N°7. La domenica del casalingo

Io le domeniche le odiavo anche prima.
Quando prima?
Prima di ieri.
Ieri, Domenica 10 febbraio, Ore 23.
La battaglia sta per finire.
Siamo in quattro pigiati nel lettone a guardare Alexander.
Così sfatti che andiamo in culo a tutti i dogmi sulla gestione dei figli piccoli: televisione accesa, niente fiabe e se non stanno giù, nocchini. I due poveretti, capita l’antifona, sono stesi accanto a noi facendo finta di dormire, terrorizzati. E pazienza se vedono Angelina Jolie giocare con un bel serpentone.
Il letto è un paciugo di briciole, bava e moccio.
Io ho la mano di mia figlia, Nepitella, che mi pastrugna l’ascella.
Lei chiama questa cosa “prendere il ghiri”. Lo fa da quando è nata ed io o la immagino tra vent’anni, dormire con la mano nell’ascella del suo fidanzato. Sperando nella sua buona sorte ormonale.
All’improvviso leva la mano da lì e me la mette sulla bocca, per richiamare la mia attenzione.
“Babbo?” sussurra.
“Shh”
“Ma, babbo, non trovo il sonno. andiamo in camera mia.”
“Ah, quando ti fa comodo è camera tua…”
“Ti prego” fa, spalancando due occhi grandi come tazzine.
“E va bene, andiamo.”
“iuppiii”
“Ma niente fiaba, che è tardi!”
Tutta sua padre, che non ha mai dormito anche nel giorno in cui dormire è la cosa più saggia da fare.
Per questo le odiavo anche prima le domeniche.
Quando prima?
Sempre.
Il giorno dei suicidi, delle pomiciate, delle liti.
delle liti.
Minuti lenti, vapore acqueo alle finestre, cinemi.
Micro vacanze di Natale di 24 ore. Per amanti del genere, diciamo.
A 15 anni mi davano diecimila lire. Ci compravo due biglietti dell’autobus, quello del cinema, un pacchetto di Marlboro da dieci e una pizza rossa. Al ritorno mi addormentavo sempre, scendevo tutto rincoglionito al capolinea e dovevo aspettare che il bestione vuoto ripartisse in senso contrario, ma arrivavo tardi per la cena. Così l’ansia per il lunedì di scuola, con la doppia ora di mate, si sommava all’ansia per le cazziate dei miei.
“Questa casa non è un albergo!”
“Se almeno avessi il motorino…”
“E’ pericoloso”
“E allora vado dietro ai miei amici”
“tu provaci e t’ammazzo io”
Esagerati.
Eppoi io ho sempre avuto problemi col sonno. A parte l’insonnia cronica, è proprio che non so dormire. Me ne sono accorto, anni dopo, smezzando il letto con una che non sapeva fare praticamente nulla, tranne dormire. Chiudeva le imposte, sprimacciava i cuscini, schioccava la lingua tre volte, faceva un sorriso, e addio.
Io invece scivolo in uno stato mentale febbricitante e leggerissimo, che tende a terminare con una scusa qualsiasi, lasciandomi più stanco di prima. Le domeniche mi hanno deufraudato non del sonno ma del diritto ad imparare a dormire come si deve, traumatizzandomi a vita e come minimo, lasciandomi incazzato per tutto il giorno.
Perchè il buon giorno si vede dal mattino.

Ho vent’anni. Sono le nove e mezza del mattino. Sotto le palpebre guizzano le palle degli occhi, sotto il piumone guizzano le mie gambe senza pace. Il calo della pasticca, un’eccellente starlite, è piacevole. Il fischio nelle orecchie è un sol, mi pare, accompagnato da una reminiscenza di bassline del pezzo di chiusura. Mi cullo con certe frasi che so io, parole in cerchio che lentamente scappano dal loro significato e diventano suono puro, puro, dormo, dormo, puro, dormo…HUIIIIIIIUH BOOM! HUIIUUUUUH HUIIU TA-KA-BOOM.
Niente meno di un Boeing 747 è partito da Heatrow per schiantarsi sulla porta della mia stanza chiusa a chiave dall’interno.
Ancora.
E ancora.
E’ mia madre, che sia maledetta. Pesta sul folletto come una disperata. Poi comincia a gridare i nomi dei suoi figli. Siccome è afasica, non ci chiappa mai.
Così tutti noi ci sentiamo chiamati in causa da un tono di voce, credetemi, difficile da ignorare.

“Oh, che vuoi?”
“Hai cose blu da lavare?”

15 anni dopo.
Torno dal lavoro alle tre di notte. Mi affaccio nella stanza. Lei russa abbracciata ai piccoli. Non dormo più nel mio letto coniugale, ma nella stanza che in teoria dovrebbe essere dei bambini.
“Adoràti” penso.Li bacio tutti e tre, prima di buttarmi nella stanza coi conigli e le scimmiette alle pareti e chiudere gli occhi.
Un secondo, abbondante, puù tardi mi una vocina flautata mi solletica il timpano.
“Sveglia Babbo, é giorno!”
“MMhh”
“E’ giorno, bisogna alzarsi!”
“Grazie dell’informazione, amore di babbo.”
Sono le sette e quarantacinque. Arrancherò tutto il giorno coi calamari sotto gli occhi. Ma almeno è estate. Ce ne andiamo al mare presto: in qualche modo l’ammazziamo, la giornata.

Non come ieri.
Stessa stanza, stessa, ora, stagione diversa.
Figlio diverso.
“Ioio atte e totto, babbo” (desidero una bella porzione di latte con il cioccolato, padre)
Stavolta è Pepolino, due anni. Non parla con la disinvoltura della grande, ma non gli mancano i concetti.
Presto sono in due a saltarmi sulla pancia, tenendo il tempo con delle macchininate sui miei zigomi.
Mi alzo e preparo la colazione per tutti, almeno non mi picchiano. Naturalmente sabato ho fatto le quattro a leggere un libro sulla storia dei D.J.(libro della biblioteca per risparmiare quelle due o trecento euro al mese).
E insomma, ma che cazzo.
Mi vengono dei pensieri in seguito ai quali controllo se nelle mie mutande c’è ancora quello che c’era ieri.
“E insomma, e che cazzo”-questi,in sintesi, i pensieri- “Faccio la schiava tutti i giorni, e mai deve arrivare, la domenica, pemmè?”
A questo punto odo distintamente il mio pensare assumere un inspiegabile accento barese, con tanto di costruzione sintattica invertita. Inoltre, la donnetta di Bari vecchia nella testa dice bugie.
Non faccio certo lo schiavo e non mi mancherebbe il riposo. Sono incazzato perchè alla bella età di 37 anni, devo ancora imparare a dormire.
Mentre la Regina Obscura, dilà, ronfa alla grande (anche lei ci sa fare nel ramo).
Le premesse per Una Domenica Da Ricordare ci sono tutte. E infatti.
Nelle due ore successive la casa esplode.
E’ questo un fenomeno conosciuto a chiunque abbia figli piccoli e dovremo affrontarlo, prima o poi, ma non ora.
Basti sapere che la densità di giocattoli e calzini per mattonella era praticamente sovrapponibile a quella dei TOKIONESI per km2.
Alle 11 volano i vaffanculi e i coperchi.
I bambini, già incappottati per uscire al pallido sole, saltano sul letto, isterici.
La Messicana Loca urla i miei fallimenti e urla ai suoi figli di non saltare sul letto.
Io prendo a cazzotti le porte accanto alla sua faccia (un vecchio metodo per evitare di uccidere i conviventi: finora ha funzionato).
Prendo la bici e faccio cinque chilometri per andare a litigare con il videotecaro, il quale non mi dà soddisfazione; rimborsa integralmente i DVD non funzionanti che avevo comprato la sera prima. Ritorno a casa incazzato come prima, ma sudato. Rabberciamo una tregua armata e preparo il pranzo, che servo lanciando praticamente i piatti dalla cucina. Io non mi siedo, non ho fame.
Dopo aver fatto i piatti, rapisco la bimba e me la porto a spasso sull’argine.
Il sole squarcia le nubi nere, fà baluginare le foglie bicolori degli olivi.
“Vedi quelle foglie, sai dirmi cos’hanno di strano?”
“Sono a punta”
“E poi?”
“Hanno due colori!”
“Bravissima”
Prendiamo una scorciatoia per il bar di paese.
E’ un sentiero, passa im mezzo a villette piene di cani, tutti grossi e cattivi, che cominciano ad abbaiare, personalmente offesi dal nostro passaggio. Ora anche il sole è coperto; il vento tra gli alberi sembra ripetere con un giro di parole il discorso dei cani.
“Ho paura.”
Per distrarla le mostro una pozzanghera.
“Guarda quel fango grigio.” Metto la mano nella melma.
“Che fai babbo?”
” Eh. Questa qui, non è terra. E’ argilla. E’ di questo che sono fatti i letti dei fiumi.”
” E perché?”
“Perchè è impermeabile, sennò l’acqua andrebbe giù.”
“Giù dove?”
“Nella terra. come quando togli il tappo alla vasca da bagno.”
“Ah.”
“Eppoi, lo sai cosa si fa con l’argilla?”
“No.”
“Si fa TUTTO. I mattoni, le tegole, i vasi, le sculture. E’ come il pongo.”
“Come il pongo? E si trova così, nella terra?”
“Eh. Se la sai riconoscere. Ora ne prendiamo un po’ e ce la portiamo a casa. Così ci facciamo una statuina. Poi la mettiamo in forno e diventa dura come un mattone.”
Metto un pugno d’argilla nel fazzoletto e continuiamo il nostro cammino. Ci fermiamo al bar a mangiare Goleador,torniamo a casa per la statale.
Poi, tra il sonnellino pomeridiano strategicamente prolungato, una surreale partita al gioco dell’oca e la cena, unta e consolatoria, ci ficchiamo nel letto a fare il bozzolo.
Io le ho sempre odiate le domeniche.
Ora mi tocca anche alzarmi senza vedere la fine del film.
Tanto è una cagata.
“Forza, sotto le coperte e dormi!” dico a Nepitella, dividendo con lei il letto singolo, che non si sa più bene di chi sia.
Conigli e scimmie ci fissano ostili dalle pareti.
“Babbo.”
“Eh.”
“Come si chiama quella cosa magica…”
“l’argilla?”
“Eh. sai che voglio fare? Con quel pezzettino faccio la statuina TUA.”
“Ma come sei dolce…ora dormi.”
“Ma poi, facciamo un’altra passeggiata e la prendiamo ancora?
“Sì”
“E allora ci faccio Mamma. e la prossima passeggiata faccio me, e poi Pepolino.”
La stringo forte e le tolgo gli occhiali,quindi spengo la luce.
“Dormi.”
Io le odiavo le domeniche. E le odio ancora.
Tutte tranne questa.

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