava di differenze innate, o di caratteristiche acquisite grazie a pratiche culturali?
Cosa succedeva a chi avesse cambiato religione in età adulta?
Lo faceva a causa della spinta invincibile della genetica, oppure la semplice volontà di vivere un rapporto diverso con il proprio Dio portava all’atrofia di alcune aree a favore di altre?
Questi erano i dilemmi nei quali annaspava la comunità scientifica.
Il popolo invece, voleva sapere una cosa sola.
Chi è migliore?
Mio padre vinse il Nobel e si convertì al protestantesimo di rito Valdese. Il paese, e l’intero occidente furono travolti da un fervore religioso del tutto inedito, nutrito dalla scienza medica. I libri in cima alle classifiche erano i Padri della Chiesa e Lutero, seguiti da testi di divulgazione scientifica. Secondo un ragionamento molto in voga, sebbene piuttosto forzato, se l’unica differenza fisica tra gli uomini dipendeva dalla Fede, allora questa era una dimostrazione lampante dell’esistenza di Dio, e si badi bene, non un dio in ciabatte infradito, proprio il barbuto in tunica che aveva mandato il figlio a morire sulla terra. Poi aveva reso diversi i Veri Cristiani, perché gli uomini sapessero, senza dubbio alcuno, chi fosse il detentore della Verità. Fatto sta che, in attesa di ulteriori ricerche, non era del tutto chiaro quale delle due varianti fosse cara a Dio. Così ognuna delle due parti interpretava i segni a proprio favore. L’ateismo era ormai considerato sintomo di ritardo mentale, quando non l’esordio di una pericolosa psicosi antisociale. Squadre di calcio, gruppi musicali e partiti politici furono costretti a prendere posizione. Quelli che non lo avevano fatto dall’inizio.La Democrazia Cristiana, la quale mantenne il potere grazie al nome che andava bene per tutti e ad una corrente Protestante messa su alla svelta con gli scampoli dei Morotei e della sinistra legalitaria del partito. Beniamino Andreatta venne costretto a convertirsi. Scelse il Calvinismo di stretta osservanza. Le rubriche di teologia su Gente e Novella 2000 ricevevano migliaia di lettere a settimana, ponendo domande molto complesse, che aprivano dibattiti interminabili, originando ulteriori questioni a cascata. Problemi di una sostanza logica così sublime e rarefatta da richiedere un trasferimento forzato di giornalisti da un altro settore.
I commentatori calcistici, abituati da sempre a raggiungere pura astrazione e vette metafisiche partendo da un fuorigioco, furono chiamati e risposero: “Presente”!
Non fu che una ratifica.
La gente al bar, parlava di ortodossia, leggeva la cronaca dei sermoni dei pezzi grossi.<La Domenica Sportiva cambiò nome.
>La Domenica affrontava i temi caldi di interesse religioso. Dai sospetti di eresia, alle conversioni nel mondo dello spettacolo. Il nuovo rotocalco mantenne il vecchio cast quasi integralmente.Il calcio divenne uno sport compassato. Le guerre di ultras cessarono.
In compenso la gente usciva dalle chiese roteando catene e mazze.
Il primo morto fu un ragazzo napoletano che non voleva convertirsi alla confessione Episcopale come il resto della famiglia.
Fu il fratello maggiore a tagliargli la gola nel sonno. Almeno secondo il processo. Gli inquirenti sospettano un’esecuzione alla presenza di tutte le teste calde della parrocchia, con la vittima sveglia e ben cosciente della sua imminente sorte.
Di lì a tre mesi la guerra infuriava in tutta Europa.
Vescovi e Pastori guidavano bande armate di disperati. Pronti a tutto per un pasto caldo e una collana di orecchie mummificate.
Mio padre si sentiva in colpa per tutto ciò che aveva scatenato?
Non certo per le ricerche in sé. Forse per la conversione pubblica che spinse milioni di emulatori a seguirlo. Un anno dopo Cattolici e Protestanti erano numericamente equivalenti. E da allora la proporzione rimase più o meno costante.
Ma la proporzione, indice di un rapporto, taceva i morti a centinaia di migliaia, e poi a milioni, in entrambe le fazioni.
Nei laboratori segreti costruiti con i bottini delle razzie, al tempo in cui c’era roba da razziare, e le donne urlavano se le violentavi, i ricercatori, ormai oggetto di culto essi stessi, cercavano risposte nelle volute della materia grigia. Si diceva che tenessero bambini senza alcuno stimolo religioso per verificare lo stato del cervello, dopo accurate autopsie. Molto ricercati erano i gemelli monovulari, per sottoporre due individui identici a educazioni religiose opposte.
Io protestavo.
Io razziavo e protestavo, sotto il cielo azzurro chiaro della costa orientale. Ancora sorprendentemente nitido.
E chiaro.

Testuggine e radicchio

Sogno di cacciare  testuggini in Brasile.  I surfisti internazionali vogliono impedirmelo: loro si prendono cura delle tartarughe. Riparano quelle ferite, inchiodando sul carapace placche di metallo riciclato. Tuttavia non demordo e chiedo ad alcune signore del luogo una ricetta.
“Come le cucinate voi le testuggini?”
“Mah… puoi farle col radicchio. Ma è un peccato per il radicchio.”
Perchè no? Allora eccovi una ricetta, direttamente dal mio inconscio.
Procuratevi una testuggine in viaen d’estinzioneImmagine, strappandola dalle mani abbronzate dei surfisti. Cercate un palazzo alto e buttate la bestia dalla terrazza dell’attico. Mettete da parte i pezzi di guscio per farne graziosi pasacenere. Pulite ed eviscerate l’animale, tagliatelo a spezzatino. Mandate in un tegame capace un trito di scalogno e rosolate la carne a fuoco alto, poi sfumatela con un bianco fermo e riducete la fiamma. A tre quarti di cottura aggiungete dragoncello, timo limonato e pepe verde macinato di fresco. A parte fate appassire leggarmente il radicchio, conditelo con olio, sale e aceto di vino bianco. Aggiungetelo alla carne e servite.  Poi mi farete sapere.

Speciale Milano (Prima parte)

Sotto un caldo bestia, i vecchi del centro si decidono a uscire.
Scarafaggi al sole, essi sono.
Le donne spingono gli uomini in carozzina e bombola di ossigeno a rotelle.
Pallidi, piagati, arrancano sulle strisce per raggiungere i parchi.
Di norma, sono ancora a metà quando scatta il verde per le auto.
Morite, vecchi. Staccatevi la spina a vicenda, con quelle mani ultrabianche solcate di vene verdi e viola, cosparse di borotalco come tutto il vostro corpo; come i culi arrossati per il pannolone.
Morite.
Non avete mica voglia di passare un altro inverno. Morite.
Non ce niente per voi, in quel parco.
Ma oggi, 25 aprile, anche gli insulti degli automobilisti sono poco convinti nella città mezza vuota, senza code.
Rientro nel mio corpo  e ricordo che ci sono io sopra a quella macchina;  è da lì che guardo i vecchi attraversare e, sebbene non sia io a guidare, gli insulti escono probabilmente dalla mia bocca. Troviamo posto davanti al Frank.
Davanti, capito? in pieno aperitivo! Nove euri per drink decorati alla perfezione con ombrelli e zucchero cristallizzato al bludimetilene o all’alchermes. Però il sapore è ributtante: sono shakerati a cazzo, o manca il vero succo di limone. Usano lo sweet n sour, questi ingordi.
Sono con una persona molto cara, della quale non parlerò proprio, visto che non intendo squadernare i cazzi suoi. Diciamo che per me è come un fratello.  Dormo da lui, E’ sua la spider. C’è anche un suo amico che si tasta cotinuamente il polso, in attesa della prossima extrasistole. Tre tristoni del cazzo.
Domanda della serata: “ma quella è una troia o no?”
Microsaggio di costume, due punti e a capo:
. La vicina di casa in jeggins e occhiali da vista con la busta della spesa, la cameriera, la bionda in abito da cocktail vintage che beve da una coppa grande come una zuppiera. Una città dove è sempre più difficile distinguere le zoccole dalle altre donne. Traete da soli le conseguenze. E comunque, sono punti a favore delle meretrici di ogni genere e specie.
La bionda si avvicina e poi si siede al nostro tavolo. Vista da vicino dimostra dieci anni di più. Indossa quelle calze color carne pesantissime, quelle che qundo ci passi la mano fanno il suono di una maccchina sul cordolo dell’autostrada.
” e tu cosa fai?” le chiedo dopo aver risposto alla stessa domanda.
“Ci siamo appena incontrati e già vuoi sapere cosa faccio?” risponde lei con un accento mezzo emiliano e mezzo russo.
Questa troia è un genio.  Una vera cortigiana, in grado di trasformare una domanda ingenua per rompere il ghiaccio nella sua variante puttanesca, quando il cliente si informa su prestazioni e prezzi. “Tu cosa fai?” chiediamo alle donne che incontriamo, e forse Bianca, la russa modenese, ha ragione. Nel senso che nelle schermaglie della seduzione da bar, cosa fai significa chiedere in fondo se la donna ci sta, se è alla nostra portata, se ha voglia di scopare.
Per noi poveri di fascia alta la soluzione ci sarebbe, fuori di qui. I centri massaggi sono ovunque. Le insegne raffigurano belle ragazze cinesi asfaltate col photoshop, e sfumate di rosa. Mi riprometto di andarci, ma non lo farò. Anche qui, la mia cosidetta fedeltà è solo indolenza. Dovrei andarci. La mia schiena me lo chiede, il mio cazzo pure.
Venti euro, massaggio rilassante con happy ending.
” credimi, io ho quasi quarantanni, non ho mai, ripeto MAI, goduto così tanto con una sega. ” mi ha detto un amico.
Tanto non ci vado. Ma voi pezzenti di milano (anche di fascia alta) invece  di offrire cinque vodka lemon a quella hipster (sicuramente frigida, guardate le unghie divorate fino alla lunetta, la sua bocca stretta), siate uomini, andate dalle cinesi. E’ il Casalingo che ve lo consiglia.
Più tardi al parco in fondo a via Padova c’è  il corcerto/comizio dal titolo “partigiani in ogni quartiere”. E va bene. E sia. Forse quello del mio quartiere era quel vecchio sulle strisce oggi pomeriggio. Ma comunque, andiamo. Io amo via Padova.
Dopo mezz’ora sono pronto a rifondare il nazionalsocialismo.
Tra una canzone e l’altra, invariabilmente inni all’erba o al comunismo, montano sul palco una serie di tizi veramente improbabili. Si chiamano tutti Lello, Pollo, Mallo, Pillo, Rollo.
Che poi, a sentire le canzoni, vanno tutti a erba e  succhi di frutta. Chi sa chi le compra le tonnellate di cocaina che si vendono a Milano.O l’eroina smerciata nel campi di granturco dell’interland. Possibile che non c’è nessun gruppo che dedichi una canzone alle interminabili partite di risiko che si fanno quando si pippa la coca? O agli effetti benefici dell’extasy.
Voglio l’MDMA, non ce l’ha nessuno. Solo erba e succhi di frutta.
“e questa seraaaa, lottiamoooo, contro la babbarie fascistaaaa, contro quesso comune in mano alla speculazioneeeee, contro l’Espoooo,  a favore del proletariatooo, e della manodopera sfruttata dal padroneeeee, a favore della riappropiazzione degli spatzi abbitativiiiii, alle iniziative per la casaaaaaa….”
Sono terribile scacciafighe, parlano nel microfono per cinque minuti, con occhi vacui, voce monocorde. Non vedono che nessuno li ascolta, e d’altraparte le cose che dicono, sono le stesse da quarant’anni. Non scherzo. Parole d’ordine e concetti già stantii all’epoca di Lotta Continua  vengono spiattellati con l’espressività di uno che fissa lo sciacquone durante la prima pisciata del mattino. Gli oratori sono tutti bianchi, benestanti e probabilmente (lo desumo dall’accento) Milanesi di Milano. Beste rarissime.  In tutto il parco ci sono solo cinque magrebini nelle prime file, in favore di telecamere. Mi faccio il seguente film. Gli scacciafighe gli hanno squottato l’appartamento e loro sono cooptati per gratitudine.
Allora, io i magrebini li conosco, digiamo. Li ho frequentati e favoriti con principesca munificenza, in passato.
Essi, i nordafricani, odiano il rock.
Gli fa proprio schifo.
E anche il reggae, lo ska. Qualunque cosa che non sia discomusic o struggenti nenie delle parti loro. E non riescono a ballare, vanno fuoritempo; si guardano intorno smarriti, nessuno li caga. Interessante, per una serata dove si celebra “il modello di integrazione di via Padova”.
“E rigordiamoooo, in questa serataaaaa, la memoria del compagno Trullooooo, martire della babbarie nazifascistaaaaaaaa, nel decimo anniversariooooooo”
Ora questo Trullo non si chiamo così, qualcosa del genere. Ecco mi sono informato, lì nel parco. Avrei potuto fare ricerche un po’ più approfondite ma me ne sbatto le palle, conservo le mie poche energie per i post di servizio, sui prezzi, le ricette , e così via.

Il compagno Trullo dunque.

Un bel giono c’erano in giro due gloriose teste di cazzo fasciste, babbo e figlio erano. Con un cane di quelli cattivi, il cane da tarro regolamentare. I due amano il loro cane, ne sono fieri. Il cane fa i giochetti e loro lo accarezzano.
“Bravo Rommell, terra giù Rommell!”
Interviene il compagno Trullo. Il nome del cane non gli piace.
Al babbo, al figlio, e al cane, invece non piace il compagnio Trullo. Lo ammazzano di botte.
Va bene, assassini di merda. Ma anche te, compagno Trullo, potevi farti anche i cazzi tuoi.
Non gli hanno mica intitolato una strada, a Rommell. Due coglioni hanno chiamato il loro cane come una testa di cazzo: mi sembra giusto. A parte che, tra i nazi, Rommell si distingueva per intelligenza. Bella prova direte voi, ma comunque.
Voglio dire, è un martirio? A me pare una morte del cazzo, da piangere in silenzo tra gli affetti del compagno Trullo. Non credo sia utile alla causa trasformare una rissa da strada  in agiografia di risistenza contemporanea.
Ma cos’è poi quest’odio che mi monta dentro, che mi fa sentire solo dappertutto, sempre dalla parte sbagliata? Voglio fare a botte, cerco rogne. Mando affanculo i compagni sul palco e mi guardo intorno, nessuno raccoglie la provocazione.
Però, chissà perché, al primo pogo mi arriva una gomitata strategica.  Una gomitata quasi affettuosa, un colpo di biliardo, che pèrò si stampa esattamente sul punto di frattura della mia costola.
L’osso tenero e novello fa KRAC
ed eccomi qua:
ogni respiro una pena
Ogni pena una sigaretta
ogni sigaretta un bicchiere di cognàc.
(continua. Non perdete l’ultima puntata di Speciale Milano!I CONSIGLI PER GLI ACQUISTI)