N°8. La spesa, seconda parte (Il g.a.s.)

Ho visto le menti migliori della mia generazione abbandonare il giubbotto di pelle per il maglione peruviano con cappuccio, farsi crescere la barba e indossare lerci sandali di pelle.
Ho visto sguardi duri,  smerigliati di  cazzimma punk, mutare in una sbirciata sfuggente da volti gonfi e mal rasati.  Ho visto splendide quarantenni perdere il filo del discorso di pari passo al taglio di capelli. E ora sono lì, a cianciare di un laboratorio teatrale per bambini, esibendo trenta centimetri di ricrescita grigia e le punte secche e ammazzettate, di colore indefinibile.
“Definisci indefinibile”, diranno in coro i miei piccoli lettori.
Indefinibile come se un parrucchiere rimasto cieco durante l’esplosione di una cantina dove produceva speed con un gruppo di amici,(cose che succedono), volesse riprodurre gli ultimi lumi dei suoi occhi: bagliori di mash e poltiglia color sanguinaccio delle interiora che si sfracchiano contro il muro, prima dell’arrivo delle schegge di vetro e delle fiamme, e del buio.
Ho visto cani…niente: ho visto troppi cani.
Cani tenuti al guinzaglio con corde di canapone che hanno serpeggiato in tutte le pozze di piscio della provincia; corde sulle quali gli streptococchi hanno elevato cattedrali per venerare un dio antropomorfo dalle unghie sudice, immortalato mentre pronuncia il suo primo comandamento:
“Gli Antibiotici Fanno Male”.
Cani tenuti come bambini e bambini tenuti come cani, senza poter capire a quale standard si faccia riferimento, se a quello dei bambini per i cani, o viceversa.
Posso sopportare queste visioni, singolarmente, tanto più che alcuni dei pochissimi amici che mi rimangono sono ridotti così.
Ma non tutto insieme, con mia figlia per mano, al GAS settimanale di un famoso circolo alle falde del montino, non lontano da casa mia.
Tutti sanno cos’è un Gas. Ci si mette daccordo con un produttore per rilevarne l’intero raccolto, very organic.
Conviene a tutti e funziona come un abbonamento. Paghi un fisso, fai conto 10 euro alla settimana, per una busta di verdura.
Ora attenti.
I GAS fanno proseliti verso aprile/maggio, quando la busta trabocca di zucchine con fiori di venti centimetri, baccelli così teneri da imbottire i cuscini con le scorze, insalatine rugiadose.
“E tutta quella roba, solo dieci euri? Anch’io, anch’io!” gridi con la mano protesa verso il contadino che siede in un angolo e intaglia un tappo di sughero fingendo di non averti sentito.
“Posso offrirle qualcosa da bere, signor contadino?”
Dieci minuti dopo ti sei impegnato per un anno.
Va detto che c’è sempre una cornice vagamente ideologica per ogni gas. Anni fa ce n’era persino uno di stampo tradizional fascista.
Ce ne sono di anarcoisolazionisti, di vegani integralisti, e di variegati come un radicchio tardivo. Come se non bastasse l’idea di mettersi insieme per comprare cibo di qualità.
Ma andiamo a vedere cose è stato della nostre verdure settimanali nel giro di sei mesi.
Specifichiamo che la busta non è negoziabile: decide il contadino cosa mettere e in quali proporzioni, secondo la disponibilità stagionale.
Busta di fine gennaio: cavolo nero, cavolo verza, cavolo broccolo, cavolo fiore.
“Minchia, 4 cavoli per dieci euri?”
“Non ti preoccupare” fa il contadino strizzandoti l’occhio, ” ti ho messo in più un cavolo cappuccio.”
“Grazie. Sei un amico, sei.”
“Di niente.”
Io (casalingo che son io) avevo già vissuto, anni fa, l’esperienza totalizzante del Gas.
Ti sembra di passare la vita a cucinare cavoli per esaurire la scorta, in una disperata corsa contro il tempo che sei destinato a perdere perché, voilà, è passata un altra settimana e ti ritrovi in casa altri quattro chili di cavoli.
Passato l’entusiasmo, ti arrendi.
Continui a pagare, prendi la tua busta, e la abbandoni sul ciglio di una strada, alla fermata di un bus, sperando che qualcuno se la porti a casa.
Altrimenti i cavoli cominciano a marcire.
Ed è questo il punto debole di tutta l’operazione.
A parte lo spreco, sapete quanto percolato produce una mela marcia? Tipo, tantissimo, per essere scientifici.
Figuriamoci un cavolo verza.
Per compensare non basta nemmeno l’auto a metano: devi portare i figli a scuola in risciò fino a quando non hanno compiuto diciotto anni.
Il Gas del circolo sotto il monte non è nemmeno dei più settàri. Puoi abbonarti anche per il pane, per il miele e per il sapone fatto in casa. Puoi anche comprare al minuto, senza essere socio.
Il pastore sciorina sui tavoli ottime caciotte primosale aromatizzate all’urina e al pisello umano. (O credete che si lavi le mani tutte le volte che piscia prima di girare le pezze di cacio?).
Lui (il pastore) ti procura anche della carne di capra, porco o pecora, ma te la porta direttamente in macchina per non urtare la suscettibilità dei vegetariani.
Io ero andato lì per il pane.
Mi piace il pane vero, lievitato naturalmente e cotto a legna, quello che dura una settimana.
Ma c’è qualcosa di strano.
Evidentemente gli abituè non si fanno problemi di inquinamento.
Il circolo è immerso in una nube di diesel, mentre un corteo di Land Rover anni ’80 continua a sgasare in tondo cercando un parcheggio.
Forse ci sono cose che non so.
Forse, per questioni di karma, quando compri cibo a chilometri zero devi riequilibrare il tutto bruciando un paio di litri di gasolio, solo per parcheggiare.
Alla fine troviamo un posticino anche noi per la nostra Yaris del 2004, ed entriamo nel circolo tossendo e sputazzando.
Io prendo un gin tonic e Nepitella uan spuma. Nella stanza dei concerti, ora adibita a mercato, si va a peroncini e vino rosso.
Il puzzo di scuregge al cavolo è assordante.
Sì, ho scritto assordante.
Un puzzo talmente denso da riuscire a passare da un senso all’altro.
Tecnicamente si chiama sinestesia intestinale.
Oltretutto l’atmosfera di rilassata condivisione si interrrompe quando entriamo.
Un attimo di silenzio, sentiamo gli occhi addosso.
Sarà perchè mia figlia ha il muso pulito? Sarà perché indosso una camicia Brooks Brother (pagata senz’altro meno dei pile firmati che vedo in giro)?
O forse è perché invece di scoreggiare emano un lieve odore di vetitver?
Poi capisco, non è SOLO per il nostro aspetto.
E’ che noi compriamo al dettaglio.
Non siamo né Gruppo, né Solidale: siamo solo Acquisto.
E allora: vuoi mezzo chilo di pomodorini perini? quattro euro.
Vuoi il miele di montagna? dieci euro a barattolo.
Le caciotte pisciose costano quanto il bicchiere di groppa dal macellaio. E’ quando chiedo i prezzi, le risposte vengono buttate lì, come a sottendere “vuoi scegliere la spesa, povero coglione, e allora paghi”. Una punzione, severa ma giusta.
Mi va benissimo tanto non compro nulla, fatemi solo arrivare al banco del pane che tolgo il disturbo.
Sì, per sempre.
Pane. buono quanto vuoi, ma è un pezzo di pane.
Pane fatto da mani incerte collegate a mesencefali ancor più traballanti: cinque euro al chilo, o poco meno, non ricordo.
Ma tanto.
Parliamo di gente che chiama la pasta madre per nome.
Dopo averlo scelto, il nome.
Euforbia. Minerva. Giovanna.
Nomi femminili, “perchè il lievito è madre”.
“Babbo” sussura Nepitella, “perché ci sono tutti tati brutti?”
“Poi te lo spiego, ora salta in collo che si scappa!”
Povera stella, aveva la bocca a tazza, sull’orlo del pianto.
Quella sera, una tantum, ci siamo mangiati pizze industriali decongelate accompagnate da bibite gassate.
Guardando un film di Bruce WIllis.
Rock and roll.

4 thoughts on “N°8. La spesa, seconda parte (Il g.a.s.)

    • Caro Seguogatti
      L’una cosa non esclude l’altra. Il Casalingo Moderno si senta libero di praticare l’esproprio proletario di speck. L’argomento FURTI merita comunque una trattazione approfondita. Se infatti, il giovane balordo può praticare il taccheggio con relativa impunità, il Casalingo deve ponderare le conseguenza dell’essere scoperto e magari processato, in termini di stigma. Immagina il titolo del tirreno: “padre di famiglia ruba proteine!”. Potrebbe perdere l’affidamento dei figli e l’amore della sua donna. Ma tutto si può fare, e ne discuteremo al momento opportuno.
      Grazie e continua a seguirci

  1. te ne racconto una: davanti il centro derelitti cani assegno da papi ecc csoa giovedi mercatino biologico una tipa ha arrotato un tipo col furgone per questioni parcheggio

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