N°1.Baritono di coma

Exit Befana. Torna il Tempo Ordinario.
I rimanenti venticinque giorni di gennaio non finiscono mai. Una lunga teoria di cieli bianchi e sei del pomeriggio (interlocutorie come puntini di sospensione sulla pagina bianca dello scrittore senza ispirazione), collega i giorni delle luci intermittenti a certe mattine di febbraio cariche di promesse e splendenti di rugiada. Sempre che tu ci arrivi, a febbraio.
Le sei del pomeriggio devono essere abolite dalla corte internazionale dell’Aia in nome dei diritti umani: i sessanta minuti più interminabili del mazzo, la prova empirica dell’inutilità degli orologi, perché il tempo è relativo, soggettivo e, in definitiva, non quantificabile.
Ed eccomi qui, nel bel mezzo di una di quelle venticinque mattine, eccezionalmente solo, prendo confidenza con la mia nuova vita.
Intendiamoci. Non è certo la prima volta che perdo il lavoro; ma è nuova la prospettiva: ora questo è il mio posto. Questo è il mio lavoro (brivido).
A proposito di lavoro, è tempo di una veloce rassegna dei compiti che mi aspettano nel mio muffido regno.
Manca la luce in corridoio e in cucina (dove da oltre un anno usiamo una fila di led provvisori attaccati con lo sputo alla cappa aspirafumo, a sua volta priva di filtri a causa di un vecchio errore al negozio di ricambi.)
Le staffe delle librerie sono piegate da romanzi gialli gonfi di umidità, trattati di semiologia, dvd di cartoni e di film di Russ Meyer, gli uni sono nelle custodie degli altri, quando va bene, più spesso nella scatola del Re Leone c’è il driver della stampante e nella custodia del driver c’è una compilation dell’aprile 2004, ma va bene cosi’ tanto il driver è quello della stampante ad aghi che ho buttato due anni fa (insieme al dischetto della stampante nuova). Lasciamo stare la Billy dei cd, che oltre ai problemi di catalogazione è pure montata a cazzo; e credimi, non è cosi’ facile montarla male, una Billy.
Dietro la porta della camera dei bimbi c’è una torre minacciosa di buste in cotone, di quelle dei supermercati, colme di calzini da appaiare, maglioni ristretti di due misure e magliette estive che hanno preso di mucino. Cosa fanno quelle buste, li’? Vogliono essere stirate? Da me, dici?
Segno sull’agenda rossa “Urgente: imparare a stirare”.
Eh, perché una volta c’era chi stirava i nostri panni. Una imperturbabile nepalese dal nome impronunciabile per i suoi stessi connazionali, tant’è che la chiamano Maria, per praticità.
Maria era brava, anzi è brava, per quanto ne so. E’ vero, aveva la fastidiosa abitudine di nascondere il sale aromatizzato. Abitudine fastidiosa specie in un contesto di tale serafica efficienza. Non glielo dicevo neanche più. Pure agli amici che l’hanno presa per le ore che faceva da noi, l’ho detto:
“La ragazza è brava, onesta, niente da dire. Pero’ fa sparire il sale. Forse è un tabù religioso, forse un feticismo sessuale; non saprei.”
Maria è stata la prima rinuncia, quando è venuto a mancare il mio lavoro (ormai se ne parla come se fosse un lontano e anziano parente morto. E com’è successo? Niente; è morto e basta, che t’impicci, tu!).
Eh già! Il mio essere casalingo non assomiglia per nulla all’atteggiamento di certe signore snob, “Io rimango in casa, cosi’ seguo meglio i figli”.
Ma che cazzo ti segui, le povere creature neanche camminano.
Qui c’è una scelta di vita, certo, ma strettamente legata alla contingenza economica. Mi piacerebbe stare in casa per un estenuato rifiuto della mondanità o per girare il mondo, non avendo comunque bisogno di lavorare.
A parte che in tal caso non sarei un casalingo ma un Lapo Elkann o un ricco gentiluomo del meridione che dedica il suo tempo a disonorare le contadinelle e studiare le vestigia delle antiche popolazioni italiche che un tempo vivevano sul mio feudo.
Invece non c’è altro da fare. Tagliare le spese e farsi il culo come le nostre nonne. Solo che io ho il pene. Mi manca il software. Cioè, lo ammetto, non so fare quasi niente.
E ammettendolo mi deprimo, eccezionalmente solo, una mattina di gennaio, tempo ordinario. Vago per la casa con un body sporco di cacca in una mano e i genitali nell’altra (per conforto).
Sono solo al primo giorno e già mi prendo mezza giornata di permesso( dove si sono cacciati i tavorini?).
Per oggi mi limito a scrivere la lista delle cose da fare. Ma domani si lavora.
Imparerò.
Devo abbassare il nostro tenore di vita.
non tantissimo.
Giusto da ridurlo a baritono di coma.

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