Speciale Milano (prologo)

“oioi ir milano, oioi il milano” diceva pora nonna scendendo le scale.  Aveva la mano sinistra sollevata all’altezza del viso,  e agitava  le dita nodose come a dire “basta”,  un gesto per lei molto consueto,  che poteva significare molte  cose. Nell’occasione significava  “basta”.
Sarà stato l’ottantacinque, e lei era reduce da una colonscopia esplorativa a secco.
oioi, ir milano= che male al mio ano
E il dottore doveva esserci andato pesante, dato che nonna era appassionata praticante della maliziosa arte del clistere. E mica perettine tascabili. Ricordo sacche del diametro di una palla da basket, corredate da cannule molto simili all’aggeggio dell’aspirapolvere che si monta al posto della scopa per pulire l’auto.
Volevo suggerirvi questa delicata immagine prima di affrontare il tema del Milano; Milano la città.
Alla quarta ora di treno interregionale, rivoltandomi come un furetto sul sedile, mi chiedevo se andavo lì per una separazione di prova, o per una prova di separazione.
A parte che il sedile, ne sono certo, era stato disegnato con lo scopo di mortificare i poveri          (anche di fascia alta) che si permettono ancora, nel 2013, di snobbare le frecce affusolate in favore dell’unico treno senza supplementi di servizio tra Pisa e Milano. 
Più che un treno, il delirio del figlio mongoloide di un capostazione, che esprime la sua creatività con le costruzioni a tema ferroviario regalategli dal padre,  uomo calvo e con la forfora, combinazione  equivalente alla vincita di un turista per sempre, sotto il profilo meramente probabilistico. Ma nella realtà equivale a un cazzo di nulla, solo un tassello nel  mosaico della sua tristezza.
Che ci andavo a fare.  Lo sapevo che Milano richiede energie parecchio superiori alle mie disponibilità. E denaro. Parlantina. Bellezza.
ormai ero lì.  Avrei dormito.  Avrei cercato di non pensare ai nani, né alla Salvia, che all’ultimo si era fatta di zucchero pregandomi di stare con lei.
“Ma io sono così cattiva? Sono quella strega che descrivi nel tuo blog?”
“Non è che tu sia cattiva, e solo che in ogni storia ci vuole un antagonista. E comunque un po’ stronza lo sei. Nemmeno tanto poco.”
“Ti amo!”
“uhm”
Me lo diceva spesso ultimamente, e io rispondevo con una varietà di versi e sguardi. Non dicevo mai “ti amo anch’io”.
Non perché mi costasse chissà quale fatica dimostrare un po’ d’affetto alla madre dei miei figli. E’ che la depressione mi spingeva a  indagare sui sentimenti, a sezionarli per svelarne il mistero. Si possono provare slanci senza nome? Esplorare un continente di sensazioni evanescenti, perlopiù passeggere, e approdare  in una terra inesplorata?  Mi perdevo in queste considerazioni quando  una vivace scarica di diarrea interruppe il filo dei pensieri. E mentre ansimavo sul cessetto foderato di carta ingienica  di infimo livello, una voce registrata mi informò che ero arrivato. (continua)

La Spesa 4 (buoni o cattivi?)

Appena saputa la storia dei buoni, il Casalingo si era esaltato.
“Il primo caso al mondo che vede un’intera nazione adattarsi alla pettinatura di un uomo.” pensò in un rigurgito di vanità allo specchio, per giunta in terza persona, sistemandosi la riga con la brillantina, prima di uscire per la spesa.
Proprio così. Tornava l’Italietta delle sue fantasie swing.
AM lire, razionamenti, tessere del pane, BUONI ALIMENTARI.
L’informazione arrivò da uno spot della Coop, dove la Littizzetto è vestita come una hostess della compagnia di bandiera albanese nel 1982.   Il taierino è di un azzurro inqualificabile, così carico di grigio piombo che fa suonare i metal detector. La divisa è abbinata a un fazzoletto sui toni del cacarella e vomito, avvolto in un doppio nodo, a nascondere lo sfacelo della malnutrizione socialista sul collo della donna, costretta nelle lunghe pause dei voli (per le interminabili file degli otto aereoplani della flottiglia balcanica all’unica pompa di cherosene dell’aereoporto di Tirana) a scendere per andare a coltivare i limitrofi campi di rape e patate. In questo caso il fazzoletto viene posizionato sulla testa e annodato sotto il mento. Naturalmente il foulard è di pura seta kazaka (143 percento plastica) e così, lungi dal costituire una protezione, scalda come una marmitta e scatena frequenti incendi sul cuoio capelluto della nostra eroica, incendi spenti poi a sputazzi dai vigorosi colkoziani, in mancanza d’acqua, dato che lo stato impone il reintegro dei liquidi con acquavite romena, ottenuta distillando unghie di bambini e scorie nucleari: molto rinvigorente ma controindicata come ingnifugo.
 Ma stiamo divagando. Dobbiamo parlare degli Ottimi Buoni Coop Per La Gioia Del Proletario.
Funziona così. Attenzione che è difficile.
DURANTE LA PRIMA META’ DEL MESE I BUONI VENGONO DISTRIBUITI. COME?
PER OGNI DIECI EURI DI SPESA SUI PRODOTTI COOP SI OTTIENE UN BUONO DA TRE EURI.
Ma non su tutti i prodotti Coop. Solo quelli contrassegnati da una manina che mostra tre dita ( come tre euro, capito?).
Così, inevitabilmente, il compratore tende ad accaparrarsi più prodotti coop di quanti ne servano effettivamente.
Quel giorno Salvia accompagna il Casalingo a fare la spesa, anche perché, come sapete, C.M. non guida.
Salvia è una consumista compulsiva e cade nella trappola come un tordo.
Invece delle solite 50 euro, alla fine spendono 100.
E’ un mistero, perchè nel carrello ci sono le solite due bustate di roba.  Forse saranno le tre confezioni di pannolini e di salviette? O l’ampia scelta di sgrassatori?
Di queste 100 euro, 40 sono in prodotti Coop Contrassegnati.
I nostri Poveri di Fascia Alta hanno diritto a ben 4 buoni, da spendere nella seconda metà del mese.
Prima impresa: farseli dare.
Alla cassa, le commesse, si spera in buona fede, dimenticano regolarmente di darli.  Al banco informazioni c’è una fila di vecchi inferociti che reclamano buoni, sventolando scontrini.
Seconda impresa :non perderli. In casa Moderno ne entrano 8 in 15 giorni, ma 2 svaniscono, insieme a una schedina sempre valida sulle finaliste delle coppe europee. L’ipotesi che circola tra gli addetti ai lavori è che Pepolino li abbia mangiati in uno dei suoi frequenti fuoripasto a base cellulosa/minerale.
Passi.
Il 16 del mese il Casalingo si presenta alla Coop di Cisanello con i buoni in tasca. In realtà deve fare una spesina di rincalzo.
ATTENZIONE. CIO’ CHE SEGUE SEMBRA UN PROBLEMA DI MATEMATICA DELLE ELEMENTARI IN UN LIBRO DI QUENEAU. MA E’ TUTTO VERO.
La prima fregatura: i prodotti acquistabili con i buoni, non sono tutti. Ma solo quelli a marchio coop contrassegnati dalla solita manina. Indovina? I prodotti sono gli stessi che davano diritti ai buoni! E così hai due scelte: o compri prodotti che non prendi di solito ( quasi sicuramente non ti servono) o ricompri gli stessi prodotti che hai comprato a inizio mese, dei quali hai fatto incetta per ottenere i buoni.
diabolico.
Inoltre, è il 16 del mese, così il Casalingo, pensando che le manine siano rimaste lì, ancora da rimuovere, pensa che i buoni siano validi su tutti i prodotti coop.
Insieme ad altre cosucce, compra le pasticche per la lavapiatti Coop ( 4, 70 euro) e un cartone di latte alta qualità (1,09 euro).
Pensa di spendere due buoni, perdendo 21 centesimi perché non sono frazionabili.
Alla cassa c’è una nuova. Veramente bella per lo standard. Un po’ la faccia da papera, ma bei fianchi, montati su gambe lunghe, e tette sode fasciate nella divisa a strisce bianche e verdi, una roba fatta apposta per mortificare la bellezza femminile.
Il casalingo mostra i due buoni.
“Sono 15 euri e lei ha diritto a spendere un buono.”
“Come uno?”
“Uno”
“Guardi che secondo i miei calcoli ne posso spendere due”
“No. Uno”
“Spetti un attimo. Questo vuol dire che uno dei due prodotti non è acquistabile col buono. Mi dice quale?”
“Lei, con il buono, può prendere fino a tre euro di prodotti coop.”
“Ho capito, ma vorrei sapere su quale prodotto sto spendendo il buono.”
“Perché? Tanto lei ha diritto a un buono, comunque”
“Ma io lo devo sapere, perché, vede, se compro le pastiglie lavapiatti spendo il buono INTERO e le pago la differenza. Ma se uso un buono per un litro di latte, perdo DUE EURO.”
“Non due euro. Ogni buono vale tre euro.”
“Vedo che non riesco a spiegarmi. Davvero, mi scuso per il contrattempo, ma vorrei sapere  QUALE PRODOTTO sto comprando CON QUESTO BUONO QUI’,non frazionabile” e gli sventola il buono sotto il naso all’insù.
Negli occhi della cassiera, paesaggi geometrici danzano, crepacci frattali nel ghiaccio, convogli di manine con tre dita, non frazionabili.
Silenzio.
“Allora?”
“No. E’ che lei ha diritto a un buono, che le importa con quale prodotto?”
“Signora. Le giuro che è importante!” il Casalingo forse alza un tantinello la voce; un capannello di mulettisti e pensionati si è creato attorno alla cassa, in attesa.”
silenzio. Arriva anche la capocassiera.
(omettiamo la replica della speigazione per i mulettisti, i vecchi e la capocassiera)
Dopo un po’ Il Casalingo ha un’idea brillante.
“Facciamo così, mi tolga il latte dal conto. Così vediamo, se ho ancora diritto a spendere un buono, significa che è per le pastiglie, altrimenti lo spendo alla prossima.”
La bella storna il latte dal conto. E si avvia a riporlo nella corsia.
 “Senno’ si rovina. lei non sa quanta roba buttiamo a fine giornata…”
“Ma dove va? Il latte ORA lo può rimettere nel conto!”
“MA insomma! Prima me lo fa togliere, ora lo rivuole! Ma si decide? E caspita…”
“E’ che proprio non riesco a farle capire. intanto lei rimetta il latte, brava… No,no, lei continui a fare il conto. Dunque, togliendo il latte abbiamo scoperto che il buono viene speso per le pastiglie , e così va bene, altrimenti, nel caso del latte, piuttosto di perde re due euro di buono, avrei preferito usarlo la prossima volta.”
“Allora sono 15 più un buono.”
“Ecco a lei. Ma mi dica la verità: era così difficile?”
“Cinque di resto, arrivederci.”
Era difficile

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LA PASSIONE (seconda e ultima parte) AVVERTENZE: SE SIETE NUOVI LETTORI NON COMINCIATE DA QUESTO POST!

(Per gli antefatti, consultare  il post LA PASSIONE)
Avevamo lasciato il  nostro Casalingo, in lacrime,  a ninnare la piccola Nepitella, che soffriva tanto per le liti in famiglia. 
L’aveva detto anche a scuola.
“Maestra, io…io non ascolto quello che dici perché penso al mio babbo che è tanto triste e non si sa se rimane con noi.”
Le maestre dell’asilo riferirono alla madre di Nepitella. E Salvia non perse la ghiotta opportunità di accusare il suo (probabilmente non più) uomo turbare la bimba.
“Semmai la colpa sarà di tutti e due,  che dici?” rispose il Casalingo.
Nei giorni di Pasqua, il Casalingo aveva preso due decisioni. Le aveva comunicate a Salvia e ne aveva scritto sul suo grande quaderno nero  degli appunti e dei disegni.
1) Non guiderò più la macchina.
2) Mi farò curare.
Eh già.
Curare.
 Perché, il Casalingo Moderno correva il rischio di passare dalla Sociologia Sperimentale  al Caso Clinico Da Manuale.
Il dottore gli disse che non doveva ricoverarsi in psichiatria. non ce n’era bisogno.
“Peccato.” pensò il  Casalingo ” la psichiatria per uno scrittore fa curriculum…”
Pensò così, non volendo rinunciare al sarcasmo neanche durante l’autoanalisi più spietata.
In realtà era convinto dici avere bisogno di silenzio e solitudine.
Fantasticò di bàite nei boschi e idilli monastici: silenzio e solitudine.
L’astrazione sedimentò come sabbia in una pentola di vongole da spurgare.
E al fondo, scoprì che anche quello, persino o soprattutto il silenzio, non poteva permetterselo.
Ricordate? Poveri di fascia alta. Non ti manca nulla, ma per favore, non  crearti nuovi  bisogni.
Quanto verrà mai, una stanza all’abetone fuori stagione?
O una settimana nell’eremo garfagnino dei frati sodomiti e spacciatori di amari d’erbe?
Sempre troppo.
“Però i frati”, pensava  il Casalingo, “hanno capito tutto.” 
Lavoro, silenzio. Lavoro in silenzio.  Stonati d’amaro e d’erbette psicoattive. Sesso a volontà, secondo le loro inclinazioni, (sopratutto 90°).
Il Casalingo avrebbe preferito essere sodomita lui stesso, ma, seppur in via del tutto teorica, continuava ad amare follemente la ciuffa, la cicciabaffa, la tacca, col suo odore di mareggiata e il sapor del miele, e amava anche quello che c’era vicino e intorno. Sempre in teoria.
Massì, l’aveva sempre saputo.
Che sociologia e psichiatria erano sempre state legate. Che i ricchi potevano permettersi costose analisi junghiane mentre i poveri, sebbene di fascia alta, dovevano abbozzare. Incerottare.
Lagrime asciugare e pedalare.
Inpasticcare.
Ed ecco che i suoi problemi tornavano ad essere i problemi dell’Italia intiera, come diceva  Mike.
IL CASALINGO MODERNO: LA STORIA DI UN UOMO NON COMUNE ALLE PRESE CON PROBLEMI MOLTO COMUNI.
RISULTATO: L’ITALIA LO SEGUIVA.
Due milioni di adulti avevano smesso di cercare lavoro.
Tivvù e giornali erano pieni di guide al risparmio.
Dal fai da te’ al fatti un te’ di malva e borragine, per risparmiare sullo sciroppo espettorante.
Il Casalingo sapeva che nessun povero di fascia alta con due figli piccini avrebbe avuto il tempo di mettersi a cercare bulbi di ciclamini selvatici per curare l’otite.Il Casalingo non era un estremista del cazzo. Per l’otite vai in farmacia e ti compri il generico ma poi, stai attento alle cose che contano davvero. Organizzare una vita con regole NUOVE.
Magari antiche ma NUOVE.
Niente deve avanzare in frigo. MAI.
Cresci i tuoi figli candidi come colombe e furbi come serpenti.
Molto di quello che lui pensava e viveva sulla sua pelle, lo ritrovava, banalizzato e mortificato, nelle trasmissioni del pomeriggio.
Casi umani. Casi-linghi NIENTE AFFATTO moderni.
E in verità anche lui era stato invitato ad una di queste trasmissioni. Una MOLTO IMPORTANTE.
Ma di questo si parlerà in un altro post.
Non fu la soddisfazione di essere un precursore a  fargli asciugare le lacrime.
Furono, come sempre, i figli e il senso del dovere.
I figli, che nonostante i suoi evidenti segni di squilibrio,  continuavano  a cercare le sue braccia forti, capaci di abbracci molto forti. 
Pepolino si calmava solo con lui. La sera, alla  vista della madre si faceva andare via la voce a forza di pianti.
 Allora lui se lo portava in corridoio, al buio, e gli raccontava storie di treni, le sue preferite.
“Babbo? Tonti torie i teni?”
Oppure si mettevano, petto contro petto, sdraiati sul divano, e il petit si calmava subito: afferrava l’orecchio del padre, orecchio tipo morvido, e lo stringeva come una pallina antistress. In cinque minuti dormiva.
Nepitella lo disegnava alto, bello e sorridente, con mani grandi e braccia spalancate.
Nepitella lo gratificava di meravigliose bugie.
“Voglio stare solo con te, sempre sempre” gli diceva. Anche se, putacaso, in quel preciso istante pensava a come rubare un dolce dalla dispensa o a vedere Peppa Pig, o a inventare un piano elaborato per evitare di mangiare qualunque cosa  il suo amato babbo gli avesse cucinato per cena.
Sua figlia. Sensibile e manipolatrice, bugiarda.
 Sua figlia con problemi di attenzione, come lui.
  E così il dottore gli diede delle medicine per smettere di piangere e lui, che considerava gli psichiatri purissima merda, se le prese e zitto, anche se aveva i suoi motivi per piangere.
Da buon povero, sebben di fascia alta.
La questione delle macchine. Non dimentichiamo le macchine.
C’erano stati quattro incidenti in quattro mesi.
Il Primo a Natale. Dopo una lite con Salvia.
Come d’abitudine, era uscito di casa senza una meta precisa.
Purtroppo la meta si rivelò nella sua qualità di muro molto duro sul quale il Casalingo si andò a spalmare.
Macchina distrutta, Casalingo parecchio ammaccato. E senza macchina.
Così cominciò a prendere L’Ammiraglia, quella che avevano comprato per la sicurezza di Salvia sulla lunga e trafficata strada del lavoro.
A Gennaio il casalingo si immette su una strada principale e forse, dico forse, sfiora un’auto. Il Casalingo non ha neanche un graffio alla carrozzeria, quegli altri sembrano avere un danno da nulla. Allora il Casalingo cosa fa?
“Senti, portala dal carrozziere, che vedrai è una stronzata, io ti posso dare trecento euri e credimi, ci vai anche a cena fori.”
“Sì, guarda, la porto da un mio CARISSIMO AMICO e ti faccio sapere.”
Il Casalingo nutriva una fiducia, del tutto malriposta sia chiaro, nel proprio prossimo.
Pensava tutto il male possibile del genere umano, ma era disposto a considerare ogni singola persona che incontrava come La Rara Avis, LECCEZIONE, tutto attaccato, proprio così.
“Allora, guarda, io il CID te lo firmo, ma te aspetta a portarlo all’assicurazione. Prima vediamo il carrozziere.”
tre giorni dopo.
“Pronto, signor Casalingo?”
“Seee.”
“Sono il padre di famiglia x, quello del paraurti.”
“Avevo ragione io vero? Quando ci vediamo che ti do i soldi?”
” Quando vuoi, solo che la cifra sarebbe…”
“Sarebbe?”
“1500”
“Euri? Forse il tuo AMICO ha ancora il prezzario in lire.”
Il buon padre di famiglia si era inteso con il caro amico. 1500: 300 per il danno e il resto si fa ai mezzi.
E così il Casalingo fu costretto a confessare a Salvia che aveva avuto questo sinistretto, ma insomma…
Salvia si incazzò per l’aumento dell’assicurazione.
Salvia si incazzò, essendo incline all’incazzatura e avendo ottime ragioni per incazzarsi.
Sfuriò.
Gli diede dell’uomo di merda.
Febbraio
Il Casalingo è alla guida della Grande Punto di sua madre.
 Questo è un fatto eccezionale, perché lui e su madre si odiano, e, tanto per dire, è l’unico figlio a non avere le chiavi di casa dei genitori. I quali genitori sono fuori città. Hanno lasciato le chiavi della macchina solo in caso di emergenza, per andare a prendere i piccoli, o a far la spesa. Perché c’è il monsone, piove e ripiove, e insomma, si sono mossi a pietà.
Il Casalingo, dopo una lite con Salvia, percorre ad alta velocità una strada del cazzo. A un certo punto prende una buca non segnalata molto simile a, hai presente l’autostrada dopo che hanno fatto saltare in aria Falcone? Ecco, un po’ meno di così. Una buca talmente profonda da sbatterci con il sotto del paraurti e danneggiarci entrambe le ruote anteriori.
 Cosa fa il nostro eroe?
 Denuncia il comune?
No.
Lui sente la botta, ma non vede il danno, o comunque ha altro a cui pensare. Non dice niente a nessuno. Lascia che siano i genitori a trovare la sorpresa, al loro ritorno. Seicento euri di danni.
GIorni di Pasqua, giorni di Passione.
Il Casalingo è alla guida dell’Ammiraglia.  Velocità normale su una strada trafficata all’ora di punta. Se la sfiga esiste se ne lascia sempre un po’ per chi se la cerca, tipo il Casalingo. Una tizia, senza motivo, inchioda davanti a lui e il Casalingo la tampona, leggermente.
Disperazione.
La tizia è un’albanese neopatentata che non sa nemmeno cosa sia un CID. Il Casalingo vorrebbe ammazzarla e bruciare la macchina (la sua di lei) ma invece compie le seguenti azioni.
1) Compila e firma il CID
2)Prega, senza tanta convinzione, l’albanese di andare dal carrozziere perché stavolta l’unico danno sembra averlo l’ammiraglia. La mascherina del radiatore, giammai in ferro ma in vile prasticone, è rotta in due punti simmetrici rispetto al centro, proprio come lui si era rotto le costole contro quel muro duro che si diceva prima.
3 (io le virgole ce le ho messe, ma voi provate a leggerlo tutto d’un fiato).
 Torna a casa, litiga con Salvia perchè esce di notte a fare giri misteriosi, piange, giura che non guiderà più e si farà curare, rimane sveglio fino  alle sei consolare la figlia che li ha sopresi a litigare. (vedi LA PASSIONE prima parte)
Manca qualcosa? della serie quando non dire equivale a un fare.
4) Il Casalingo, incredibilmente, tace anche questa volta sull’incidente.
 Tutto si può spiegare. C’era quella tregua del lettone così leggera e dolce. C’erano promesse. E c’era la remota possibità che la maledetta albanese si comportasse da persona onesta, dando uno schiaffo morale a tutti gli italiani. Epperò lo doveva dire. Ma non lo fece.
5)     Il Casalingo scrive una lettera a Salvia dove gli racconta dell’incidente. Gliela consegna e le dice:
“Aprila quando ti viene voglia di ammazzarmi”
Lei fa per aprirla subito, ma lui la ferma.
“No. Quando ti viene PIU’ voglia di ammazzarmi.”
Il Casalingo pensa che Salvia si acorgerà della mascherina rotta. Rotta simmetricamente, ma irrimediabilmente rotta. Lei non se ne accorge. Lei non apre la lettera. Due giorni dopo lei risponde al telefono. E’ l’assicurazione. La troia albanese ha portato il cid direttamente alla sua compagnia senza nemmeno avvertirlo come erano rimasti d’accordo.
furia. dolore. omissis.
E’ fu così, che una decisione già presa unilateralmente, venne sancita da Salvia, con briscolone messo sul piatto.
“Senti, pezzo di merda. Te, la mi’ macchina, un la guardà nemmeno. E soprattutto un ti sognà di porta’ a giro i bimbi, a capito? (…)
Perché Salvia, nella rabbia, si lasciava un po’ andare con il vernacolo. Il tutto condito di alzate delle sue splendide sopracciglia nere e dito puntato (e punteggiante) durante tutta la tirata.
Il casalingo si sentì inerme, e senza palle.
In realtà fu castrato per non aver mostrato le palle.
Perché non avere la macchina significa essere declassato da padre a figlio. Da sostegno a peso. D’altraparte si era comportato come i bambini che nascondono i cocci rotti durante giochi proibiti.
Significa essere un invalido. Il che potrebbe anche essere. Ma insomma.
Per la cronaca, in occasione degli incidenti il Casalingo era sempre sobrio ( e ci mancherebbe).
Solo per dire che l’andare a sbattere era una cosa connaturata al suo essere.
Il dottore diceva che il suo disturbo dell’attenzione era aggravato dalla depressione.
Ma il Casalingo sapeva che non avrebbe mai avuto incidenti gravi con i bambini in macchina. Perché con loro faceva ricorso alla riserva speciale di attenzione. E’ come quando metti il turbo al computer, va meglio ma consuma più batteria.
Gli adulti con problemi di attenzione non sono del tutto incapaci  di stare attenti.  E’ solo una cosa che costa loro immensa fatica. E allora il Casalingo era sempre attento con i nani a bordo, a costo di zittire la Nepi e spengere la radio, a costo di andare a due.
Passavano i giorni. Settimane.
Le isobare promettevano sole, e prati asciutti per i pisolini, e  mare luccicante da fissare fino all’autoipnosi.  Roba da scalare il Tavor e  uscire a godersi quella mezza specie di felicità biochimica. 
Felicità di pelle, accarezzata dalle brezze.
 Risvegli genitali, neurotrasmettitori in fermento.
“Non per me” pensava il Casalingo guardandosi allo specchio.
“Quest’inverno non me lo levo di dosso.”
Le medicine per non piangere gli causavano attacchi di bulimia notturna e totale apatia diurna.
Pepolino aveva la scarlattina.
In casa Moderno questo significava essere tutti positivi allo Streptococco. Per il loro scambiarsi baci e bicchieri, per le ammucchiate nel lettone, tutti e quattro a guardare Roberta Ragusa.
Il Casalingo ce la metteva tutta, ma soffriva la sua condizione di eunuco, senza macchina.
Andò a fare la spesa in bicicletta.
Comprò una tanica da 25 litri per riempirla d’acqua sottomonte, ma ci voleva la macchina per andarci. Salvia si rifiutava di andarci. Salvia non gli dava l’auto neanche per cinque minuti.
Il casalingo si faceva il culo ma non concludeva nulla. L’entropia se lo mangiava e lo ricacava più grigio e impolverato che mai, La Passione continuava. Era un dolore meno intenso ma spaventoso. Perché era quel tipo di dolore che può durare anche tutta la vita, una roba sopportabile ma infinita.
“Oddio. E se rimango così,  tutta la vita?” si chiedeva il Casalingo?
Non si rispondeva mai. Con Salvia non parlava, per non litigare.
E intanto trascurava il suo aspetto e i suoi lettori.
Non accendeva neanche il computer.
Mettendo a posto i cassetti scoprì un fascio di lettere. Lettere e biglietti che aveva scritto a Salvia in dieci anni. La maggior parte erano lettere di addio. Ti lascio perché…
Non aveva mai ricevuto risposte perché Salvia non scriveva.
“In che senso, non scrivi?”
“Niente. Non scrivo, non sono capace.”
All’inizio gli era sembrato bello. Che fossero tanto diversi, loro due.
Una cosa lo colpì. Le lettere di addio, erano tutte uguali.  Lamentavano le stesse cose, ma, a dispetto del tono definitivo, anno dopo anno, lui le aveva chiesto sempre meno. Aveva chiesto sempre di meno al suo amore, forse fino a cambiare quella cosa che li univa, in qualcosa di diverso che sicuramente non era amore e probabilmente non era proprio nulla.
Rimise a posto le lettere.
Da quel giorno cominciò a ignorare la madre dei suoi figli.
Da quel giorno, guarda un po’, Salvia cominciò a fare un po’ di fusa. Niente di che. Gli dava la buona notte. Evitava di tirargli i piatti in faccia. Gli dava la buona notte dicendogli ti amo, salvo poi fare scenate la mattina dopo perché…senza un perché.
Il casalingo non le diceva mai ti amo.
Il Casalingo riusci a far ripartire la Vespa. Per festeggiare organizzò una grigliata con semifinale di Coppa Italia compresa. Unici invitati: Salvia, Nepitella, Pepolino e suo suocero, appassionato di calcio, che qui chiameremo Rischio, a causa della sua propensione ad assumere qualunque comportamento potesse causargli un bel coccolone.
Cominciarono il pomeriggio.
Accese il fuoco con i bimbi.
Spaventò i bimbi con il fuoco.
Cucino solo maiale nelle sue forme più gratificanti: salsicce, veri viustel, rostinciana.  Cucinò alla perfezione, e dopo si sbafarono un bigongio di fragole con la panna. 
Prese dei pezzi di carbonella abbanstanza lunghi e li diede ai bimbi per farli disegnare sui muri. Poi si unì a loro. E quando il nero non bastò, il Casalingo prese i colori a cera.
 Al tramonto fece salire i bimbi sulla Vespa e scoprì che Pepolino aveva ancora paura. Il piccolo bastardo faceva tanto lo spavaldo sulle moto finte, ma si cagava addosso a  montare su una vespa vera, spenta. L’estate precedente (al Casalingo sembrava passata una vita) il bimbo l’aveva superata, quella paura, ma poi se n’era scordato.
“Io pura, babbo, tanta pura!”
Chissà se anche il Casalingo aveva mai superato paure e ostacoli per poi dimenticarsene.
Pensava alle lettere. A tutte le volte che aveva detto addio alla sua donna. E poi, in sostanza se ne era scordato. Perché al momento di scriverle, era pronto ad andarsene, non c’è dubbio. Quei punti esclamativi così perentori, e la grafia inclinata a destra, calcata fino a sbavare l’inchiostro. 
Ed  era giusto poi, dimenticare?
Cancellare un paio di frasi per avere una pagina pulita.
E se ogni cosa che si fa, esclude tutte le altre che non scegliamo di fare, cancellare un paio di frasi equivale a qualche milione di possibilità in più, in termini puramente matematici.
Poi cominciò la partita, e la Roma, una volta tanto, vinse.
Il Casalingo andò a letto felice, per il porco, per la Vespa, per la Roma, per tutto. E il giorno dopo lasciò la casa come un porcile, accese il computer e si mise a scrivere.
Aveva troppi arretrati da smaltire per il blog.

E così da qualche giorno io vinco l’indolenza e scrivo, non so bene se per ricordare o liberarmi del ricordo.
So solo che è finita la mia Passione.

 

 

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Spaghetti al nero SENZA seppie (1 euro per quattro persone!)

Il costo di questo pranzo è di circa 1 euro COMPLESSIVO per quattro persone. Dando per scontato che funga da piatto unico e quindi le porzioni siano parecchio abbondanti.
Prima considerazione.
Spaghi o riso al nero di seppia nei ristoranti fanno sempre schifo. Perché utilizzano il nero conservato, addirittura in polvere: meglio pane e sale che quella merda scolorita. Infatti ti accorgi subito se hanno usato il “finto nero” perché il prodotto conservato conferisce un colore grigiastro e, per quanto tu aggiunga roba, tenderà sempre a svelare il bianchiccio della pasta o del riso.
Quindi: SOLO NERO FRESCO.
Quanto costa?
NULLA.
Voi telefonate la mattina in pescheria e vi fate mettere da parte un po’ di vesciche di nero.
Infatti la maggior parte delle sciure si fanno pulire le seppie e il nero lo lasciano tra gli scarti.
Il pomeriggio passate e fate la mossa:
“Quant’è?”
“Nulla, si figuri” dirà il pesciaiuolo, in quanto il nero è stato, di fatto, GIA’ PAGATO, dalla sciura di cui sopra.
Saltiamo il resto della vostra giornata, che non ce ne frega niente.
Ora, siete ai fornelli. Oltre alle vesciche (trattare con cautela che più son fresche e più si rompono) abbisognate di:
cipolla piccola: una.
spaghetti grossi di gragnano: 5 o 600 grammi, secondo la fame dei commensali. Ricordate i vecchi film no? Io ho trovato recentemente i piatti da pastasciutta in uso negli anni cinquanta: assomigliano alle zuppiere di ora. Perché non si mangiava altro. Se torniamo a quel mondo tanto vale farlo per bene: 150 grammi di pasta a cranio e passa la paura.
Dicevamo, una cipolla piccola, tritata fine, messa a soffriggere in una padella fonda. Avrete messo anche l’acqua a bollore.
A soffritto pronto, aggiungete due cucchiaini da caffè di concentrato e buttate la pasta.
Sciogliete il concentrato con un po’ d’acqua di cottura e aggiungete un paio di vesciche. Ne vedrete scaturire un nero oltrenero, lucido e insondabile.
ATTENTI ORA CAPRE!
Gli spaghetti di gragnano vogliono dieci minuti per la cottura al dente. VOI LI TOGLIETE CON UNA SCHIUMAROLA DOPO CINQUE MINUTI, senza buttare dunque l’acqua, che lascerete a sobbollire accanto al padellone.
Ora: aggiungete un altro paio di vesciche (saranno più che sufficienti) e due mestoli di acqua di cottura e cominciate a farla assorbire alla pasta tenendo il fuoco alto, anzichennò. Man mano continuate ad aggiungere acqua facendo così RISOTTARE gli spaghi.
Arrivati quasi in fondo alla cottura aggiustate di sale e peperoncino e date un ultima mestolata. Continuate a saltare la pasta fino a che non diventi essa stessa irrimediabilmente ultranera, e lucida, come le labbra grandi, ma non le grandi labbra, di una bimba che ho visto passare ieri per strada. Bimba in senso toscano, s’intende.
Spegnete il fuoco quando nella padella non rimane nulla di brodoso o sbiadito, il sughetto sia denso come le nubi di venere.
Assieme al nero assoluto, scorgerete sul fondo del tegame l’oro dell’olio sporcato con il concentrato di pomodoro: accostamento cromatico molto elegante.
Se avete fatto tutto a dovere la cottura risulterà appena al dente.
Impiattate e, se volete, aggiungete dei mezzi pomodorini e due foglioline di nepitella. I pomodori potete anche farli comfit, ma sticazzi, io non ce l’ho sporcata un’altra padella dato che sono poco più che decorativi. Ci starebbe dimolto bene una grattugiata di bottarga, ma diverrebbe un altro piatto.
Ultima cosa. Ho imparato questa ricetta di pescatori poveri siciliani, da una vecchia zia, sboccatissima ed eterodossa: zia Internetta. Ho apportato lievi modifiche e ora mi pare che faccia parte della mia tradizione familiare da sempre.
Scherzi del postmoderno.
Ricordate: un pasto da re con 25 eurocent a testa!
e se il risultato non è come in foto buttate tutto dalla finestra. Anche voi stessi.

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DENTRO E FUORI LE SCARPIERE

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UN LUNEDì DI PIOGGIA E DERBY

IL CASALINGO MODERNO

COMINCIO’

LE PULIZIE DI PRIMAVERA.

MA LA PRIMAVERA NON SI ERA FATTA VEDERE

NON SI POTEVA ARIEGGIARE LA CASA,

COSI’ COMINCIO’ DALLE SCARPIERE.

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LE SCARPIERE ERANO TANTE.

UNA VOLTA SMONTATE PER ESSERE PULITE

TENTARONO LA FUGA LUNGO IL CORRIDOIOImmagine

MA IL CASALINGO LE INSEGUI’  UNA AD UNA.

COME TUTTI SANNO,

LE SCARPIERE SONO MOLTO VELOCI

MA ANCHE MOLTO STUPIDE.

IL CASALINGO RIUSCI’ A CATTURARLE

PERCHE’ ERANO ANCORA GRAVIDE DI SCARPE

APPESANTITE DA STIVALI E SCARPONCINI

SANDALI E FELTRINI.

IL CASALINGO LE AVEVA ALLEGGERITE

SOLO DI QUELLO CHE C’ERA APPOGGIATO SOPRA

CHE ERA TANTA ROBA,

MA NON BASTAVAPER FUGGIRE

ABBASTANZA IN FRETTA

DALLA FINESTRA DEL BAGNO

RIMASTA APERTA..

ECCO COSA TROVO’

IL CASALINGO MODERNO

SULLE SCARPIERE MODERNE

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UN CUMULO DI OGGETTI

LE AVEVA COLONIZZATE

MENTRE NESSUNO GUARDAVA.

AL CONTRARIO DELLE SCARPIERE

GLI OGGETTI SONO LENTI

MA MOLTO INTELLIGENTI.

SI ERANO PIAZZATI LI’

UNO ALLA VOLTA

PER NON DARE NELL’OCCHIO.

QUEL LUNEDI’ IL CASALINGO PENSO’

“NON SO DA DOVE VENITE

MA ORA VE NE ANDATE DA QUI!”

LI PRESE A MANCIATE E LI SPOSTO’

SU UN TAVOLO DI LEGNO

PER GUARDARLI MEGLIO.

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UNA COLLANA DI CONCHIGLIE BIANCHE

TENUTE INSIEME DA UN FILO ROSSO.

(SI PARLA SPESSO DI FILI ROSSI

CHE UNISCONO CONCETTI

MA E’ DIFFICILE AVVISTARNE ALLO STATO BRADO

SULLE SCARPIERE.)

UN CHIRURGO DI PLASTICA SENZA UN BRACCIO

CHE NASCONDEVA SOTTO LA TESTA

UNA PENNINA USB DA 250MEGA.

UNA CARTA DA GIOCO

UN PENNARELLO FINITO

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UN SEGNALIBRO LEONARDESCO

UN VECCHIO VIDEOGIOCO

UNA SPAZZOLA

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COSTRUZIONI MORBIDE

DA MASTICARE O MORDERE

COLOR GIALLO (PEZZI:UNO)

LUCIDO DA SCARPE

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UN CUORE DI STOFFA CON GALE DI PIZZO

UN TUBETTO DI POMATA LENITIVA

UN BIGLIETTO DI AUGURI

UNA STATUINA DI MISTER INCREDIBILE

L’INCARTO DI UN CEROTTO STERILE

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UN CESTINO INO INO DI PAGLIA VERDE

CON DENTRO UN PUFF PER PUFFI,

UN CALENDARIO FINTO ANTICO

CON VERE TRACCE DI VECCHIAIA.

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UN AGGEGGIO METALLICO

ANCORA NELLA SUA BUSTA SVEDESE

IN BILICO SU UNA SCATOLA DI LATTA DELLA COCA COLA.

IL CASALINGO NON SAPEVA

A COSA SERVISSE L’OGGETTO SVEDESE.

DECISE CHE ERA UN BATTICARNE

PER COTOLETTE MIGNON

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UN AUTORITRATTO DI NEPITELLA

UNA MERENDINA SCADUTA DA DUE MESI

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 ALCUNI OGGETTI SI ERANO SPOSTATI.

  CONFABULAVANO

IN FILA PER UNO

LUNGO IL BORDO DEL TAVOLO:

UNA SEDIA MACINTOSCH IN SILVER PLATE

UN PLAYMOBIL OPERAIO

UNA SIRINGA SENZ’AGO.

“SARANNO INTIMI AMICI”

PENSO’ IL CASALINGO,

E TORNO’ IN CORRIDOIO

A PULIRE LE SCARPIERE.

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LE DISINFETTO’ CON LA CANDEGGINA

APPAIO’ E ORDINO’ LE SCARPE

SPAIATE E DISORDINATE.

INFINE LE RIMONTO’.

LE GUARDAVA,

TUTTE IMPILATE E PULITE,

LA RIBELLIONE ERA STATA SEDATA.

IL CASALINGO SODDISFATTO

DECISE DI MERITARSI UNA SIGARETTA.

ANDO’ NELL’ALTRA STANZA

A CERCARE UN ACCENDINO.

L’ACCENDINO NON C’ERA.

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ERA SPARITO!

INSIEME A TUTTI GLI ALTRI OGGETTI

CHE AVEVA APPOGGIATO SUL TAVOLO!