N°9. La posta del Casalingo

Ammetto la mia paura dei postini. Multe, bollette e tasse. Mai una gioia.
Eppure c’è qualcosa che mi attrae.
Reminiscenze di quando la posta consegnava febbricitanti biglietti d’amore.
Conseguenze di insegnamenti massonico-esoterici che ti lasciano lì, sorridente e ipnotizzato, mentre lui, il postino gran maestro, avanza con la cartelletta e la penna.
“‘Na firmetta per cortesia”.
Poi non ricordi nulla, tranne ombre mutevoli e bollenti, e lo sguardo fisso, e il sorriso sempre più grande, in grado di inghiottire il mondo, o te, come minimo. Hai firmato la raccomandata di Equitalia.
Adesso le lettere d’amore arrivano via E-mail. O da un inviato di Maria de Filippi. Per fortuna ho congelato il mio cuore insieme al ragù e al sugo di coda.
Pur tuttavia, qualcosa arriva al casalingo moderno.
Allora festeggiamo i 1000 adepti con la rubrica della posta.
Regole: chi interviene commentando il blog verrà pubblicato con quel nome. Gli altri, che scrivono messaggi privati al profilo Facebook, o mail riservate all’indirizzo casalingomoderno@gmail.com  conserveranno l’anonimato escluse esplicite richieste contrarie.
Tutto chiaro?
Claudia da Milano mi suggerisce con molto garbo, di accorciare i post, aumentandone la frequenza.
>Hai ragione Claudia. Seguendo i tuoi suggerimenti riuscirei a inserirmi nel cazzeggio quotidiano sulla rete, come un’abitudine. E’ così che si diventa un sito di successo. E non ci sarebbe nulla di male.
“Arrivo subito, Fulvia, leggo sta stronzata del Casalingo e andiamo.”
Ci sono due ragioni che mi trattengono dal comportarmi di conseguenza.
Mi piace tenere il punto, se vuoi un po’ snob, di chiedere ai potenziali lettori un piccolo sforzo: superare i tre minuti di permanenza su una pagina web. In secondo luogo; il mio target di riferimento è il mondo della cacca. La mia ambizione è fornire roba da leggere a chi ingaggia quotidiane lotte su una tazza di porcellana. Diamo, e daremo ancora letteratura da cesso per stitici.
Però, Claudia, ti annuncio una transizione che porterà entro breve, a post più brevi e frequenti, continuando a proporre pezzi più lunghi, magari proprio le riflessioni sulla mia educazione sentimentale di casalingo. Indicheremo inoltre, per ogni post, il tempo di lettura.
Il Signor Seguogatti (cazzo ridi, si chiama così) si interroga sul tema scottante dei furti per necessità. Lo citiamo integralmente.
“Prima era più facile, l’antico casalingo poteva dimostrare la propria rockerollitudine rubando un pò di speck al supermercato. Ma era più facile?”
Se ho capito bene Seguogatti si riferisce alle tecniche di spesa affrontate in due post precedenti.
Non ho nulla contro il taccheggio, sopratutto stimolato da una rosetta solitaria bisognosa di imbottitura. Però, se ti beccano e trovi responsabili di sicurezza stronzi, prendi una denuncia penale e un processo per direttissima. Come ben sai, in Italia, i delinquenti sono tutti in galera.
Per il Casalingo Moderno, padre di famiglia in difficoltà economiche, il gioco non vale la candela.
Esistono però delle tecniche, che mi riservo di approfondire in un post dedicato, che consentono di rubare con moderazione e farla franca una volta scoperti.
Maso70 mi accusa di tradire le promesse riguardo alle tecniche di risparmio. E’ vero, preso da futili riflessioni sentimentali, ho acumulato una quantità di ricette pazzesche e ridicolmente a buon mercato. Rischio anche di andare fuori stagione, dato che non mi sembra il caso di pubblicare la ricetta della coda a Giugno. Cercherò di strutturare meglio i consigli di cucina, anche perchè è in previsione una sezione di videoricette:però anche te rilassati, Maso, non siamo mica giallozafferano.
Chiudiamo con Angela, autrice di una letterina tanto garbata da volerla riportare quasi integralmente.
Caro casalingo moderno ti svelo un segreto, io mi sono licenziata volontariamente. L’ho fatto perchè quei maledetti milleeuro al mese stavano rovinando la mia vita, il mio tempo libero, il mio rapporto col cibo e con me stessa. Ora sicuramente facciamo più fatica con un solo stipendio, ma la mia vita è molto migliorata, sono più serena e cerco di fare più cose da me. Vorrei avere una casetta con l’orto in campagna, ma per ora vivo nel centro di Milano e provo a ridimensionare tutto il mio quotidiano a quest nuovi ritmi.
Mi sono avvicinata alla decrescita con il giusto buon senso ed ora sono felice!”
Io non mi sono avvicinato alla descrescita, è lei che si è avvicinata a me. Quello che sto cercando di fare è dire basta alle pressioni sociali e all’etica del lavoro per il lavoro, che in parte è anche dentro ( dentro di me).
La descrescita era molto di moda qualche tempo fa; all’inizio della crisi se non sbaglio, con il nome di
downsizing. Un termine sinistro, dalle connotazioni promiscue, uffici del personale, manuali di autoaiuto, roba così. Radio 24 gli dedicava anche una trasmissione. Erano per lo più storie di fighetti che mollavano il posto da copy a Milano per andare a surfare in Australia. Prima che il crollo dell’economia travolgesse ogni distinguo il downsizing sembrava un modello economico vincente e pionieristico. Fino al venir meno della volontarietà,della cosìdetta decrescita. Io amo il mare, la campagna, odio i surfisti, ma questo non c’entra. La mia sfida è diversa. Innanzitutto, con l’aiuto indispensabile della mia donna, svolgo compiti poco consueti tra i maschi, anche quelli disoccupati. Ho tagliato sì i ponti con un certo tipo di lavoro; un lavoro che è schiavitù fino dalla routine allucinante della sua ricerca. Abbiamo ridotto tantissimo il nostro tenore di vita ma, credimi, se mancasse qualcosa di essenziale ai bimbi mi fionderei a spalare merda. Io, Casalintgo Moderno voglio essere figo, colto, urbano, au courant. Voglio affrontare le psicosi che il mondo mi offre, e il male che vive dentro di me, ogni volta che alzo la voce con i nani.
Tu sei stata coraggiosa.
Ti auguro di raggiungere il tuo luogo da sogno.
Ma abbiamo obbiettivi diversi Angela; tu vuoi decrescere.
Io voglio crescere.

Cartolina da Milano

Immagine

Passeggiare per Milano
sotto un sole al tegamino
libero come un tram appena forgiato,
ignaro del concetto di rotaia.
Un impegno ce l’avevo, ma alle 11 è finito,
mica un Casalingo prende e va,
come una pattuglia di sbirri
o tre amiche ai saldi.

Gioco a seguire quelli davanti a me,
ma dura poco:
non ho movente, né cardiofitness.
Trovo il mio passo:
non intralcio
né sorpasso

All’Hotel de charme
cinque stelle superiori,
mendico una piantina,
fingendomi  smarrito,
un babbeo di fuori

Chiedo la strada
ai vecchi col colbacco,
alle modelle senza mutande.
Saltello da parte a parte
nei vicoli di Brera,
fino a sentire il sole
sulla mia persona intera.

Provo completi in Montenapoleone
“Mi dispiace, qui dietro non casca bene.”
“Veramente è perfetto, signore!”
“Sta dicendo che parlo a vanvera, caro lei?”

Leggo i menù pomposi in galleria e ne rido:
preferisco la michetta col crodino.
Accetto un palloncino rosa
con la scritta “Maroni presidente”
accettandone pure  le conseguenze:
infilo la stecca nella patta
entro in un bar, ed è fatta!
“Questa elefantiasi dello scroto
monolaterale è una roba micidiale
per favore, mi dia un cordiale!”

Addio Milano bella.
Mi aspetta un treno per dormire,
nessuna cena (ci potrei giurare),
una stanza umida,
tre bacini e un letto doppio
dove ci stringiamo in quattro.
Dove mi sveglierò
Casalingo Moderno,
come d’incanto.

Sapessi com’è strano,
un giorno di vacanza a Milano

N°8. La spesa, seconda parte (Il g.a.s.)

Ho visto le menti migliori della mia generazione abbandonare il giubbotto di pelle per il maglione peruviano con cappuccio, farsi crescere la barba e indossare lerci sandali di pelle.
Ho visto sguardi duri,  smerigliati di  cazzimma punk, mutare in una sbirciata sfuggente da volti gonfi e mal rasati.  Ho visto splendide quarantenni perdere il filo del discorso di pari passo al taglio di capelli. E ora sono lì, a cianciare di un laboratorio teatrale per bambini, esibendo trenta centimetri di ricrescita grigia e le punte secche e ammazzettate, di colore indefinibile.
“Definisci indefinibile”, diranno in coro i miei piccoli lettori.
Indefinibile come se un parrucchiere rimasto cieco durante l’esplosione di una cantina dove produceva speed con un gruppo di amici,(cose che succedono), volesse riprodurre gli ultimi lumi dei suoi occhi: bagliori di mash e poltiglia color sanguinaccio delle interiora che si sfracchiano contro il muro, prima dell’arrivo delle schegge di vetro e delle fiamme, e del buio.
Ho visto cani…niente: ho visto troppi cani.
Cani tenuti al guinzaglio con corde di canapone che hanno serpeggiato in tutte le pozze di piscio della provincia; corde sulle quali gli streptococchi hanno elevato cattedrali per venerare un dio antropomorfo dalle unghie sudice, immortalato mentre pronuncia il suo primo comandamento:
“Gli Antibiotici Fanno Male”.
Cani tenuti come bambini e bambini tenuti come cani, senza poter capire a quale standard si faccia riferimento, se a quello dei bambini per i cani, o viceversa.
Posso sopportare queste visioni, singolarmente, tanto più che alcuni dei pochissimi amici che mi rimangono sono ridotti così.
Ma non tutto insieme, con mia figlia per mano, al GAS settimanale di un famoso circolo alle falde del montino, non lontano da casa mia.
Tutti sanno cos’è un Gas. Ci si mette daccordo con un produttore per rilevarne l’intero raccolto, very organic.
Conviene a tutti e funziona come un abbonamento. Paghi un fisso, fai conto 10 euro alla settimana, per una busta di verdura.
Ora attenti.
I GAS fanno proseliti verso aprile/maggio, quando la busta trabocca di zucchine con fiori di venti centimetri, baccelli così teneri da imbottire i cuscini con le scorze, insalatine rugiadose.
“E tutta quella roba, solo dieci euri? Anch’io, anch’io!” gridi con la mano protesa verso il contadino che siede in un angolo e intaglia un tappo di sughero fingendo di non averti sentito.
“Posso offrirle qualcosa da bere, signor contadino?”
Dieci minuti dopo ti sei impegnato per un anno.
Va detto che c’è sempre una cornice vagamente ideologica per ogni gas. Anni fa ce n’era persino uno di stampo tradizional fascista.
Ce ne sono di anarcoisolazionisti, di vegani integralisti, e di variegati come un radicchio tardivo. Come se non bastasse l’idea di mettersi insieme per comprare cibo di qualità.
Ma andiamo a vedere cose è stato della nostre verdure settimanali nel giro di sei mesi.
Specifichiamo che la busta non è negoziabile: decide il contadino cosa mettere e in quali proporzioni, secondo la disponibilità stagionale.
Busta di fine gennaio: cavolo nero, cavolo verza, cavolo broccolo, cavolo fiore.
“Minchia, 4 cavoli per dieci euri?”
“Non ti preoccupare” fa il contadino strizzandoti l’occhio, ” ti ho messo in più un cavolo cappuccio.”
“Grazie. Sei un amico, sei.”
“Di niente.”
Io (casalingo che son io) avevo già vissuto, anni fa, l’esperienza totalizzante del Gas.
Ti sembra di passare la vita a cucinare cavoli per esaurire la scorta, in una disperata corsa contro il tempo che sei destinato a perdere perché, voilà, è passata un altra settimana e ti ritrovi in casa altri quattro chili di cavoli.
Passato l’entusiasmo, ti arrendi.
Continui a pagare, prendi la tua busta, e la abbandoni sul ciglio di una strada, alla fermata di un bus, sperando che qualcuno se la porti a casa.
Altrimenti i cavoli cominciano a marcire.
Ed è questo il punto debole di tutta l’operazione.
A parte lo spreco, sapete quanto percolato produce una mela marcia? Tipo, tantissimo, per essere scientifici.
Figuriamoci un cavolo verza.
Per compensare non basta nemmeno l’auto a metano: devi portare i figli a scuola in risciò fino a quando non hanno compiuto diciotto anni.
Il Gas del circolo sotto il monte non è nemmeno dei più settàri. Puoi abbonarti anche per il pane, per il miele e per il sapone fatto in casa. Puoi anche comprare al minuto, senza essere socio.
Il pastore sciorina sui tavoli ottime caciotte primosale aromatizzate all’urina e al pisello umano. (O credete che si lavi le mani tutte le volte che piscia prima di girare le pezze di cacio?).
Lui (il pastore) ti procura anche della carne di capra, porco o pecora, ma te la porta direttamente in macchina per non urtare la suscettibilità dei vegetariani.
Io ero andato lì per il pane.
Mi piace il pane vero, lievitato naturalmente e cotto a legna, quello che dura una settimana.
Ma c’è qualcosa di strano.
Evidentemente gli abituè non si fanno problemi di inquinamento.
Il circolo è immerso in una nube di diesel, mentre un corteo di Land Rover anni ’80 continua a sgasare in tondo cercando un parcheggio.
Forse ci sono cose che non so.
Forse, per questioni di karma, quando compri cibo a chilometri zero devi riequilibrare il tutto bruciando un paio di litri di gasolio, solo per parcheggiare.
Alla fine troviamo un posticino anche noi per la nostra Yaris del 2004, ed entriamo nel circolo tossendo e sputazzando.
Io prendo un gin tonic e Nepitella uan spuma. Nella stanza dei concerti, ora adibita a mercato, si va a peroncini e vino rosso.
Il puzzo di scuregge al cavolo è assordante.
Sì, ho scritto assordante.
Un puzzo talmente denso da riuscire a passare da un senso all’altro.
Tecnicamente si chiama sinestesia intestinale.
Oltretutto l’atmosfera di rilassata condivisione si interrrompe quando entriamo.
Un attimo di silenzio, sentiamo gli occhi addosso.
Sarà perchè mia figlia ha il muso pulito? Sarà perché indosso una camicia Brooks Brother (pagata senz’altro meno dei pile firmati che vedo in giro)?
O forse è perché invece di scoreggiare emano un lieve odore di vetitver?
Poi capisco, non è SOLO per il nostro aspetto.
E’ che noi compriamo al dettaglio.
Non siamo né Gruppo, né Solidale: siamo solo Acquisto.
E allora: vuoi mezzo chilo di pomodorini perini? quattro euro.
Vuoi il miele di montagna? dieci euro a barattolo.
Le caciotte pisciose costano quanto il bicchiere di groppa dal macellaio. E’ quando chiedo i prezzi, le risposte vengono buttate lì, come a sottendere “vuoi scegliere la spesa, povero coglione, e allora paghi”. Una punzione, severa ma giusta.
Mi va benissimo tanto non compro nulla, fatemi solo arrivare al banco del pane che tolgo il disturbo.
Sì, per sempre.
Pane. buono quanto vuoi, ma è un pezzo di pane.
Pane fatto da mani incerte collegate a mesencefali ancor più traballanti: cinque euro al chilo, o poco meno, non ricordo.
Ma tanto.
Parliamo di gente che chiama la pasta madre per nome.
Dopo averlo scelto, il nome.
Euforbia. Minerva. Giovanna.
Nomi femminili, “perchè il lievito è madre”.
“Babbo” sussura Nepitella, “perché ci sono tutti tati brutti?”
“Poi te lo spiego, ora salta in collo che si scappa!”
Povera stella, aveva la bocca a tazza, sull’orlo del pianto.
Quella sera, una tantum, ci siamo mangiati pizze industriali decongelate accompagnate da bibite gassate.
Guardando un film di Bruce WIllis.
Rock and roll.

N°7. La domenica del casalingo

Citazione

Io le domeniche le odiavo anche prima.
Quando prima?
Prima di ieri.
Ieri, Domenica 10 febbraio, Ore 23.
La battaglia sta per finire.
Siamo in quattro pigiati nel lettone a guardare Alexander.
Così sfatti che andiamo in culo a tutti i dogmi sulla gestione dei figli piccoli: televisione accesa, niente fiabe e se non stanno giù, nocchini. I due poveretti, capita l’antifona, sono stesi accanto a noi facendo finta di dormire, terrorizzati. E pazienza se vedono Angelina Jolie giocare con un bel serpentone.
Il letto è un paciugo di briciole, bava e moccio.
Io ho la mano di mia figlia, Nepitella, che mi pastrugna l’ascella.
Lei chiama questa cosa “prendere il ghiri”. Lo fa da quando è nata ed io o la immagino tra vent’anni, dormire con la mano nell’ascella del suo fidanzato. Sperando nella sua buona sorte ormonale.
All’improvviso leva la mano da lì e me la mette sulla bocca, per richiamare la mia attenzione.
“Babbo?” sussurra.
“Shh”
“Ma, babbo, non trovo il sonno. andiamo in camera mia.”
“Ah, quando ti fa comodo è camera tua…”
“Ti prego” fa, spalancando due occhi grandi come tazzine.
“E va bene, andiamo.”
“iuppiii”
“Ma niente fiaba, che è tardi!”
Tutta sua padre, che non ha mai dormito anche nel giorno in cui dormire è la cosa più saggia da fare.
Per questo le odiavo anche prima le domeniche.
Quando prima?
Sempre.
Il giorno dei suicidi, delle pomiciate, delle liti.
delle liti.
Minuti lenti, vapore acqueo alle finestre, cinemi.
Micro vacanze di Natale di 24 ore. Per amanti del genere, diciamo.
A 15 anni mi davano diecimila lire. Ci compravo due biglietti dell’autobus, quello del cinema, un pacchetto di Marlboro da dieci e una pizza rossa. Al ritorno mi addormentavo sempre, scendevo tutto rincoglionito al capolinea e dovevo aspettare che il bestione vuoto ripartisse in senso contrario, ma arrivavo tardi per la cena. Così l’ansia per il lunedì di scuola, con la doppia ora di mate, si sommava all’ansia per le cazziate dei miei.
“Questa casa non è un albergo!”
“Se almeno avessi il motorino…”
“E’ pericoloso”
“E allora vado dietro ai miei amici”
“tu provaci e t’ammazzo io”
Esagerati.
Eppoi io ho sempre avuto problemi col sonno. A parte l’insonnia cronica, è proprio che non so dormire. Me ne sono accorto, anni dopo, smezzando il letto con una che non sapeva fare praticamente nulla, tranne dormire. Chiudeva le imposte, sprimacciava i cuscini, schioccava la lingua tre volte, faceva un sorriso, e addio.
Io invece scivolo in uno stato mentale febbricitante e leggerissimo, che tende a terminare con una scusa qualsiasi, lasciandomi più stanco di prima. Le domeniche mi hanno deufraudato non del sonno ma del diritto ad imparare a dormire come si deve, traumatizzandomi a vita e come minimo, lasciandomi incazzato per tutto il giorno.
Perchè il buon giorno si vede dal mattino.

Ho vent’anni. Sono le nove e mezza del mattino. Sotto le palpebre guizzano le palle degli occhi, sotto il piumone guizzano le mie gambe senza pace. Il calo della pasticca, un’eccellente starlite, è piacevole. Il fischio nelle orecchie è un sol, mi pare, accompagnato da una reminiscenza di bassline del pezzo di chiusura. Mi cullo con certe frasi che so io, parole in cerchio che lentamente scappano dal loro significato e diventano suono puro, puro, dormo, dormo, puro, dormo…HUIIIIIIIUH BOOM! HUIIUUUUUH HUIIU TA-KA-BOOM.
Niente meno di un Boeing 747 è partito da Heatrow per schiantarsi sulla porta della mia stanza chiusa a chiave dall’interno.
Ancora.
E ancora.
E’ mia madre, che sia maledetta. Pesta sul folletto come una disperata. Poi comincia a gridare i nomi dei suoi figli. Siccome è afasica, non ci chiappa mai.
Così tutti noi ci sentiamo chiamati in causa da un tono di voce, credetemi, difficile da ignorare.

“Oh, che vuoi?”
“Hai cose blu da lavare?”

15 anni dopo.
Torno dal lavoro alle tre di notte. Mi affaccio nella stanza. Lei russa abbracciata ai piccoli. Non dormo più nel mio letto coniugale, ma nella stanza che in teoria dovrebbe essere dei bambini.
“Adoràti” penso.Li bacio tutti e tre, prima di buttarmi nella stanza coi conigli e le scimmiette alle pareti e chiudere gli occhi.
Un secondo, abbondante, puù tardi mi una vocina flautata mi solletica il timpano.
“Sveglia Babbo, é giorno!”
“MMhh”
“E’ giorno, bisogna alzarsi!”
“Grazie dell’informazione, amore di babbo.”
Sono le sette e quarantacinque. Arrancherò tutto il giorno coi calamari sotto gli occhi. Ma almeno è estate. Ce ne andiamo al mare presto: in qualche modo l’ammazziamo, la giornata.

Non come ieri.
Stessa stanza, stessa, ora, stagione diversa.
Figlio diverso.
“Ioio atte e totto, babbo” (desidero una bella porzione di latte con il cioccolato, padre)
Stavolta è Pepolino, due anni. Non parla con la disinvoltura della grande, ma non gli mancano i concetti.
Presto sono in due a saltarmi sulla pancia, tenendo il tempo con delle macchininate sui miei zigomi.
Mi alzo e preparo la colazione per tutti, almeno non mi picchiano. Naturalmente sabato ho fatto le quattro a leggere un libro sulla storia dei D.J.(libro della biblioteca per risparmiare quelle due o trecento euro al mese).
E insomma, ma che cazzo.
Mi vengono dei pensieri in seguito ai quali controllo se nelle mie mutande c’è ancora quello che c’era ieri.
“E insomma, e che cazzo”-questi,in sintesi, i pensieri- “Faccio la schiava tutti i giorni, e mai deve arrivare, la domenica, pemmè?”
A questo punto odo distintamente il mio pensare assumere un inspiegabile accento barese, con tanto di costruzione sintattica invertita. Inoltre, la donnetta di Bari vecchia nella testa dice bugie.
Non faccio certo lo schiavo e non mi mancherebbe il riposo. Sono incazzato perchè alla bella età di 37 anni, devo ancora imparare a dormire.
Mentre la Regina Obscura, dilà, ronfa alla grande (anche lei ci sa fare nel ramo).
Le premesse per Una Domenica Da Ricordare ci sono tutte. E infatti.
Nelle due ore successive la casa esplode.
E’ questo un fenomeno conosciuto a chiunque abbia figli piccoli e dovremo affrontarlo, prima o poi, ma non ora.
Basti sapere che la densità di giocattoli e calzini per mattonella era praticamente sovrapponibile a quella dei TOKIONESI per km2.
Alle 11 volano i vaffanculi e i coperchi.
I bambini, già incappottati per uscire al pallido sole, saltano sul letto, isterici.
La Messicana Loca urla i miei fallimenti e urla ai suoi figli di non saltare sul letto.
Io prendo a cazzotti le porte accanto alla sua faccia (un vecchio metodo per evitare di uccidere i conviventi: finora ha funzionato).
Prendo la bici e faccio cinque chilometri per andare a litigare con il videotecaro, il quale non mi dà soddisfazione; rimborsa integralmente i DVD non funzionanti che avevo comprato la sera prima. Ritorno a casa incazzato come prima, ma sudato. Rabberciamo una tregua armata e preparo il pranzo, che servo lanciando praticamente i piatti dalla cucina. Io non mi siedo, non ho fame.
Dopo aver fatto i piatti, rapisco la bimba e me la porto a spasso sull’argine.
Il sole squarcia le nubi nere, fà baluginare le foglie bicolori degli olivi.
“Vedi quelle foglie, sai dirmi cos’hanno di strano?”
“Sono a punta”
“E poi?”
“Hanno due colori!”
“Bravissima”
Prendiamo una scorciatoia per il bar di paese.
E’ un sentiero, passa im mezzo a villette piene di cani, tutti grossi e cattivi, che cominciano ad abbaiare, personalmente offesi dal nostro passaggio. Ora anche il sole è coperto; il vento tra gli alberi sembra ripetere con un giro di parole il discorso dei cani.
“Ho paura.”
Per distrarla le mostro una pozzanghera.
“Guarda quel fango grigio.” Metto la mano nella melma.
“Che fai babbo?”
” Eh. Questa qui, non è terra. E’ argilla. E’ di questo che sono fatti i letti dei fiumi.”
” E perché?”
“Perchè è impermeabile, sennò l’acqua andrebbe giù.”
“Giù dove?”
“Nella terra. come quando togli il tappo alla vasca da bagno.”
“Ah.”
“Eppoi, lo sai cosa si fa con l’argilla?”
“No.”
“Si fa TUTTO. I mattoni, le tegole, i vasi, le sculture. E’ come il pongo.”
“Come il pongo? E si trova così, nella terra?”
“Eh. Se la sai riconoscere. Ora ne prendiamo un po’ e ce la portiamo a casa. Così ci facciamo una statuina. Poi la mettiamo in forno e diventa dura come un mattone.”
Metto un pugno d’argilla nel fazzoletto e continuiamo il nostro cammino. Ci fermiamo al bar a mangiare Goleador,torniamo a casa per la statale.
Poi, tra il sonnellino pomeridiano strategicamente prolungato, una surreale partita al gioco dell’oca e la cena, unta e consolatoria, ci ficchiamo nel letto a fare il bozzolo.
Io le ho sempre odiate le domeniche.
Ora mi tocca anche alzarmi senza vedere la fine del film.
Tanto è una cagata.
“Forza, sotto le coperte e dormi!” dico a Nepitella, dividendo con lei il letto singolo, che non si sa più bene di chi sia.
Conigli e scimmie ci fissano ostili dalle pareti.
“Babbo.”
“Eh.”
“Come si chiama quella cosa magica…”
“l’argilla?”
“Eh. sai che voglio fare? Con quel pezzettino faccio la statuina TUA.”
“Ma come sei dolce…ora dormi.”
“Ma poi, facciamo un’altra passeggiata e la prendiamo ancora?
“Sì”
“E allora ci faccio Mamma. e la prossima passeggiata faccio me, e poi Pepolino.”
La stringo forte e le tolgo gli occhiali,quindi spengo la luce.
“Dormi.”
Io le odiavo le domeniche. E le odio ancora.
Tutte tranne questa.

N°6. La Spesa (prima parte: il Nutritore)

 Mio padre ama fare la spesa. E’ uno sfogo innocente dello stress lavorativo nonchè sua prerogativa di nutritore: come potrebbe ingozzare figli e nipoti con  le spesucce stitiche e punitive di mia madre?
Il nutritore usa il cibo come linguaggio dell’amore.
E’ una caratteristica ereditaria che puo’ assumere forme diverse in ogni individuo, anche patologiche. Nella mia famiglia la portatrice era  nonna Letizia,  che dispensava fruttini, schiacciate, briosce, patate fritte nell’olio dell’arrosto e tortelli di carne. Per lei i suoi bimbi erano sempre troppo magri e patiti, anche quando l’interno cosce dei jeans frusciava durante il cammino, un suono ascendente come la messa in moto di un gommone, sintomo di obesità conclamata.
Adesso in America vendono una crema lubrificante per l’interno cosce dei ciccioni: questo evita strani rumori e ulcere purulente da contatto.
Nonna andava a fare la spesa “in Proletaria”,  il vecchio nome della Coop.  Riempiva il carrello delle cose più caloriche e a buon mercato.  Non credo fosse eccessivamente sensibile alla pubblicità; andava a testa bassa e riempiva carrelli, dispensa e cosce. E’ comprensibile, in una donna che ha patito la fame durante la guerra. Pero’ ha trasmesso il gene ad entrambi i suoi figli, con risultati diversi.
Mia zia è stata una pioniera dello stile di vita White Trash in Italia. A cavallo dei decenni settanta e ottanta era gia una divoratrice di barattolini Sammontana, e di snack al cioccolato. Mi ricordo un’estate, sarà stato l’ottantasei, in visita alla zia con mio fratello. Capitiamo nello sgabuzzino, dove un pannello scorrevole era rimasto semiaperto, svelando chili e chili di Mars, Raider (vecchio nome del Twix; oggi è la giornata dei vecchi nomi) e barrette Milka.
“Nooo” abbiamo fatto all’unisono noi due, prima di buttarci sul tesoro. E per fortuna delle nostre cosce abitavamo lontano.
Nostra cugina a dodici anni pesava centoventi chili. Ne perse poi una sessantina verso i diciott’anni, continuando ad essere un bignami vivente dei problemi alimentari.
Zia ha continuato ad abbuffarsi con suo marito fino a quando il diabete li ha costretti a rinunciare alle loro cene dietetiche
– Ah noi? Noi un si mangia nulla, siamo a dieta, solo un caffellatte.
Dentro al caffellatte ci zuppavano una scatola di briosce Cerbiatto.
Cadauno.
Lasciamo i parenti, che ci portano fuori tema. Torniamo a mio padre il nutritore.
Io non sono il suo analista, ma immagino che la lontananza fisica dalla madre e la briglia rigida della mia (di madre) l’abbiano salvato dall’obesità.
C’e’ una sua foto durante l’adolescenza che mostra un seno incipiente e fianchi da sciantosa. Un’altra foto, scattata sulla stessa spiaggia qualche anno più tardi, durante l’università: l’attor giovane.
Ed è ancora un bell’uomo, papà.
Evidentemente ha saputo trarre l’amore da cibi meno calorici e da una vita soddisfacente sotto ogni punto di vista. Eppure è rimasto nutritore nell’anima. La prima cosa che mi ha chiesto durante tutte le telefonate negli anni di lontananza è sempre stata:
“hai mangiato?”
Per la cronaca la seconda era “ti sei vestito bene?”
-Ma babbo, è il dodici luglio.
-Mettiti la maglia di lana.
Magari non era un gran momento per me (eufemismo), e lui lo sapeva ma gli mancavano le parole per chiedermi come stavo davvero. E allora lanciava questi disperati messaggi in codice.
Mangia=vogliti bene, io ti voglio bene.
Copriti= guarda che ci sono io se hai bisogno di qualcosa, ti copro io, ti abbraccio.
Erano anche dichiarazioni di impotenza, sempre in codice per carità.
“Ma insomma figlio, hai da mangiare, hai da coprirti,  hai tutto il mio amore di genitore. Che cazzo hai che non va?”
Lasciamo questa legittima domanda senza risposta e torniamo alla spesa.
Oggi impariamo a scegliere il posto giusto per i nostri acquisti. Usiamo mio padre per stigmatizzare alcuni comportamenti tipici della sua generazione.
Dove va a fare acquisti? All’ipermercato, più grande è più gusto c’è.
Cosa compra? Tutto.
A volte ha una lista minimale scritta da sua moglie che lui bada bene ad utilizzare come semplice traccia per variazioni sul tema e improvvisazioni estemporanee.
Perché ci sono le offerte.
Perché c’è il prodotto che non vedeva da trent’anni e gli trasmette benessere psichico anche se non lo mangerà mai.
C’è l’ampio settore abbigliamento dove trova le maglie di lana e i lacci per gli scarponcini dei figli.
Soffermiamoci sulle offerte. Per mio padre l’offerta è il tre per due: un forte sconto in funzione della quantità di merce acquistata. Di conseguenza riempie la casa di carta igienica, scatolame, stracchini in ribasso e birra marca Qualunque. Nel suo stile d’acquisto rimane al centro la quantità anche se, al contrario di mia nonna, sa anche selezionare i prodotti migliori. Papà esce dal supermercato convinto di aver risparmiato mentre in realtà ha speso centinaia di euro in cibo e beni di conforto che non gli servono nell’immediato. Il ragionamento è: prima o poi ci serviranno, vorrà dire che spendo meno quest’altra volta. Sbagliato. Nuove offerte ti ammalieranno, grande capo, e tornerai di nuovo a casa con la macchina piena.
Oh. Attenti ora.
Possiamo dire che il comportamento di mio padre sia sbagliato in assoluto? In realtà le offerte che compra sono realmente convenienti, e davvero prima o poi gli torneranno utili. Visto che  butta un occhio alla qualità, considerato che è sensibile alle lusinghe della pubblicità, utilizzandola come mezzo di informazione, io lo definirei un consumatore anni 80, gli anni d’oro, quando Fellini faceva gli spot per la Barilla e nessuno aveva grossi problemi ad arrivare a fine mese.
Ah, abbandonarsi alla voluttà! Lasciar cadere prodotti nel carrello solo perché hanno una bella confezione!
Quindi non sbagliato in assoluto, semplicemente lontano dalla consapevolezza necessaria per fare la spesa oggi.
Ma poi, che gliene frega a lui, non ha problemi economici, faccia come gli pare.
Il problema siete voi, pecoroni che leggete. Voi che ancora fate la collezione dei volantini con le offerte. Voi  che siete capaci di fare il giro di tutti gli ipermercati della provincia per pagare il riso cinque centesimi meno. Con quello che costa la benzina, tanto varrebbe farsela portare a casa dal pizzicagnolo, la spesona mensile.
FOLLI. Siete pazzi.
Non ci parlo più con voi.
No; vabbè, ci parlo.
La spesa oggi è una guerra. Tattica a strategia non sono piacevoli orpelli ma materie da conoscere a fondo se si vuole sopravvivere!Dov’è il vostro errore?
Ora ve lo mostro. ATTENTI!
Voi considerate la spesa una costante e cercate di intervenire sulla variabile prezzo.
Sei il responsabile della spesa di una famiglia povera?
O abbastanza povera, o meno povera di altre ma comunque con le pezze al culo?
DEVI RIDURRE DRASTICAMENTE LA QUANTITA’ DI ROBA CHE COMPRI FACENDO IN MODO CHE IN TAVOLA NON MANCHI COMUNQUE NULLA!
Hai capito la sfida?
La rivoluzione copernicana del Casalingo Moderno.
Mio padre ha vissuto le gioie profonde del consumismo, la consapevolezza di vivere nel posto migliore del mondo dove chiunque poteva permettersi un pasto da Vissani, scarpe firmate, tre settimane di ferie e un mutuo ridicolo sulla casa.
Oggi, io guardo fuori e vedo la Bosnia.
Altro che carta da culo a tre per due. Qui è già tanto se non ci puliamo con le mani.
Nel mese di gennaio io ho ridotto la spesa alimentare di un ulteriore 35 per cento, dopo averla quasi dimezzata durante il 2012, E NONOSTANTE GLI AUMENTI FOLLI di frutta; pasta, caffè.
Ti portero’ alla vetta, se mi seguirai, ma prima dobbiamo visitare gli inferi dei comportamenti sbagliati. Oggi abbiamo imparato che gli anni ottanta sono finiti.
Nella prossima puntata mi occupero’ dei G.A.S.  (per i pochi che non lo sanno Gruppi di Acquisto Solidale) e di altri abominii.
(continua)

N°5. Entropia

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E’ passato un mese, Domani Il Casalingo Moderno apre al pubblico. Che ho imparato?
Nelle famiglie tradizionali “i mestieri”si insegnavano alle bimbe.
No, insegnare è poco, non rende l’idea.
I mestieri venivano installati nelle bambine piccole.
di tre anni.
-Gioca gioca bella de mamma, anzi vie’ qua che mamma te mette la cremina maggica sullo straccio così i coccetti d’argento tornano a brillare! Hai visto? Così il mago del sudicio si va a nascondere! Gioca, gioca, amore de mamma. PERO’ SBRIGATE CHE POI DOVEMO FA NANTRO GIOCO.
Un patrimonio di pratiche e conoscenze che si attivava del tutto al primo mestruo.
-Oramai si donna fatta!
Fatta nel senso di fregata. Potevi sposare, allora l’intera casa passava sotto la tua responsabilità (più figli).
Potevi restare in casa.
E allora nun te vergogni di falli fa a mamma tua, colla schiena che pare n’ulivo, i mestieri?
Così la giovane zitella i mestieri li faceva uguale, ma sotto gli ordini implacabili della vecchia madre gobba.
I mestieri. CHe poi l’omo di casa aveva IL MESTIERE, uno solo!
Il plurale sembra concedere alla casalinga il riconoscimento delle molteplici tecniche necessarie alla gestione del regno domestico.Tanti lavori in uno.
 Lavare e Stirare! Quando stirare significava passare un pezzo di ferro rugginoso e pieno di carbone sulle lenzuola fini del corredo.
Che quelle erano.
Per tutta la vita.
 -Sendi marito, sabbato dobbiamo anda’ all’IKEA a prendere le lenzuola che mi si so’ bucate quelle vecchie.
-Hai bucato le lenzuola che ci fece pora zia pel matrimonio, ma io te corco!

Altro che bucare, io non solo l’avrei bucate ma il buco sarebbe stata la parte più pulita:il resto tutto ruggine e carbone.
Come facevi nonna? Me le spieghi, cazzo, a non sporcare tutto di braci e ossido di ferro?
Cucinare. Lavare in terra, E lavare i piatti.
Con lo Svelto?
 Stocazzo!
 Con la cenere.
Eh!I Mestieri.
E per fortuna in Italia non esiste più, perlomeno in città,  questo addestramento militare alla casalinghitudine.
Molto spesso è sempre la donna, anche se lavora, ad occuparsi della casa.
Solo che lo fa male.
Ma male come me o un po’ meno peggio?
QUello che che succede, molto semplicemente, è che le case sono più sporche che in passato, ed amen. Succede che si cucina sempre meno, e pace. Il progresso, lo dico senza ironia, ha chiesto ben altri tributi al nostro stato mentale e alla salute pubblica.
Possiamo convivere con la scomparsa delle pattine e il governo incontrastato degli acari nelle nostre camere da letto.
A me, come uomo di famiglia borghese, hanno insegnato a rispettare le donne. Più che altro a parole.
Esiste una tacita ipocrisia nel proclamare parità di diritti e doveri ma poi, dopo una cena abbondante in famiglia, preparata da donne, nessuno fa neanche la mossa di alzarsi a sparecchiare.
I caffè, la frutta secca e i liquori si materializzano sul tavolo ingombro di bricioli. Si parla di cose serie: pallone e politica. Dopo un po’ ti giri a cercare il posacenere (apparso pure lui accanto a te come per magia) e scopri che le donne si sono tolte dai coglioni, con la delicatezza di non fartene neppure accorgere.
Così noi piselloni possiamo accendere i sigari e rinsaldare il rapporto tra generazioni. E LORO? In cucina a fare i piatti, parlando di sesso spinto con qualcuno (reale o immaginario) che non è seduto a tavola con noi.
I miei lavoravano entrambi come ciuchi. Uomini e donne sono uguali,dicevano da bravi sessantottini. A mio padre non si può rimproverare nulla: ha coltivato la famiglia come hobby principale. CI raccontava le favole, ci faceva la pasta al burro quando era necessario. Eppure i guanti per pulire il cesso non se li è messi mai.
Eravamo tre figli maschi; ci incoraggiavano a studiare. Ero così speculativo che lo studio era perfino troppo terreno, per i miei gusti. Vivevo immaginando il mio funerale; componevo strane sinfonie ricevute in sogno. Altro che lavori di casa. Non ho mai preso in mano neanche una chiave inglese. Al massimo facevo esperimenti con le muffe abbandonando bicchieri di latte sulle mensole della cameretta. Smontavo gli oggetti evitando accuratamente di rimontarli.
Intorno ai vent’anni, una fidanzata mi parlò a lungo della teoria della Differenza. La donna non deve omologarsi all’uomo nella parità imposta dal maschio. Allora il cencio lo passi te? Col cazzo, anzi preparami la merenda, faceva lei.
L’ho lasciata quando ha cercato di insegnarmi a pisciare seduto come mia madre durante l’adolescenza.
Io, che avevo il getto infallibile e la prostata d’acciaio dei vent’anni, le feci un laghetto giallo in bagno, e addio.
Ormai la donna si è quasi affrancata dalla schiavitù domestica, o almeno supponiamo che sia così per non perderci in una foresta di eccezioni e distinguo.
Diciamo, anche se non è del tutto corretto, che nelle coppie moderne i compiti si dividono equamente tra uomo e donna.
Il lavoro femminile è accettato, anche se tocca sempre alla donna rinunciare alla carriera in nome della famiglia e della carriera dell’uomo.
Ma cosa succede quando la donna lavora e l’uomo ha la responsabilità della casa e della cura dei figli?
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Abbandoniamo il generico per il particolare. C’est moi.
E’ passato un mese e ancora non so stirare, non ho sconfitto la muffa, gli armadi sono una festa anarchica, ma di quelle goderecce. Riesco a mantenere la casa in precario equilibrio tra la sporcizia e la non-merda.
Che io sappia non esiste uno sgrassatore universale per le incrostazioni emotive. Un conto è l’equilibrio tra entropia e ordine, pulito e sporco. Altro conto è l’equilibrio mentale. Il disagio che a volte mi prende. Non riesco a nascondermi la sensazione che dovrei essere fuori a scavare buche per cinque euri l’ora. Anche se questo comporta pagare qualcuno che stia con i bimbi guadagnando almeno sette euro l’ora. Guarda caso, questa inoppugnabile verità economica è la scusa più comune per tenere a casa le donne che VOGLIONO lavorare
-Ma scusa Magda, segui il mio ragionamento. Se per far lavorare te dobbiamo tenere i pupi con una estranea, e sottolineo estranea (le referenze di tua sorella non cambiano in meglio le cose, anzi), dovendo pure rimetterci dei bei soldini di tasca mia, e beh, allora scusa, eh?
-SCusa de che, Alfio?
-Dico, scusa, ma che cazzo ci siamo sposati a fare se non ti interessa niente dei tuoi figli?
-Vabbè ma ciò diritto purio a realizzamme no?
-Ma tu sei madre! non esiste una realizzazione più grande. Eppoi, non è per maschilismo, ma quando guadagnerai quello che guadagno io, allora te lo giuro, a casa coi pupi ci sto io!
-Ma come faccio a guadagna’ se non comincio mai a lavora?
-Eh, beh, intanto stiamo così che non ti faccio mancare mai niente. Ti manca forse qualche cosa, Magda?
-Veramente sì.
-Cosa?
-De realizzamme.
-Sei e-sa-spe-ran-te. Esasperante, guarda!

>Realizzarsi. Boh. Dovrei essere come Accattone, un fiero pappone che vive, senza rimorsi, alle spalle della sua donna. E invece mi scopro pieno di tutta la merda piccolo borghese che odio: dignità, etica del lavoro, senso del sacrificio. Io, convinto che la famiglia sia un luogo di dolore violenza e prevaricazione, sono diventato il custode del fuoco.
In questo mese ho cucinato tanto e bene, h pulito poco e male, ho ridotto le spese di gestione. r
Ma una parte molto incivile e primitiva di me crede di essere un uomo di merda incapace di mantenere in suoi figli.Incapace di nascondere la propria debolezza ai figli. Una mezza checca che scoppia a piangere sull’acquaio se la famiglia manda indietro, ancora pieni, i piatti di pesce buono, sano ed economico che ha preparato in mezzo pomeriggio. E forse anche la mia donna si vergogna di me, visto che si ostina a propormi concorsi per posti odiosi all’agenzia delle entrate o addirittura, a dire alle sue amiche che sono un artista.
No! Sono solo un ca-sa-lin-go. Moderno, pessimo e casalingo.
Nè così ricco da potermi dedicare allo studio di una complessa grammatica dei sentimenti da trasmettere ai figli, seguendoli con dignità virile nel cammino della vita.
Nè così povero da dover necessariamente accettare qualunque lavoro da scavabuche, per tornare a casa stanco, brillo e affamato.
E i figli?
Dio provveda.
(lo strazio continua)