LA PASSIONE (seconda e ultima parte) AVVERTENZE: SE SIETE NUOVI LETTORI NON COMINCIATE DA QUESTO POST!

(Per gli antefatti, consultare  il post LA PASSIONE)
Avevamo lasciato il  nostro Casalingo, in lacrime,  a ninnare la piccola Nepitella, che soffriva tanto per le liti in famiglia. 
L’aveva detto anche a scuola.
“Maestra, io…io non ascolto quello che dici perché penso al mio babbo che è tanto triste e non si sa se rimane con noi.”
Le maestre dell’asilo riferirono alla madre di Nepitella. E Salvia non perse la ghiotta opportunità di accusare il suo (probabilmente non più) uomo turbare la bimba.
“Semmai la colpa sarà di tutti e due,  che dici?” rispose il Casalingo.
Nei giorni di Pasqua, il Casalingo aveva preso due decisioni. Le aveva comunicate a Salvia e ne aveva scritto sul suo grande quaderno nero  degli appunti e dei disegni.
1) Non guiderò più la macchina.
2) Mi farò curare.
Eh già.
Curare.
 Perché, il Casalingo Moderno correva il rischio di passare dalla Sociologia Sperimentale  al Caso Clinico Da Manuale.
Il dottore gli disse che non doveva ricoverarsi in psichiatria. non ce n’era bisogno.
“Peccato.” pensò il  Casalingo ” la psichiatria per uno scrittore fa curriculum…”
Pensò così, non volendo rinunciare al sarcasmo neanche durante l’autoanalisi più spietata.
In realtà era convinto dici avere bisogno di silenzio e solitudine.
Fantasticò di bàite nei boschi e idilli monastici: silenzio e solitudine.
L’astrazione sedimentò come sabbia in una pentola di vongole da spurgare.
E al fondo, scoprì che anche quello, persino o soprattutto il silenzio, non poteva permetterselo.
Ricordate? Poveri di fascia alta. Non ti manca nulla, ma per favore, non  crearti nuovi  bisogni.
Quanto verrà mai, una stanza all’abetone fuori stagione?
O una settimana nell’eremo garfagnino dei frati sodomiti e spacciatori di amari d’erbe?
Sempre troppo.
“Però i frati”, pensava  il Casalingo, “hanno capito tutto.” 
Lavoro, silenzio. Lavoro in silenzio.  Stonati d’amaro e d’erbette psicoattive. Sesso a volontà, secondo le loro inclinazioni, (sopratutto 90°).
Il Casalingo avrebbe preferito essere sodomita lui stesso, ma, seppur in via del tutto teorica, continuava ad amare follemente la ciuffa, la cicciabaffa, la tacca, col suo odore di mareggiata e il sapor del miele, e amava anche quello che c’era vicino e intorno. Sempre in teoria.
Massì, l’aveva sempre saputo.
Che sociologia e psichiatria erano sempre state legate. Che i ricchi potevano permettersi costose analisi junghiane mentre i poveri, sebbene di fascia alta, dovevano abbozzare. Incerottare.
Lagrime asciugare e pedalare.
Inpasticcare.
Ed ecco che i suoi problemi tornavano ad essere i problemi dell’Italia intiera, come diceva  Mike.
IL CASALINGO MODERNO: LA STORIA DI UN UOMO NON COMUNE ALLE PRESE CON PROBLEMI MOLTO COMUNI.
RISULTATO: L’ITALIA LO SEGUIVA.
Due milioni di adulti avevano smesso di cercare lavoro.
Tivvù e giornali erano pieni di guide al risparmio.
Dal fai da te’ al fatti un te’ di malva e borragine, per risparmiare sullo sciroppo espettorante.
Il Casalingo sapeva che nessun povero di fascia alta con due figli piccini avrebbe avuto il tempo di mettersi a cercare bulbi di ciclamini selvatici per curare l’otite.Il Casalingo non era un estremista del cazzo. Per l’otite vai in farmacia e ti compri il generico ma poi, stai attento alle cose che contano davvero. Organizzare una vita con regole NUOVE.
Magari antiche ma NUOVE.
Niente deve avanzare in frigo. MAI.
Cresci i tuoi figli candidi come colombe e furbi come serpenti.
Molto di quello che lui pensava e viveva sulla sua pelle, lo ritrovava, banalizzato e mortificato, nelle trasmissioni del pomeriggio.
Casi umani. Casi-linghi NIENTE AFFATTO moderni.
E in verità anche lui era stato invitato ad una di queste trasmissioni. Una MOLTO IMPORTANTE.
Ma di questo si parlerà in un altro post.
Non fu la soddisfazione di essere un precursore a  fargli asciugare le lacrime.
Furono, come sempre, i figli e il senso del dovere.
I figli, che nonostante i suoi evidenti segni di squilibrio,  continuavano  a cercare le sue braccia forti, capaci di abbracci molto forti. 
Pepolino si calmava solo con lui. La sera, alla  vista della madre si faceva andare via la voce a forza di pianti.
 Allora lui se lo portava in corridoio, al buio, e gli raccontava storie di treni, le sue preferite.
“Babbo? Tonti torie i teni?”
Oppure si mettevano, petto contro petto, sdraiati sul divano, e il petit si calmava subito: afferrava l’orecchio del padre, orecchio tipo morvido, e lo stringeva come una pallina antistress. In cinque minuti dormiva.
Nepitella lo disegnava alto, bello e sorridente, con mani grandi e braccia spalancate.
Nepitella lo gratificava di meravigliose bugie.
“Voglio stare solo con te, sempre sempre” gli diceva. Anche se, putacaso, in quel preciso istante pensava a come rubare un dolce dalla dispensa o a vedere Peppa Pig, o a inventare un piano elaborato per evitare di mangiare qualunque cosa  il suo amato babbo gli avesse cucinato per cena.
Sua figlia. Sensibile e manipolatrice, bugiarda.
 Sua figlia con problemi di attenzione, come lui.
  E così il dottore gli diede delle medicine per smettere di piangere e lui, che considerava gli psichiatri purissima merda, se le prese e zitto, anche se aveva i suoi motivi per piangere.
Da buon povero, sebben di fascia alta.
La questione delle macchine. Non dimentichiamo le macchine.
C’erano stati quattro incidenti in quattro mesi.
Il Primo a Natale. Dopo una lite con Salvia.
Come d’abitudine, era uscito di casa senza una meta precisa.
Purtroppo la meta si rivelò nella sua qualità di muro molto duro sul quale il Casalingo si andò a spalmare.
Macchina distrutta, Casalingo parecchio ammaccato. E senza macchina.
Così cominciò a prendere L’Ammiraglia, quella che avevano comprato per la sicurezza di Salvia sulla lunga e trafficata strada del lavoro.
A Gennaio il casalingo si immette su una strada principale e forse, dico forse, sfiora un’auto. Il Casalingo non ha neanche un graffio alla carrozzeria, quegli altri sembrano avere un danno da nulla. Allora il Casalingo cosa fa?
“Senti, portala dal carrozziere, che vedrai è una stronzata, io ti posso dare trecento euri e credimi, ci vai anche a cena fori.”
“Sì, guarda, la porto da un mio CARISSIMO AMICO e ti faccio sapere.”
Il Casalingo nutriva una fiducia, del tutto malriposta sia chiaro, nel proprio prossimo.
Pensava tutto il male possibile del genere umano, ma era disposto a considerare ogni singola persona che incontrava come La Rara Avis, LECCEZIONE, tutto attaccato, proprio così.
“Allora, guarda, io il CID te lo firmo, ma te aspetta a portarlo all’assicurazione. Prima vediamo il carrozziere.”
tre giorni dopo.
“Pronto, signor Casalingo?”
“Seee.”
“Sono il padre di famiglia x, quello del paraurti.”
“Avevo ragione io vero? Quando ci vediamo che ti do i soldi?”
” Quando vuoi, solo che la cifra sarebbe…”
“Sarebbe?”
“1500”
“Euri? Forse il tuo AMICO ha ancora il prezzario in lire.”
Il buon padre di famiglia si era inteso con il caro amico. 1500: 300 per il danno e il resto si fa ai mezzi.
E così il Casalingo fu costretto a confessare a Salvia che aveva avuto questo sinistretto, ma insomma…
Salvia si incazzò per l’aumento dell’assicurazione.
Salvia si incazzò, essendo incline all’incazzatura e avendo ottime ragioni per incazzarsi.
Sfuriò.
Gli diede dell’uomo di merda.
Febbraio
Il Casalingo è alla guida della Grande Punto di sua madre.
 Questo è un fatto eccezionale, perché lui e su madre si odiano, e, tanto per dire, è l’unico figlio a non avere le chiavi di casa dei genitori. I quali genitori sono fuori città. Hanno lasciato le chiavi della macchina solo in caso di emergenza, per andare a prendere i piccoli, o a far la spesa. Perché c’è il monsone, piove e ripiove, e insomma, si sono mossi a pietà.
Il Casalingo, dopo una lite con Salvia, percorre ad alta velocità una strada del cazzo. A un certo punto prende una buca non segnalata molto simile a, hai presente l’autostrada dopo che hanno fatto saltare in aria Falcone? Ecco, un po’ meno di così. Una buca talmente profonda da sbatterci con il sotto del paraurti e danneggiarci entrambe le ruote anteriori.
 Cosa fa il nostro eroe?
 Denuncia il comune?
No.
Lui sente la botta, ma non vede il danno, o comunque ha altro a cui pensare. Non dice niente a nessuno. Lascia che siano i genitori a trovare la sorpresa, al loro ritorno. Seicento euri di danni.
GIorni di Pasqua, giorni di Passione.
Il Casalingo è alla guida dell’Ammiraglia.  Velocità normale su una strada trafficata all’ora di punta. Se la sfiga esiste se ne lascia sempre un po’ per chi se la cerca, tipo il Casalingo. Una tizia, senza motivo, inchioda davanti a lui e il Casalingo la tampona, leggermente.
Disperazione.
La tizia è un’albanese neopatentata che non sa nemmeno cosa sia un CID. Il Casalingo vorrebbe ammazzarla e bruciare la macchina (la sua di lei) ma invece compie le seguenti azioni.
1) Compila e firma il CID
2)Prega, senza tanta convinzione, l’albanese di andare dal carrozziere perché stavolta l’unico danno sembra averlo l’ammiraglia. La mascherina del radiatore, giammai in ferro ma in vile prasticone, è rotta in due punti simmetrici rispetto al centro, proprio come lui si era rotto le costole contro quel muro duro che si diceva prima.
3 (io le virgole ce le ho messe, ma voi provate a leggerlo tutto d’un fiato).
 Torna a casa, litiga con Salvia perchè esce di notte a fare giri misteriosi, piange, giura che non guiderà più e si farà curare, rimane sveglio fino  alle sei consolare la figlia che li ha sopresi a litigare. (vedi LA PASSIONE prima parte)
Manca qualcosa? della serie quando non dire equivale a un fare.
4) Il Casalingo, incredibilmente, tace anche questa volta sull’incidente.
 Tutto si può spiegare. C’era quella tregua del lettone così leggera e dolce. C’erano promesse. E c’era la remota possibità che la maledetta albanese si comportasse da persona onesta, dando uno schiaffo morale a tutti gli italiani. Epperò lo doveva dire. Ma non lo fece.
5)     Il Casalingo scrive una lettera a Salvia dove gli racconta dell’incidente. Gliela consegna e le dice:
“Aprila quando ti viene voglia di ammazzarmi”
Lei fa per aprirla subito, ma lui la ferma.
“No. Quando ti viene PIU’ voglia di ammazzarmi.”
Il Casalingo pensa che Salvia si acorgerà della mascherina rotta. Rotta simmetricamente, ma irrimediabilmente rotta. Lei non se ne accorge. Lei non apre la lettera. Due giorni dopo lei risponde al telefono. E’ l’assicurazione. La troia albanese ha portato il cid direttamente alla sua compagnia senza nemmeno avvertirlo come erano rimasti d’accordo.
furia. dolore. omissis.
E’ fu così, che una decisione già presa unilateralmente, venne sancita da Salvia, con briscolone messo sul piatto.
“Senti, pezzo di merda. Te, la mi’ macchina, un la guardà nemmeno. E soprattutto un ti sognà di porta’ a giro i bimbi, a capito? (…)
Perché Salvia, nella rabbia, si lasciava un po’ andare con il vernacolo. Il tutto condito di alzate delle sue splendide sopracciglia nere e dito puntato (e punteggiante) durante tutta la tirata.
Il casalingo si sentì inerme, e senza palle.
In realtà fu castrato per non aver mostrato le palle.
Perché non avere la macchina significa essere declassato da padre a figlio. Da sostegno a peso. D’altraparte si era comportato come i bambini che nascondono i cocci rotti durante giochi proibiti.
Significa essere un invalido. Il che potrebbe anche essere. Ma insomma.
Per la cronaca, in occasione degli incidenti il Casalingo era sempre sobrio ( e ci mancherebbe).
Solo per dire che l’andare a sbattere era una cosa connaturata al suo essere.
Il dottore diceva che il suo disturbo dell’attenzione era aggravato dalla depressione.
Ma il Casalingo sapeva che non avrebbe mai avuto incidenti gravi con i bambini in macchina. Perché con loro faceva ricorso alla riserva speciale di attenzione. E’ come quando metti il turbo al computer, va meglio ma consuma più batteria.
Gli adulti con problemi di attenzione non sono del tutto incapaci  di stare attenti.  E’ solo una cosa che costa loro immensa fatica. E allora il Casalingo era sempre attento con i nani a bordo, a costo di zittire la Nepi e spengere la radio, a costo di andare a due.
Passavano i giorni. Settimane.
Le isobare promettevano sole, e prati asciutti per i pisolini, e  mare luccicante da fissare fino all’autoipnosi.  Roba da scalare il Tavor e  uscire a godersi quella mezza specie di felicità biochimica. 
Felicità di pelle, accarezzata dalle brezze.
 Risvegli genitali, neurotrasmettitori in fermento.
“Non per me” pensava il Casalingo guardandosi allo specchio.
“Quest’inverno non me lo levo di dosso.”
Le medicine per non piangere gli causavano attacchi di bulimia notturna e totale apatia diurna.
Pepolino aveva la scarlattina.
In casa Moderno questo significava essere tutti positivi allo Streptococco. Per il loro scambiarsi baci e bicchieri, per le ammucchiate nel lettone, tutti e quattro a guardare Roberta Ragusa.
Il Casalingo ce la metteva tutta, ma soffriva la sua condizione di eunuco, senza macchina.
Andò a fare la spesa in bicicletta.
Comprò una tanica da 25 litri per riempirla d’acqua sottomonte, ma ci voleva la macchina per andarci. Salvia si rifiutava di andarci. Salvia non gli dava l’auto neanche per cinque minuti.
Il casalingo si faceva il culo ma non concludeva nulla. L’entropia se lo mangiava e lo ricacava più grigio e impolverato che mai, La Passione continuava. Era un dolore meno intenso ma spaventoso. Perché era quel tipo di dolore che può durare anche tutta la vita, una roba sopportabile ma infinita.
“Oddio. E se rimango così,  tutta la vita?” si chiedeva il Casalingo?
Non si rispondeva mai. Con Salvia non parlava, per non litigare.
E intanto trascurava il suo aspetto e i suoi lettori.
Non accendeva neanche il computer.
Mettendo a posto i cassetti scoprì un fascio di lettere. Lettere e biglietti che aveva scritto a Salvia in dieci anni. La maggior parte erano lettere di addio. Ti lascio perché…
Non aveva mai ricevuto risposte perché Salvia non scriveva.
“In che senso, non scrivi?”
“Niente. Non scrivo, non sono capace.”
All’inizio gli era sembrato bello. Che fossero tanto diversi, loro due.
Una cosa lo colpì. Le lettere di addio, erano tutte uguali.  Lamentavano le stesse cose, ma, a dispetto del tono definitivo, anno dopo anno, lui le aveva chiesto sempre meno. Aveva chiesto sempre di meno al suo amore, forse fino a cambiare quella cosa che li univa, in qualcosa di diverso che sicuramente non era amore e probabilmente non era proprio nulla.
Rimise a posto le lettere.
Da quel giorno cominciò a ignorare la madre dei suoi figli.
Da quel giorno, guarda un po’, Salvia cominciò a fare un po’ di fusa. Niente di che. Gli dava la buona notte. Evitava di tirargli i piatti in faccia. Gli dava la buona notte dicendogli ti amo, salvo poi fare scenate la mattina dopo perché…senza un perché.
Il casalingo non le diceva mai ti amo.
Il Casalingo riusci a far ripartire la Vespa. Per festeggiare organizzò una grigliata con semifinale di Coppa Italia compresa. Unici invitati: Salvia, Nepitella, Pepolino e suo suocero, appassionato di calcio, che qui chiameremo Rischio, a causa della sua propensione ad assumere qualunque comportamento potesse causargli un bel coccolone.
Cominciarono il pomeriggio.
Accese il fuoco con i bimbi.
Spaventò i bimbi con il fuoco.
Cucino solo maiale nelle sue forme più gratificanti: salsicce, veri viustel, rostinciana.  Cucinò alla perfezione, e dopo si sbafarono un bigongio di fragole con la panna. 
Prese dei pezzi di carbonella abbanstanza lunghi e li diede ai bimbi per farli disegnare sui muri. Poi si unì a loro. E quando il nero non bastò, il Casalingo prese i colori a cera.
 Al tramonto fece salire i bimbi sulla Vespa e scoprì che Pepolino aveva ancora paura. Il piccolo bastardo faceva tanto lo spavaldo sulle moto finte, ma si cagava addosso a  montare su una vespa vera, spenta. L’estate precedente (al Casalingo sembrava passata una vita) il bimbo l’aveva superata, quella paura, ma poi se n’era scordato.
“Io pura, babbo, tanta pura!”
Chissà se anche il Casalingo aveva mai superato paure e ostacoli per poi dimenticarsene.
Pensava alle lettere. A tutte le volte che aveva detto addio alla sua donna. E poi, in sostanza se ne era scordato. Perché al momento di scriverle, era pronto ad andarsene, non c’è dubbio. Quei punti esclamativi così perentori, e la grafia inclinata a destra, calcata fino a sbavare l’inchiostro. 
Ed  era giusto poi, dimenticare?
Cancellare un paio di frasi per avere una pagina pulita.
E se ogni cosa che si fa, esclude tutte le altre che non scegliamo di fare, cancellare un paio di frasi equivale a qualche milione di possibilità in più, in termini puramente matematici.
Poi cominciò la partita, e la Roma, una volta tanto, vinse.
Il Casalingo andò a letto felice, per il porco, per la Vespa, per la Roma, per tutto. E il giorno dopo lasciò la casa come un porcile, accese il computer e si mise a scrivere.
Aveva troppi arretrati da smaltire per il blog.

E così da qualche giorno io vinco l’indolenza e scrivo, non so bene se per ricordare o liberarmi del ricordo.
So solo che è finita la mia Passione.

 

 

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10 thoughts on “LA PASSIONE (seconda e ultima parte) AVVERTENZE: SE SIETE NUOVI LETTORI NON COMINCIATE DA QUESTO POST!

  1. Ebbravo casalingo,bentornato,c’avevo proprio voglia di rileggerti!ti mando un abbraccio fortissimo,tieni duroooooo!!!…ma toglimi una curiosità,com’è che voi uomini,senza la macchina,vi sentite eunuchi e/o castrati?no perché anche mio marito e’ così,ma credevo fosse perché è albanese!…scherzo;cmq non si sta stra bene sulla vespa?io non farei mai a cambio con la macchina,soprattutto ora che viene il caldo…baci!

    • abito in un posto dove passano tipo sei bus al giorno, e non vanno neanche dove voglio andare io.
      Come faccio ad essere un Casalingo responsabile se non posso prendere i bimbi in giro per la città, o portarli? Se non posso fare la spesa pesante?o
      Preferirei una soluzione Mod erna, tipo Ape Calessino, o furgone d’epoca, ma ,son proprio a secco. Avevo trovato una panda dell’ottantanove, unico proprietario. Ma essendomi autosospeso la patente B, aspetto.
      Fossi solo, Vespa a vita.

  2. Un’altra delle tante facce della nuova povertà: niente psychiatric help per noi casalinghi disperati, se non un paio di pilloline senza impegno (da parte dello psichiatra, naturalmente) che rimbambiscono senza curare niente. E nessuna fuga nel silenzio, perchè anche quello è solo per ricchi. Noialtri sfigati al limite ci possiamo permettere una passeggiata nei campi col cane, altrimenti vai di vicini rompicoglioni con lo stereo a tutto volume… (e per me che faccio la scrittrice per hobby significa crisi di nervi tipo Jack Torrance in ‘Shining’) Possiamo solo resistere, resistere, resistere, e andare avanti un giorno alla volta, un passo alla volta… nel senso che dobbiamo andare a piedi, o al più in bici come faccio io: zaino sulle spalle e via a fare i tre chilometri che mi separano dal supermercato, perchè la macchina non me la sono mai potuta permettere. Ma anche per questo resistere, resistere, resistere 🙂 Siamo tutti con te!!!!!!

    • pensa che la mia cartella clinica in psi è sparita insieme al primario. Nel penultimo post, . scrivo che non sono depresso. Sono melancolico ( bella la parola altrimenti avrei detto disperato).su solide basi. A volte la tristezza è l’ultima risorsa. Il mio prossimo esperimento mi porterà ad affrontare la sopraffazione, ls legge del più forte. La mia bontà è solo un paravento per la mia mancanza di palle? Posso diventare un bastardo, traendone felicità?

  3. Belli quei tempi in cui il pizzicagnolo,il panettiere o il macellaio avevano i garzoni da far trottare in giro per la città a portare la spesa.magari la roba ti veniva a costare un po di più,ma sinceramente credo che rispetto a quanto costi una macchina e il suo mantenimento (bottarelle incluse),forse risultava comunque più economico.
    C’è da dire che un problema poteva essere il fatto che magari o ti fadavi ciecamente del venditore,o comunque un salto a sceglire le cose dovevi farlo,e quindi se uno non aveva la bottega sotto casa la problematica del mezzo non era risolta.
    Ora che ci penso,ci sono dei supermercati dove puoi fare la spesa on-line e loro te la portano a casa,ma sinceramente dovrei essere in fin di vita, senza un parente ,un amico,un vicino,insomma un essere umano che conosca e che mi possa aiutare,prima di rivolgermi a questo servizio.O come la sensazione che ti diano l’ultima scelta di tutto.
    Vabbè,magari ho detto solo stronzate,però c’era così tanta poesia nel lattaio che ti lasciava il latte davanti l’uscio,o no?

    • Non ricordo se te lo avevo detto in altre occasioni. Io sono convinto che puoi fare la spesa dal pizzicagnolo, e magari farti portare la spesa a casa, risparmiando non sul prezzo del singolo articolo, ma comprando quel che serve, e stop.
      fighissime le bici da lattaio e panettiere anni 40 e 50, ovviamente le panetterie più fighe ce le hanno E LE USANO.

  4. Sono stato molto contento di aver trovato questo sito. Voglio dire grazie per il vostro tempo per questa lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gi salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

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